Richard Anthony D’Souza, il gesuita che papa Leone XIV ha nominato poco più di un anno fa nuovo direttore della Specola vaticana, è uno studioso delle origini delle galassie. È nato a Goa, un tempo enclave portoghese in territorio indiano, ha studiato Fisica a Mumbai, prima di specializzarsi in Germania e negli Stati Uniti, e al Meeting di Rimini ha parlato delle stelle dantescamente mosse dall’Amore, astronomicamente osservate dagli scienziati come lui, in un incontro intitolato “Wonder Bound. Destinati allo stupore”, dal nome di una mostra presente in fiera. E del suo stupore gli abbiamo chiesto ragione.
Durante il pontificato di Giovanni Paolo II, l’Osservatorio vaticano organizzò, su sua indicazione, una serie di seminari con scienziati e teologi sul tema dell’azione divina nell’universo. Qual è secondo lei, dal punto di vista dell’astronomo, la realtà del cosmo che più fa pensare all’“azione divina nell’universo”?
La domanda sull’inizio dell’universo e su ciò che sta prima del suo inizio è quella che tradizionalmente conduce al pensiero di Dio, concepito come Colui che ha guidato quel percorso dell’universo che si chiama Big Bang e che ha portato alla costituzione della galassie e di tutte le stelle. Certamente questo approccio ha senso dal punto di vista teorico, ma quando io penso al punto di vista di un astronomo laico che guarda le stelle, la cosa che più fa pensare a Dio è l’infinità dell’universo. Perché la distanza fra le diverse galassie e fra di esse e noi è così grande che ci rendiamo conto di quanto siamo piccoli e di quanto sia straordinario che su questo piccolo pianeta sia nata la vita. Vita che ci impone tre domande: da dove veniamo, dove andiamo e se siamo soli nell’universo. Queste domande ci fanno pensare a Dio, e legano fra loro tutte le persone che guardano il cielo. La domanda sul posto dell’uomo nell’universo accomuna tutti gli uomini di tutti i tempi e di tutte le fedi, quando guardano il cielo.
L’astronomia è davvero un ambito privilegiato del dialogo fra fede e ragione? Non è piuttosto la filosofia?
La filosofia è alla base di tutto: dello studio dell’astronomia, della biologia, della matematica, della fisica, della storia, della sociologia, della psicologia, eccetera. Ma io direi: se c’è una scienza che ci porta direttamente a Dio, questa è l’astronomia. In tutte le università le prime facoltà scientifiche create sono state quelle di astronomia, poiché essa riguarda le domande eterne che ho detto prima. Ogni civiltà ha formulato una propria cosmologia, perché a ogni uomo appartiene la domanda sul nostro posto nell’universo. Nella Cappella Sistina vediamo la bellissima immagine michelangiolesca di Dio che crea Adamo, ma possiamo anche leggere l’immagine in un altro modo: è Adamo che sta cercando di raggiungere Dio, è proteso verso di Lui, stende il suo braccio per toccarlo. E questo fa pensare al desiderio di tutti noi di raggiungere l’infinito, che sia inteso come Dio o come una cosa fisica come le stelle, i pianeti, le galassie. Per me l’astronomia era e continua a essere un posto privilegiato per incontrare Dio. Oggi il dialogo fra scienza e fede è andato oltre l’astronomia e la fisica, riguarda anche la psicologia, l’ecologia, eccetera. Ma le domande sul nostro posto nell’universo sono alla base di tutto il resto.
Qual è la realtà dell’universo che più la stupisce personalmente?
Ciò che più stupisce nell’universo sono gli oggetti “esotici”: buchi neri, supernove che esplodono alla fine della loro vita, i quasar al cuore delle galassie che ci permettono di misurare le distanze più grandi ai confini dell’universo. Come scienziato e come persona sono pieno di meraviglia per questi oggetti. Più faccio ricerca, e più lodo Dio che ha fatto questo universo così complicato e meraviglioso. Perché non esistono risposte semplici alle cose dell’universo: è molto complicato, cerchiamo di creare modelli per spiegarlo, e risultano molto complicati. Questa è una cosa che mi porta alla meraviglia.
Lo stupore di fronte all’universo e alla precisione dei suoi meccanismi e delle sue leggi fa pensare alla bontà di Dio, ma l’universo è fatto anche di catastrofi: più volte asteroidi hanno cancellato la vita dalla Terra, e questo potrebbe succedere ancora. Questo non contraddice lo stupore di natura religiosa di fronte all’universo?
Non credo. Tanti di questi oggetti “esotici” che ho citato sono oggetti che non possono continuare, che si esauriscono. Asteroidi che sono caduti sulla Terra hanno cancellato la vita, ma noi sappiamo che fra 5 miliardi di anni il sole del nostro sistema solare comincerà a morire e brucerà la Terra. Quando nasce una nuova stella, i raggi ultravioletti possono inibire qualunque forma di vita. La ricerca dell’universo ci dà materia di riflessione sul modo in cui la vita è cominciata sul nostro pianeta ed è continuata: forse su altri pianeti è iniziata ma non è continuata a causa degli eventi cosmici catastrofici. Questo genera meraviglia: siamo un posto fortunato, dal punto di vista antropologico siamo al centro dell’universo. Il nostro pianeta continua a portare la vita nonostante questi grandi eventi energetici che possono cancellarla. Il nostro pianeta non poteva ospitare vita, ma poi è diventato ospitale: una serie di eventi ci ha portato al punto in cui siamo. E questo per me è motivo di meraviglia. E so che non può continuare per sempre, prima o poi la vita finirà sulla Terra, fra miliardi di anni. Perché siamo parte di un universo dove gli eventi catastrofici fanno parte della sua natura.
Alcuni sostengono la tesi dell’esistenza di universi paralleli, tesi che sembra formulata a scopi ateistici, cioè per negare gli indizi di un’azione divina nell’unico universo di cui abbiamo conoscenza e in cui ci troviamo: esisterebbero infiniti universi, per questo alla fine in uno di essi si è sviluppata la vita per caso. Lei cosa pensa di questa tesi?
Conosco la tesi e persone che la sostengono. Fino ad oggi non c’è nessuna evidenza scientifica che possa sostenere questa tesi. Siamo nell’ambito della metafisica, di una tesi senza basi scientifiche.
La tradizione di gesuiti astronomi è piuttosto significativa: come mai? Perché proprio i gesuiti, fra tutti gli ordini religiosi, sono quello che ha prodotto il maggior numero di astronomi?
Fa parte della nostra storia sin dall’inizio. Quando Ignazio ha fondato l’ordine coi suoi compagni, si trattava di persone tutte con un’altissima formazione. Lo studio della natura faceva parte della tradizione in cui sono nati. Poi c’è un aspetto particolare della spiritualità di sant’Ignazio: trovare Dio in tutto. Anche prima della ferita e della conversione, Ignazio spendeva tante ore contemplando il cielo e le stelle, e questa è una delle cose che lo hanno portato a pensare a Dio. Questa propensione a trovare Dio in ogni cosa ha ispirato una prima generazione di scienziati che ha lavorato al Collegio romano, che ha formulato il calendario gregoriano che si utilizza tutt’ora, che ha studiato le stelle attraverso i nuovi strumenti creati al tempo di Galileo Galilei. Infine, i gesuiti, ordine missionario, incontrando grandi civiltà hanno capito che potevano entrare nella mentalità di quelle società per evangelizzarle attraverso la scienza. Matteo Ricci e gli altri che sono andati in Cina sono stati ammessi alla corte dell’imperatore perché hanno dimostrato di essere astronomi migliori di quelli cinesi dell’epoca. La scienza è diventata lo strumento dell’evangelizzazione: questo è tipico dell’impostazione gesuita. Noi cerchiamo di continuare questa tradizione attraverso la Specola vaticana.
Ha ancora senso l’esistenza della Specola, in un’epoca in cui si sono costruiti osservatori astronomici ben più potenti di quello vaticano?
Questa è una domanda molto importante, che noi stessi ci poniamo continuamente. È vero che la Specola vaticana, al servizio dello Stato vaticano e della Chiesa universale, è un piccolo osservatorio, anche se fa parte di una grande tradizione: l’osservatorio vaticano è stato il più importante d’Europa in una certa epoca, ma adesso dobbiamo riconoscere che la scienza più avanzata, quella che spinge la ricerca ai suoi estremi confini, è molto costosa. Essendo la Santa Sede un piccolo stato, non può spendere grandi somme come possono fare i grandi stati: le nostre risorse sono limitate. Ma più che entrare in competizione con gli altri grandi osservatori, come quello della Nasa, come lo European Space Observatory, come Esa, la nostra missione – quella che ci ha dato papa Leone XIII nel 1891 – è di essere un segno per la Chiesa e per il mondo che la scienza e la fede camminano insieme. Facciamo ricerca avanzata insieme ad altri astronomi, siamo preti che lavorano alla frontiera dove normalmente i preti non vanno, e tutto questo con uno scopo simbolico: dimostrare al mondo attraverso la ricerca che la scienza e la fede camminano insieme. Questa è la nostra missione, lavorare alla frontiera delle scoperte scientifiche. Gli altri fanno meglio di noi perché hanno più mezzi, ma noi siamo un segno per tutto il mondo astronomico. La Specola vaticana è piccola, ma è molto nota in tutto il mondo accademico: io posso entrare in qualsiasi università del mondo e sarò accolto bene perché sanno che in Vaticano facciamo una scienza seria e siamo scienziati come loro.
