La diplomazia della Santa Sede non persegue interessi economici o politici, ma si pone al servizio della dignità umana, della libertà religiosa e della pace. È questo il messaggio centrale dell’intervento pronunciato oggi, 9 ottobre, dall’arcivescovo Paul Richard Gallagher, segretario vaticano per i Rapporti con gli Stati e le Organizzazioni Internazionali, al convegno organizzato a Islamabad per celebrare il 75.mo anniversario dell’istituzione delle relazioni diplomatiche tra la Santa Sede e la Repubblica Islamica del Pakistan. Un appuntamento che si inserisce nella visita del presule nel Paese asiatico, in programma fino al 10 ottobre, con l’obiettivo di rafforzare i legami di amicizia e cooperazione.
Una diplomazia fondata sui valori
Nel suo intervento, dedicato alla diplomazia della Santa Sede con particolare riferimento ad alcuni Paesi asiatici, l’arcivescovo Gallagher ha sottolineato la peculiarità dell’azione internazionale della Santa Sede, che trova il proprio fondamento nella missione spirituale della Chiesa e nella difesa dei diritti fondamentali della persona.
Neutralità positiva
La Santa Sede, ha ricordato, intrattiene attualmente relazioni diplomatiche con 184 Stati e partecipa ai lavori delle Nazioni Unite in qualità di Osservatore Permanente. La sua presenza nella comunità internazionale è orientata alla promozione del bene comune e dello sviluppo umano integrale, attraverso una diplomazia che mantiene una “neutralità positiva”, evitando identificazioni con ideologie o sistemi politici, senza per questo rinunciare a intervenire sulle questioni che riguardano la pace e i diritti umani. Questa imparzialità, ha spiegato l’arcivescovo, consente alla Santa Sede di svolgere, in determinate circostanze, un ruolo di mediazione nei conflitti internazionali, privilegiando la protezione delle persone più vulnerabili rispetto agli interessi nazionali.
Libertà religiosa e dialogo in Asia
L’intervento del segretario per i Rapporti con gli Stati e le Organizzazioni Internazionali ha riservato una particolare attenzione ai rapporti diplomatici con le nazioni asiatiche, dove la presenza cristiana ha radici millenarie. Monsignor Gallagher ha ricordato come gli accordi bilaterali stipulati con diversi Paesi del continente abbiano contribuito a tutelare la libertà di religione, di coscienza e di espressione, garantendo alle comunità cattoliche la possibilità di svolgere le proprie attività pastorali, educative e assistenziali. Accanto alla dimensione religiosa, il presule ha richiamato l’importanza della cooperazione culturale e umanitaria, citando gli accordi riguardanti il riconoscimento dei titoli accademici, la tutela del patrimonio artistico e il sostegno alle istituzioni caritative. Ambiti nei quali la presenza della Chiesa può contribuire concretamente allo sviluppo delle società locali.
Il legame con il Pakistan e la testimonianza dei Pontefici
Soffermandosi sul Pakistan, monsignor Gallagher ha osservato, inoltre, che le relazioni con la Santa Sede sono state caratterizzate da gesti significativi di vicinanza e fraternità. Il primo esempio richiamato è quello di Paolo VI, che il 27 novembre 1970 fece tappa a Dacca, allora parte del Pakistan orientale, dopo una devastante calamità naturale che aveva provocato migliaia di vittime. Il Pontefice volle condividere il dolore della popolazione e richiamare l’attenzione internazionale su una tragedia che rischiava di essere dimenticata. “Sono venuto a voi come un amico tra amici, come un fratello tra fratelli”, disse Paolo VI, esprimendo una concezione della solidarietà fondata sull’appartenenza di tutti gli esseri umani a un’unica famiglia, indipendentemente dalla fede professata. Undici anni dopo, il 16 febbraio 1981, Giovanni Paolo II visitò Karachi, riaffermando il rispetto della Chiesa cattolica per l’Islam e richiamando la figura di Abramo, comune alle tradizioni cristiana, musulmana ed ebraica. Un gesto che, secondo monsignor Gallagher, contribuì a rafforzare il dialogo e la fiducia reciproca tra le comunità religiose.
Suor Ruth Pfau e la “diplomazia della vita”
Tra le testimonianze più significative richiamate dall’arcivescovo figura quella di suor Ruth Pfau, religiosa che dedicò oltre mezzo secolo all’assistenza delle persone affette dalla lebbra in Pakistan. Monsignor Gallagher ha definito il suo impegno un esempio di “diplomazia della vita”, fatta di servizio silenzioso e disinteressato. La religiosa, ha osservato, non si limitò a curare una malattia, ma contribuì a restituire dignità, visibilità e un posto nella società a persone spesso emarginate. Alla sua morte, nel 2017, il Pakistan le tributò funerali di Stato, riconoscendo il valore universale di un’opera capace di superare le differenze religiose, etniche e nazionali. Una testimonianza che, secondo il segretario per i Rapporti con gli Stati, rende evidente come l’azione diplomatica della Santa Sede non si esaurisca nei rapporti istituzionali, ma trovi espressione anche nella vicinanza concreta alle persone più fragili.
La pace come responsabilità condivisa
Nelle conclusioni, Gallagher ha ribadito che la diplomazia pontificia non intende perseguire obiettivi di convenienza politica, ma promuovere valori universali, nella convinzione che l’esercizio dell’autorità debba sempre fondarsi sulla legge morale e sulla tutela della dignità intrinseca di ogni persona. Celebrando i 75 anni delle relazioni diplomatiche con il Pakistan, l’arcivescovo ha espresso la certezza che il rapporto tra i due soggetti internazionali non è fondato sull’opportunità, ma su valori profondamente condivisi: “La dignità di ogni persona umana, la libertà religiosa, la pace e la giustizia sociale”. Principi che, ha concluso, appartengono tanto alla tradizione islamica quanto alla visione cristiana e costituiscono il fondamento di una cooperazione capace di contribuire alla costruzione di una società più giusta e pacifica.
