Il Papa: le energie impiegate in guerra e distruzione siano destinate alla vita

Nel messaggio pubblicato in occasione della Giornata mondiale di preghiera per la cura del Creato, Leone XIV riprende le parole del profeta Isaia: “Forgeranno le loro spade in vomeri e le loro lance in falci”. Esorta ad attraversare i propri “deserti interiori”, segni di un’odierna crisi etica e culturale che include perdita del senso del limite, desiderio di dominio e ricerca di profitto. Questo, scrive, è “il cammino di un’autentica conversione ecologica” che nasce dal cuore

“Forgeranno le loro spade in vomeri e le loro lance in falci”. Il profeta Isaia così sognava un tempo in cui i popoli della Terra avrebbero convertito ciò che distrugge l’esistenza in strumenti che la sostengono. Oggi è invece lampante un paradossale incubo per cui le nazioni accelerano la “distruzione dell’equilibrio” della Creazione, autoinfliggendosi dolori e sofferenze. “Deserti esteriori”, che sono tuttavia specchi di un’aridità interna, “etica e culturale”, per cui a prosperare è solo la perdita del senso del limite, il desiderio di dominio, la ricerca di profitto immediato. Sono questi alcuni dei concetti espressi da Papa Leone XIV nel messaggio pubblicato oggi, 20 agosto, in occasione della Giornata mondiale di preghiera per la cura del Creato, che  ricorre il 1 settembre.

Il dramma degli sforzi orientati alla guerra

Nel testo, il Pontefice riconosce come le crisi che soffocano la società odierna non siano slegate tra di loro, ma costituiscano un’unica ferita colmabile solo attraverso la pace. Non quella del mondo, superficiale e fugace, ma l’armonia che “scaturisce dall’amore perenne di Cristo e dalla sua cura per ogni persona umana”.

Eppure questa promessa di pace è in netto contrasto con le realtà che vediamo in varie parti del mondo. Il profeta Isaia ha parlato di un tempo in cui le nazioni “spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri”, trasformando ciò che distrugge la vita in qualcosa che la sostiene. Oggi, però, vediamo troppo spesso accadere l’esatto contrario, mentre gli sforzi continuano a essere orientati alla violenza e alla guerra.

Il circolo vizioso di guerre e degrado ambientale

Dai campi di battaglia i conflitti allargano il loro spettro di influenza, interagendo in maniera nociva con il degrado ambientale. Si alimenta così un circolo vizioso, che innesca inizialmente la contaminazione di risorse essenziali come aria e acqua. Essa mina quindi la sicurezza alimentare, generando a sua volta povertà, disuguaglianza e nuove tensioni sociali, ovvero le più frequenti cause dell’insorgere delle guerre. Queste ultime, scrive ancora Leone, rivelano un “fallimento profondo” dell’umanità, anche nel prendersi cura del Creato che le è stato affidato.

Non è solo un fallimento politico, ma anche morale e spirituale. Radicata in desideri distorti e in un uso sbagliato della libertà e del potere umani, la guerra si erge a contro-testimonianza del Vangelo della pace.

Il cuore dei conflitti

Le disarmonie menzionate sono evidenti, ma non possono essere ridotte all’imperfezione di sistemi e strutture. In esse, il Papa scorge un più “profondo squilibrio” radicato nel cuore dell’uomo. Dentro ciascuno albergano infatti desideri contraddittori e lotte profonde: amore e indifferenza, verità e illusione, giustizia e ingiustizia.

I conflitti che tormentano l’umanità sono per molti versi espressione esteriore di contrasti e divisioni interiori. Quando il cuore è traviato, le relazioni ne soffrono e le strutture che costruiamo cominciano a riflettere tale disordine.

Rinnovare l’interiorità

Per meglio evidenziare questo concetto Leone XIV prende in prestito la metafora adoperata da Benedetto XVI nell’omelia della Messa per l’inizio del suo Ministero Petrino:

I deserti esteriori si moltiplicano nel mondo, perché i deserti interiori sono diventati così ampi.

Ciò che è spezzato fuori, lo è anche dentro. E per riformare la società, quindi, è necessario iniziare da un rinnovamento del cuore.

Le cause più radicali di conflitto e lo sfruttamento del creato sono conseguenze di una crisi etica e culturale che include la perdita del senso del limite, il desiderio di dominio, la ricerca di profitto immediato e l’incapacità di riconoscere la dignità che Dio ha donato a ogni persona umana.

Da sogno a realtà

L’auspicio di Isaia si fa oggi appello a “trasformare ciò che è male in vita”. Una conversione che non può prescindere dal tornare non soltanto al cuore, ma a chi lo guarisce: il Signore. Perché lì dove il singolo si rinnova, si aprono nuove possibilità.

Ciò che è stato usato per la distruzione può essere reindirizzato verso la vita, per la cura dei poveri, il nutrimento degli affamati e la salvaguardia del creato. Questo è il cammino di un’autentica conversione ecologica, in cui gli effetti dell’incontro con Gesù Cristo si manifestano con evidenza nel rapporto con il mondo che ci circonda.

Dalla guerra allo sviluppo umano integrale

Sono sfide enormi, il Papa lo riconosce, perché sono numerosi gli “ecosistemi” affidati all’uomo: dal creato alle relazioni, alla sua stessa individualità. L’invito è nuovamente ad affidarsi al Dio della pace, che non lascia privi dei mezzi di guarigione e trasformazione.

Immaginiamo un mondo in cui le energie attualmente impiegate nella guerra siano destinate allo sviluppo umano integrale, al superamento della povertà, alla difesa della dignità umana e alla riconciliazione tra i popoli divisi. Una visione del genere riflette la fede nell’avvento del Regno di Dio.

Dal deserto al giardino

Non sono le armi di distruzione, ribadisce Leone, gli strumenti per costruire la pace, ma piuttosto la verità, il dialogo, la pazienza, la bontà, la giustizia, la misericordia, la comprensione, la cura e l’amore. Assumersi il compito di mettere in pratica questi valori significa diventare “collaboratori” nell’opera di rinnovamento del Signore.

Passeremo, lentamente ma inesorabilmente, dal deserto al giardino, dalla divisione alla comunione e dalla violenza alla pace.  Il Signore ci dia il coraggio di percorrere questa via, perché in questo nostro tempo le “spade” siano realmente “forgiate in vomeri”, la promessa del Vangelo si radichi più profondamente nel nostro mondo e la pace di Cristo regni su tutto il creato. 

Papa Leone XIV, è nel nostro cuore che si combatte la guerra e la violenza con la forza di Dio

Il messaggio del Papa per l’XI Giornata Mondialedi Preghiera per la Cura del Creato, che sarà celebrata martedì 1° settembre 2026

Contemplare il dono della vita ed avere a cuore la terra che la sostiene mentre il mondo gli sforzi dell’uomo vanno verso la guerra e la violenza.  Il messaggio del Papa per l’XI Giornata Mondialedi Preghiera per la Cura del Creato, che sarà celebrata martedì 1° settembre 2026, sul tema “Forgeranno le loro spade in vomeri e le loro lance in falci” (Is 2,4), parte dagli insegnamenti del Concilio Vaticano II per stigmatizzare la guerra.

“L’interazione tra conflitti armati e degrado ambientale,- scrive il Papa-  inoltre, crea spesso un circolo vizioso che distrugge gli ecosistemi, contamina risorse essenziali come l’aria e l’acqua e mina la sicurezza alimentare. Il che alimenta povertà, disuguaglianza e nuove tensioni sociali, che possono contribuire, a loro volta, all’insorgere di ulteriori conflitti”.

Distruzione fisica e morale dell’uomo che richiedono conversione perché “è il cuore umano il luogo in cui si svolgono le lotte più profonde e in cui si rivela la nostra condizione decaduta. Esso, oltre che la sede delle emozioni, è il centro della persona, in cui convergono ragione, desiderio, volontà e coscienza. È lì che combattiamo con le voglie contraddittorie che ci abitano, amore e indifferenza, verità e illusione, giustizia e ingiustizia”. E dal cuore dell’uomo si deve ripartire, perché “quando il cuore è traviato, le relazioni ne soffrono e le strutture che costruiamo cominciano a riflettere tale disordine”.

Leone XIV cita Benedetto XVI che “ci ha ricordato che «i deserti esteriori si moltiplicano nel mondo, perché i deserti interiori sono diventati così ampi»”

Rinnovare i cuori e trasformare ciò che è male in vita. Non basta un cambiamento esteriore, serve una conversione profonda. E  “il Signore non ci lascia privi dei mezzi di guarigione e di trasformazione. Al posto delle armi da guerra, il Dio della pace ci dona la forza di guarire, riconciliare e costruire una civiltà dell’amore”.

Papa Leone XIV riceve il presidente libanese Aoun per cercare una via diplomatica per la pace

L'incontro con i vertici della Segreteria di Stato

Mezz’ora di incontro privato con Papa Leone XIV e la soddisfazione per la firma del ” Trilateral Framework Agreement” da parte della Segreteria di Stato. Questa in sintesi la visita del presidente libanese Joseph Aoun, in Vaticano questa mattina.

L’accordo “firmato da Stati Uniti, Israele e Libano e inteso a stabilizzare i confini meridionali della Repubblica del Libano e a raggiungere una pace giusta e duratura” non limita però le “serie preoccupazioni per le difficoltà che si stanno sperimentando nel metterlo in esecuzione, e ha assicurato il proprio sostegno agli sforzi che vanno in tal senso” da parte della Santa Sede.

Il Presidente libanese ha ribadito la sua gratitudine al Papa per gli sforzi profusi a sostegno del Libano nel raggiungimento delle sue richieste di porre fine all’occupazione e all’aggressione israeliana. Ha inoltre chiesto al Papa di continuare a sostenere tali richieste, prima fra tutte quella di obbligare Israele ad attuare i termini dell’accordo quadro tripartito firmato tra Beirut e Tel Aviv sotto l’egida degli Stati Uniti il 26 giugno e a cessare immediatamente gli attacchi contro villaggi, infrastrutture nel sud del Paese e contro i civili.

Il presidente libanese ha donato al Santo Padre un reliquiario di legno raffigurante il volto del Patriarca Elias Howayek accanto a un albero di cedro.

Aoun ha incontrato anche il Segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin, e il Segretario per i Rapporti con gli  Stati.

Il presidente Aoun ha incontrato Papa Leone XIV diverse volte prima dell’udienza odierna. Ha partecipato alla Messa di insediamento del Papa nel maggio 2025, ha avuto con lui un’udienza privata in Vaticano nel giugno 2025 e lo ha incontrato nuovamente durante la storica visita del Papa in Libano tra la fine di novembre e l’inizio di dicembre 2025.

L’udienza odierna con il Papa giunge in un momento critico per la Terra dei Cedri, a seguito di diversi cicli di negoziati diretti tra i governi libanese e israeliano a Washington, D.C. e a Roma. Questi colloqui sono stati avviati dopo che Papa Leone XIV ha visitato il Libano e ha lanciato un appassionato appello alla pace nel Paese. I negoziati hanno affrontato questioni chiave quali il cessate il fuoco, il ritiro israeliano, gli accordi sui confini, i prigionieri e il disarmo di Hezbollah.

La situazione di sicurezza nel Libano meridionale ha subito un netto deterioramento negli ultimi giorni. A seguito del rifiuto da parte di Hezbollah dell’accordo quadro mediato dagli Stati Uniti e del proseguimento dei combattimenti contro Israele, il Ministero della Salute Pubblica libanese ha riferito che i raid aerei israeliani hanno causato la morte di 11 persone e il ferimento di altre 19 il 15 agosto, in uno degli episodi più sanguinosi verificatisi da quando, lo scorso giugno, è stata raggiunta una tregua tra le parti in conflitto. Inoltre, l’UNIFIL, la Forza provvisoria delle Nazioni Unite in Libano, ha segnalato un marcato aumento dell’attività militare in tutto il Libano meridionale, registrando una media di 137 proiettili al giorno tra il 5 e il 16 agosto.

Nonostante queste difficoltà, Aoun continua a perseguire una via diplomatica verso la pace, cercando il sostegno del Vaticano e della comunità internazionale. Domani dovrebbe discutere del potenziale coinvolgimento dell’Italia negli accordi di verifica internazionale per il Libano meridionale, una componente cruciale del quadro di sicurezza volto a garantire il disarmo di Hezbollah. Il suo incontro con i vertici italiani avrà luogo a margine della sua partecipazione alla cerimonia di apertura dei Giochi del Mediterraneo Taranto 2026, un importante evento sportivo ospitato in Italia.

Le parole di Maria

21.08_LE PAROLE DI MARIA

I messaggi della Regina della Pace sui Pastori della Chiesa dati a Mirjana di Medjugorje (2009-2015)

62.I MESSAGGI DELLA REGINA DELLA PACE AI PASTORI

13 Coppie che dimostrano che il Matrimonio è un Vero Percorso verso la Santità

Scopriamo coloro che sono diventati Santi o Beati grazie a un Amore profondo e fedele!

fatto del giorno

Cerchi dei veri “modelli di coppia” cattolici? Questi coniugi non si sono solo innamorati, ma si sono aiutati a vicenda per raggiungere il Paradiso…

1. San Gioacchino e Sant’Anna

Genitori della Vergine Maria e nonni di Gesù, hanno vissuto un matrimonio discreto e fedele, confidando in Dio. Il loro amore ha preparato la casa dove sarebbe cresciuta la Madre di Dio.

2. Santa Maria e San Giuseppe

La Sacra Familia è iniziata con un marito e una moglie. Giuseppe ha accolto Maria e la sua gravidanza miracolosa con totale obbedienza a Dio. Gesù è cresciuto in una casa segnata dall’umiltà, dal lavoro e dall’adorazione.

3. Santa Elisabetta e San Zaccaria

Genitori di San Giovanni Battista, cugino di Gesù, hanno avuto un matrimonio pieno di preghiera, dubbi ma, alla fine, di fiducia nella promessa di Dio, anche in vecchiaia.

4. Sant’Aquila e Santa Priscilla

Questa coppia del I secolo ha collaborato con San Paolo e ha accolto una comunità cristiana nella propria casa. Il loro matrimonio è diventato una base missionaria, dimostrando che una casa cristiana può essere trasformata in “chiesa domestica” per l’evangelizzazione.

5. San Giuliano e Santa Basilissa

Erano sposati, ma hanno deciso liberamente di vivere in castità per servire i poveri e i malati. La loro casa si è trasformata in ospedale e il loro amore si è riversato verso l’esterno sotto forma di carità radicale.

6. San Gordiano e Santa Silvia

Sono i genitori di Papa San Gregorio Magno. Il loro esempio di preghiera e virtù ha contribuito a formare uno dei più grandi dottori della Chiesa.

7. San Gualberto e Santa Bertilla

Nelle Fiandre nel VII secolo, hanno avuto diversi figli che sono diventati Santi, tra cui Sant’Aldegonda e Santa Valtrude. Il loro matrimonio ha dato origine a un’intera stirpe santa.

8. Santa Valdetrude e San Vincenzo Madelgario

Sono i genitori di diversi santi: un vescovo (Landry), un giovane santo (Dentilino) e due badesse (Aldetruda e Madelberta). La loro casa è stata davvero una “fabbrica di santi”, forgiata dalla preghiera, dalla generosità e da una profonda fiducia in Dio.

9. Sant’Isidoro l’Agricoltore e Santa Maria de la Cabeza

Hanno condotto una vita di lavoro, preghiera e fiducia in Dio. Le storie su di loro includono miracoli e un profondo perdono, che mostra come la santità possa crescere nella vita coniugale quotidiana.

10. Santi Emanuele Rodrigues de Moura e sua Moglie

Nel Brasile del XVII secolo, sono morti martiri. La moglie si è rifiutata di abbandonare il marito anche quando gli inseguitori l’avevano mutilata, morendo pochi giorni dopo al suo fianco.

11. San Louis Martin e Santa Zélie Guérin

Genitori di Santa Teresa di Lisieux, sono stati la prima coppia sposata canonizzata insieme nella stessa cerimonia. La loro storia d’amore è stata segnata dal duro lavoro, dalla malattia, dal dolore e da una casa piena di figlie, il tutto vissuto con una fiducia eroica in Dio.

12. Beati Luigi Beltrame Quattrocchi e Maria Corsini

Questa coppia ha avuto quattro figli, tra cui sacerdoti e suore. I coniugi sono stati beatificati insieme nel 2001. Il loro matrimonio mostra come la preghiera, l’apertura alla vita e il sacrificio quotidiano possano santificare un’intera famiglia.

13. Beati Józef e Wiktoria Ulma

In Polonia, hanno nascosto famiglie ebree durante la seconda guerra mondiale e sono stati giustiziati dai nazisti insieme ai loro sette figli. Tutta la famiglia è ora beatificata: una testimonianza impressionante di come l’amore, l’ospitalità e il coraggio possono costare tutto e, tuttavia, trionfare in Cristo.

Queste coppie dimostrano che la Santità non è solo per sacerdoti e suore, ma anche per i coniugi che scelgono di amare Dio e amarsi l’un l’altro in modo radicale, giorno dopo giorno!

Iran, l’ultima mossa di Trump: assedio economico a oltranza

L’ipotesi del «blocco terrestre». Nel mirino le raffinerie del petrolio degli ayatollah

NEW YORK «Amo i lavori fatti a regola d’arte», spiegava felice ieri Donald Trump davanti alle telecamere. Non si riferiva purtroppo all’Iran, ma alla sua specialità di una volta: le costruzioni. Rientrato per una mattina nei suoi vecchi panni, quelli del palazzinaro, ha organizzato un tour per illustrare il progresso del cantiere dell’eliporto presidenziale da lui fortissimamente voluto (la gigantesca sala da ballo è stata bloccata da un magistrato e permane il cratere dei lavori).

Avendo di fatto esaurito le opzioni militari (a parte l’invasione di terra che dopo gli interventi di George W. Bush tra Medio Oriente e Asia centrale non pare più praticabile), incassato il parere asciutto del capo dello stato maggiore congiunto Dan «Razin» Caine (che Trump stima) secondo il quale «i bombardamenti hanno, per definizione, una riuscita limitata» senza attacco di terra, ecco allora che Trump pare puntare su una vecchia arma, di quelle di una volta, che lui tendeva a considerare obsolete: la pressione economica.

«Maximum pressure» l’ha definita Trump col solito brio per il «branding» aggressivo, pressione massima su Teheran. Perfino il solitamente pacato segretario al Tesoro Scott Bessent ha accantonato l’eloquio da ceo per minacciare «misure mai viste prima» in stile trumpiano, misure che non escluderebbero neanche potenziali sanzioni secondarie sui partner commerciali/militari di Teheran (tra i quali peraltro c’è la Cina, con tutte le controindicazioni geopolitiche del caso). Senza contare che il 24 settembre Xi Jinping sarà a Washington.

La minaccia

Il sottosegretario al Tesoro Scott Bessent ha minacciato «misure mai viste prima»

In realtà «Operation Economic Fury», «operazione furia economica», è partita in aprile e a metà agosto la situazione è quella che sappiamo. Tra soli 77 giorni l’America andrà al voto per senato, camera, governatori, e Trump rischia di perdere la già non massiccia maggioranza parlamentare.

L’economista John Kenneth Galbraith, consigliere e ambasciatore di John F. Kennedy e Lyndon Johnson, diceva che «la politica non è l’arte del possibile, è l’arte di scegliere tra il disastroso e lo sgradevole». Di sicuro è sgradevole la lista delle opzioni non militari che realisticamente restano in mano alla Casa Bianca: Trump insiste con le minacce di dazi sulle merci provenienti da Paesi che intrattengono rapporti commerciali con l’Iran (fingendo che la Corte Suprema non ne abbia già cancellato la base legale). Certo, la scorsa settimana il Senato ha approvato un ampio disegno di legge sulle sanzioni contro la Russia che includeva nuove sanzioni e misure contro l’Iran. Ma deve passare al vaglio della Camera dove la maggioranza repubblicana è risicata, e divisa da sempre sulla questione dazi tra isolazionisti e liberoscambisti.

C’è l’ipotesi del blocco terrestre oltre a quello navale: in bocca al lupo però per convincere, insieme: Iraq, Turchia, Pakistan, Afghanistan, Turkmenistan, Azerbaigian e Armenia, e monitorarne la riuscita. I dati dell’ Office of Foreign Assets Control (OFAC) del dipartimento del Tesoro mostrano che l’agenzia ha imposto sanzioni a più di mille persone che commerciavano con l’Iran, e le ultime misure hanno preso di mira la flotta petrolifera «ombra» dell’Iran, gli assicuratori marittimi, e i massicci scambi in criptovalute. Trump potrebbe sanzionare le raffinerie indipendenti che assorbono buona parte del petrolio iraniano comprato da Pechino (la Cina acquista circa l’80% del petrolio esportato dall’Iran), ma sono poco esposte al sistema finanziario Usa.

Nuovi blitz anticorruzione a Kiev – Zelensky caccia la vice del suo staff

Perquisiti i fedelissimi del presidente. E Putin ammette: «Danni per gli attacchi subiti»

Una nuova tegola cade sulla presidenza Zelensky. Iryna Mudra, vice capo di gabinetto, è stata licenziata dal leader ucraino in seguito a una nuova indagine per corruzione e riciclaggio. A dare notizia di una perquisizione a casa di Mudra e del deputato dell’opposizione Vadym Stolar, i media ucraini.

L’agenzia anticorruzione Nabu ha annunciato un’operazione speciale — denominata «Forrest Gump» — per smascherare «una cospirazione criminale» che coinvolge «alti funzionari dell’ufficio del presidente» e molti altri. Tra le figure coinvolte, secondo i media, l’ex parlamentare Maksym Mykytas e i dirigenti della Sense Bank Oleksiy Stupak e Mykola Hladyshchenko (rispettivamente amministratore delegato e presidente del Consiglio di sorveglianza per i quali il primo ministro Koretskyi ha chiesto la sospensione). Il gruppo è sospettato di aver riciclato 150 milioni di grivne (2,89 milioni di euro) per pagare la cauzione a giugno all’ex ministro dell’energia, German Galuschenko, a sua volta accusato di corruzione.

Diverse intercettazioni proverebbero il coinvolgimento di Mudra per influenzare l’operato dei dirigenti della banca. Non solo. Secondo le registrazioni rese pubbliche dalla Nabu, Mudra avrebbe anche discusso della possibilità di influenzare la selezione dei membri del comitato di controllo civico dell’agenzia. Riferendosi al procuratore capo dell’anticorruzione Oleksandr Klymenko avrebbe detto: «Se fosse riconfermato per un secondo mandato, per altri sette anni, saremmo tutti fregati».

Questo caso fa seguito all’inchiesta dello scorso anno sul monopolio statale dell’energia nucleare Energoatom, la più grande indagine per corruzione durante il mandato di Zelensky. La nuova inchiesta arriva inoltre sulla scia delle accuse di corruzione mosse a maggio contro l’ex capo di gabinetto di Zelensky, Andriy Yermak, e contro l’ex vice prima ministra e ambasciatrice negli Stati Uniti Olha Stefanishyna, rilasciata poi su cauzione a inizio agosto.

Nelle sue prime dichiarazioni pubbliche, il presidente pur ringraziando il Parlamento ucraino per aver votato a favore della conferma di Yevhen Khmara alla Difesa arrivata ieri sera dopo un rimpasto di governo iniziato un mese fa dopo le dimissioni della stessa Stefanishyna, non ha affrontato direttamente la questione delle indagini né le accuse mosse dell’ex ministro della Difesa Mykhailo Fedorov che l’altro ieri sera in un appello pubblicato online ha chiesto elezioni anticipate dopo essere stato licenziato. Al centro del messaggio di Fedorov, anche le accuse di corruzione. «Ci troviamo di fronte a una crisi sistemica di governance», ha affermato l’ex ministro sottolineando come gli scandali si susseguono mentre al fronte si continua a morire.

Sul campo la guerra continua il suo corso. Negli ultimi attacchi russi di ieri quattro persone sono rimaste uccise quando un drone ha colpito un minibus nella città meridionale di Kherson. Questo dopo che mezzi pubblici di Kherson sono stati ripetutamente presi di mira negli ultimi mesi, causando la morte di autisti e passeggeri. Nella città centrale di Zhytomyr, due agenti di polizia sono stati uccisi e altre 20 persone ferite in un attacco di droni russi. Da Mosca il presidente Vladimir Putin ha ammesso che la campagna ucraina di attacchi con droni contro le raffinerie petrolifere e le infrastrutture russe sta avendo un impatto sull’economia del Paese. Parlando al Consiglio per lo Sviluppo strategico e i progetti nazionali leader del Cremlino ha ribadito la sua posizione sull’economia russa, affermando che «i dati statistici indicano che la performance economica, sebbene complessivamente modesta, rimane positiva». Parlando poi degli attacchi ai magazzini Wildberries ha assicurato che le conseguenze «non sono critiche» anche se «tuttavia, ci causano danni: questo è ovvio e lo riconosciamo».

Il dolore di papa Leone XIV per il tragico incidente dell’autobus in Ungheria

Nell'incidente hanno perso la vita 12 pellegrini polacchi di ritorno da Medjugorje

Giunge un telegramma di papa Leone XIV, a firma di Parolin, per il tragico incidente stradale avvenuto in Ungheria che ha coinvolto un autobus con a bordo un gruppo di pellegrini polacchi di ritorno da Medjugorje. L’incidente era avvenuto il 16 agosto scorso. Il bilancio: hanno perso la vita 12 persone mentre 10 hanno riportato gravi ferite.

“Leone XIV ha appreso con profondo dolore la notizia del tragico incidente stradale”, questo l’incipit del telegramma indirizzato ai vescovi delle diocesi dalle quali provengono i pellegrini, monsignor Adam Szal, arcivescovo di Przemyśl, monsignor Jan Wątroba vescovo di Rzeszów.

Il papa – si legge sempre nel telegramma – esprime “la sua vicinanza spirituale” a quanti sono stati colpiti dal drammatico evento. “Per quei fratelli e sorelle che, di ritorno dal pellegrinaggio della fede, hanno concluso il loro pellegrinaggio terreno” – continua il telegramma – il papa “offre preghiere speciali” affidandoli “alla Misericordia di Dio” e implora, inoltre, il Signore perché dia “conforto alle loro famiglie”. Infine, invocando l’intercessione della Beata Vergine Maria di Częstochowa”, Leone XIV raccomanda tutti a Dio” e imparte “la sua benedizione apostolica, segno di paterna vicinanza e di speranza cristiana”.

Papa Leone XIV: “Il compositore di musica sacra è chiamato a conoscere e custodire il patrimonio musicale della Chiesa”

L'udienza generale del mercoledì. Approfondendo la Costituzione Sacrosanctum Concilium, il papa parla del valore della musica sacra

Ancora una volta nella basilica vaticana si svolge l’Udienza Generale del mercoledì. Ancora troppo caldo per svolgerla nella tradizionale piazza del colonnato berniniano. Ma papa Leone XIV non rinuncia comunque al suo consueto giro fra la folla. Non lo fa certamente in papa mobile, ma a piedi, attaversando il corridoio centrale nella navata principale della basilica.

Riprendendo il ciclo di catechesi su “I Documenti del Concilio Vaticano II”, incentra la sua meditazione sulla Costituzione Sacrosanctum Concilium e, oggi, in particolare sul sesto capitolo, quello dedicato alla musica sacra, “un tesoro d’inestimabile valore, che eccelle tra le altre espressioni dell’arte” (cita la Costituzione il pontefice).

Papa Leone XIV, più volte ha sottolineato il valore della musica per la liturgia. E lo ribadisce anche stamane durante l’udienza generale: “La musica è parte dell’azione liturgica e non mera decorazione della celebrazione. Nella liturgia, cantare e suonare significa pregare, sintonizzando il proprio cuore con quello delle sorelle e dei fratelli e con Dio, nella partecipazione attiva al mistero celebrato. In particolare la musica esprime la dimensione affettiva della preghiera, come afferma Sant’Agostino: «Cantare amantis est», cioè «cantare è proprio di chi ama»” continua il pontefice.  

Sottolinea quanto il canto possa favorire la comunione “attraverso la sinfonia delle voci” che “contribuisce all’unione degli animi, superando le differenze tra le persone e riunendo tutti nella lode a Dio”.  Ma papa Leone XIV non dimentica che dalla profonda valenza teologica del canto sacro derivano alcune esigenze:  “Una prima è che, al di là delle modalità o delle particolari sensibilità degli autori, esso deve rispondere a tutti i livelli a ciò che è più appropriato per il momento celebrativo. La forma, poi, specialmente nel suo aspetto melodico, dev’essere al tempo stesso nobile e semplice, di alta qualità musicale e facilmente eseguibile, quando soprattutto è destinata ad essere cantata da tutta l’assemblea” raccomanda il pontefice.  E per quanto concerne i testi raccomanda – come fa il Concilio Vaticano II – “siano adeguati, profondi e nel contemporaneo agevolmente comprensibili, ispirati principalmente alla Sacra Scrittura, ai libri liturgici e alla Tradizione spirituale della Chiesa”. 

Chiede vigilanza su quest’ultimo punto, il pontefice. Il Concilio attribuisce poi grande valore al canto gregoriano, “pur non escludendo dalla celebrazione altri generi di musica sacra” precisa papa Leone XIV. Altro tema che affronta la catechesi di oggi è quello dell’inculturazione anche nel campo della musica sacra. “Si sottolinea, in particolare, in relazione alle tradizioni musicali delle diverse culture – continua il papa – l’importanza di tenerle in seria considerazione, come parte della vita religiosa e sociale delle persone”. 

Un compito particolare è riconosciuto, nel contesto liturgico, alla schola cantorum che papa Leone XIV definisce “strumento pastorale”. E per i compositori di musica sacra una “raccomandazione”: “E’ chiamato a conoscere e custodire il patrimonio musicale della Chiesa, lasciandosi ispirare da esso per dare vita a nuove composizioni al servizio della liturgia, nel rispetto della sensibilità contemporanea e delle diverse tradizioni culturali” per “assicurare dignità e bontà di forme alla musica liturgica”. Un’educazione, quella musicale e liturgica, che papa Leone XIV invita a essere “promossa nei seminari, nei noviziati dei religiosi e delle religiose e negli studentati, come pure negli altri istituti e scuole cattoliche”.

La Chiesa in Perù presenta la preghiera ufficiale per il viaggio del Papa

La Conferenza episcopale del Paese latino americano ha reso nota l'orazione che accompagnerà il viaggio apostolico di Leone XIV dall'11 al 17 novembre nelle città di Lima, Chiclayo, Cusco e Pucallpa. L'invito rivolto ai fedeli è quello di prepararsi spiritualmente ad accogliere il Pontefice

La Conferenza Episcopale Peruviana (CEP) ha reso nota la preghiera ufficiale per il viaggio apostolico di Papa Leone XIV nel Paese, un’iniziativa che mira a predisporre la comunità cattolica a questo incontro e a chiedere che la presenza del Pontefice contribuisca a rinnovare la fede, rafforzare la speranza e promuovere la pace. “Accogliamo con immensa gioia la visita di Leone XIV, perché la sua presenza tra noi sarà un vero dono per il nostro popolo e un’opportunità per rinnovare la nostra fede, rafforzare la speranza e camminare uniti come Chiesa al servizio del Vangelo”, ha dichiarato monsignor Carlos García Camader, presidente della CEP e vescovo di Lurín.

Una pace disarmata e disarmante

La preghiera riprende uno dei principali messaggi del pontificato di Leone XIV: l’invito a costruire una pace “disarmata e disarmante”, capace di trasformare i conflitti, fermare la violenza e superare gli odi, per aprire cammini di unità all’interno del popolo di Dio. L’Episcopato peruviano ha inoltre sottolineato il legame speciale del Pontefice con il Paese, dovuto agli anni in cui ha svolto il suo ministero pastorale in Perù e al suo precedente incarico di vicepresidente della Conferenza episcopale peruviana. In questo senso, la sua prossima visita è stata definita un “tempo di grazia” per la Chiesa e per la società peruviana.

Una preghiera per la pace in Perù

La preghiera affida la visita apostolica a Santa Maria, Madre della Chiesa, a San Toribio di Mogrovejo e ai santi peruviani. Chiede inoltre che l’incontro con il Papa permetta di rinnovare la speranza e di rafforzare la pace in tutto il territorio nazionale. La visita di Leone XIV si svolgerà dall’11 al 17 novembre e comprenderà attività a Lima, Callao, Pucallpa, Cusco e Chiclayo. In vista di questo evento, la Conferenza episcopale peruviana ha invitato i peruviani ad aprire il cuore e a vivere una comunione fraterna e solidale, con l’obiettivo di accogliere il messaggio di pace, dialogo e riconciliazione che il Pontefice rivolgerà al popolo di Dio. Infine, l’episcopato peruviano ha ringraziato quanti contribuiranno alla diffusione della preghiera ufficiale e ha esortato i fedeli a partecipare attivamente alla preparazione spirituale della visita di Leone XIV.

Leone XIV: sviluppare sempre in se stessi un’autentica coscienza di pace

Al termine dell'udienza generale, il Papa esorta ad "un forte e costante impegno" per una pacifica convivenza tra i popoli, "seguendo con onestà e verità le vie che la costruiscono e la confermano nella società". Nel saluto ai pellegrini provenienti dalla Polonia il ricordo di Władysław Findysz, "sacerdote e primo polacco beatificato come martire delle persecuzioni comuniste". Il suo esempio insegna "che la civiltà dell’amore si costruisce perdonando e vincendo il male con il bene

La pace ha inizio da ogni singolo individuo ed è un’aspirazione che va coltivata perché diventi universale. Leone XIV, al termine dell’udienza generale, oggi, 19 agosto, esorta tutti, nel saluto in lingua italiana, “a sviluppare sempre in se stessi un’autentica coscienza di pace”. Rievocando, senza citarlo direttamente, il concetto di pace offerto da sant’Agostino ne La città di Dio, il Papa chiede di lavorare concretamente perchè ci possa essere un’armonica convivenza tra gli uomini. “La pace dello Stato è l’ordinata concordia del comandare e obbedire dei cittadini”, scrive il vescovo di Ippona, specificando che “la pace dell’universo è la tranquillità dell’ordine. L’ordine è l’assetto di cose eguali e diseguali che assegna a ciascuno il proprio posto”. L’invito del Pontefice, una sintesi del pensiero agostiniano, è un incoraggiamento a ogni persona a maturare e mantenere nel proprio cuore sentimenti di pace affinché l’armonia interiore divenga concordia con gli altri e ricerca del bene comune.

Abbiate la sincera consapevolezza che la pace è un bene prezioso e grande e che occorre un forte e costante impegno per realizzarla, seguendo con onestà e verità le vie che la costruiscono e la confermano nella società.

La testimonianza di Władysław Findys

Nelle parole rivolte in precedenza ai fedeli polacchi, dal Pontefice un’indicazione precisa, da mettere in pratica, perché l’intera umanità viva pacificamente.

La civiltà dell’amore si costruisce perdonando e vincendo il male con il bene.

A tal proposito il Papa richiama la testimonianza di Władysław Findysz. Sacerdote e primo polacco beatificato come martire delle persecuzioni comuniste, ha sostenuto “spiritualmente” i lavori del Concilio Vaticano II “coinvolgendo i fedeli nell’’Opera conciliare di bontà’ con atti di carità e di rinnovamento morale”, e verrà ricordato nella liturgia del 23 agosto, giorno in cui “si celebra la Giornata europea di commemorazione delle vittime dello stalinismo e del nazismo”.

L’economia mondiale rallenta. Cresce solo l’investimento bellico e il suo indotto

Le guerre rallentano la crescita, alimentano inflazione e debiti pubblici e spostano risorse verso armamenti e tecnologie militari. Mentre diplomazia e produzioni civili arretrano, l’economia della difesa conquista investimenti e nuovi spazi di espansione.

Non tutto il mondo, per fortuna, è coinvolto nelle guerre. Aree di rilevantissimo peso economico (l’India ad esempio, il Paese più popoloso al mondo con 1,5 miliardi di abitanti) ne stanno ben fuori. Tutti investono però in armamenti e nelle tecnologie di difesa/attacco: dai costosi satelliti ai diffusissimi droni e alcuni anche nel nucleare militare. Si può osservare che, come è accaduto quasi sempre nella storia recente, le industrie del 21esimo secolo accompagnano e non frenano le tensioni internazionali. Non solo negli Usa, Russia, Israele, Iran e già non sarebbe poco. Ovunque affluiscono fondi pubblici e privati, si sottraggono risorse pubbliche che andrebbero a beneficio di produzioni non belliche, commerci e miglioramento delle condizioni di vita. L’ambiente passa in secondo piano.

La guerra, vera o temuta, prende tutto. E’ entrata nel quotidiano dei politici e dei popoli, con l’aumento delle spese militari per la Nato, gonfiando i debiti pubblici, si chiede la pace senza però farsi trovare impreparati dagli sviluppi negativi. Gli elettori sbandano, non ovunque si può votare liberamente. Le economie rallentano e tutti i principali centri di ricerca riducono le stime di crescita globale, misurata dal Pil (il valore dei beni e servizi prodotti in un anno), segnalano la frenata: per l’Ocse (l’organizzazione dei 38 Paesi maggiormente industrializzati) il 2026 si chiuderà con un+2,8% globale che scenderà al 2,1% se la guerra in Medioriente dovesse continuare fino al 2027. Frenata prevista anche dal Fondo Monetario Internazionale (3%). In Europa guerra alle porte e caro-petrolio ridurranno la crescita 2026 sotto l’1%. Ci sono seri rischi di recessione economica. La ripresa sarebbe invece forte senza combattimenti, morte, distruzioni. Con le diplomazie impegnate in percorsi di pacificazione territoriale.

Ma ci sono ambienti economici in grado di far deviare il flusso di investimenti da armamenti e tecnologie di guerra verso altro?  Non certo la finanza abituata a cercare profitti in uno scenario ma anche nel suo opposto. Al netto di qualche temporaneo scossone, le Borse intercettano e gestiscono il denaro che non ha fissato paletti etici.

Pesa, e molto, il conflitto nel Golfo Persico con l’aumento dei prezzi del petrolio che si trasferisce all’inflazione dei Paesi maggiormente dipendenti da quei Paesi produttori. Salirà al 3,1% in media d’anno quella nazionale misurata dalla Banca d’Italia.  Se armamenti e tecnologie collegate prendono tutti gli investimenti, il caro-carburante riduce le risorse disponibili per altri consumi. Le banche centrali sono costrette ad alzare i tassi di interesse (la Bce lo ha fatto in Europa a giugno e probabilmente replicherà a settembre), per imprese e cittadini costa di più ampliare le attività o indebitarsi per una casa e per cambiare gli elettrodomestici. Le aziende non belliche sono penalizzate dagli scenari di guerra. Le esportazioni sono disturbate dai dazi ma si sono difese cambiando i mercati di sbocco. Così il turismo. Troppo poco. Prevale l’economia di guerra/difesa ed è logico che alcune aziende trovino in quel settore aree di espansione.

Nei cieli dell’Ucraina, droni e missili Shahed. Strage di civili a Kharkiv, due giorni di lutto

Droni e missili russi colpiscono diverse regioni dell’Ucraina, con vittime e feriti. Kiev rivendica l’abbattimento di 56 droni e due munizioni russe. Il rapporto Onu segnala a luglio il numero più alto di vittime civili dall’inizio dell’invasione russa nel 2022.

Attacchi incrociati tra Ucraina e Russia. Ai droni lanciati dagli ucraini in Russia, i russi rispondono con attacchi diffusi e mirati in tutta l’Ucraina. Secondo quanto riferisce l’Aeronautica militare ucraina attraverso Telegram, le forze di difesa aerea ucraine hanno abbattuto solo nella notte tra il 18 e il 19 agosto 56 droni e due munizioni a guida autonoma “Banderole” utilizzati dalle forze russe negli attacchi contro l’Ucraina. A partire dalle 18 di martedì 18 agosto (ore 17 in italiana), le forze russe hanno lanciato un attacco utilizzando due missili balistici “Iskander-M” e 65 droni d’attacco, tra cui velivoli della serie Shahed, munizioni a guida autonoma “Gerbera” e “Banderole” e droni esca “Parody”. I lanci sono avvenuti dai territori russi di Kursk e Orel, nonché dalle zone occupate di Donetsk, Hvardiyske e Crimea.

Il “bollettino di guerra”. Sempre dalla serata del 18 agosto, le forze russe hanno attaccato più di dieci volte due distretti della regione di Dnipropetrovsk, utilizzando droni e artiglieria. Secondo quanto riferito da Ivan Fedorov, capo dell’amministrazione militare regionale di Zaporizhzhia, su Telegram, “una persona è rimasta uccisa e altre sei ferite a seguito dell’attacco nemico a Zaporizhzhia”. Le forze russe hanno colpito un edificio residenziale multipiano con un drone. La comunità di Pechenihy, nella regione di Kharkiv, ha proclamato il 18 e il 19 agosto giorni di lutto per le vittime dell’attacco missilistico russo avvenuto nella mattina del 18 agosto. Secondo quanto dichiarato dal sindaco, a mezzogiorno il bilancio era di 10 morti e 20 feriti, anche se il numero delle vittime non è ancora definitivo. Secondo quanto riporta oggi su Facebook lo Stato Maggiore delle Forze Armate dell’Ucraina, le perdite totali in combattimento tra le truppe russe dall’inizio dell’invasione su larga scala dell’Ucraina — dal 24 febbraio 2022 al 19 agosto 2026 — ammontano a circa 1.471.160 persone, inclusi 1.190 nelle ultime 24 ore.

La guerra in Ucraina miete sempre più vittime tra i civili. È la Missione ONU per il Monitoraggio dei Diritti Umani (HRMMU) a fare “il punto” in un Report recentemente pubblicato.

Luglio 2026 è stato il mese in cui sono stati uccisi e feriti più civili rispetto a qualsiasi altro mese dal marzo 2022, segnando un nuovo record nell’escalation dei danni civili di quest’anno.

La Missione Onu conferma che “solo” nel mese di luglio, almeno 437 civili sono stati uccisi e 2.610 feriti in Ucraina, segnando un aumento del 30 per cento rispetto al mese precedente e del 70 per cento rispetto a luglio 2025. Con almeno 54 civili uccisi e 202 feriti, Kiev è stata una delle città più colpite dell’Ucraina a luglio. Dal 24 febbraio 2022, la Missione Onu ha verificato almeno 16.874 civili uccisi, inclusi 820 bambini, e 51.273 feriti, tra cui 3.126 bambini. Nel Report, la stessa Missione Onu parla di 79 civili uccisi e 601 feriti nella Federazione Russa a luglio. Ma l’organizzazione non è stata in grado di verificare in modo indipendente questi dati secondo i suoi standard di verifica a causa della mancanza di accesso e delle informazioni limitate.

La difficile vita in Bielorussia. Intanto la Conferenza episcopale ucraina rilancia sul suo sito la notizia secondo cui “nonostante la cooperazione attiva del clero della Chiesa cattolica romana in Bielorussia con le autorità, i casi di mancato rinnovo del permesso per sacerdoti stranieri di servire nel paese stanno diventando sempre più frequenti”. Secondo quanto riporta l’agenzia di stampa cattolica “Risu” 11 sacerdoti dell’Arcidiocesi di Minsk-Mogilev, di nazionalità polacca, saranno costretti a lasciare la Bielorussia, poiché non hanno ricevuto il rinnovo del permesso provvisorio dall’Ufficio del Commissario per le Religioni e le Nazionalità per continuare le attività religiose. L’arcivescovo Józef Stanevsky di Minsk-Mogilev ha inviato una lettera di richiesta al presidente Alexander Lukashenko affinché conceda il permesso a questi sacerdoti così che possano “servire in Bielorussia”.

Le parole di Maria

Le parole di maria_20.08

I messaggi della Regina della Pace sui Pastori della Chiesa dati a Mirjana di Medjugorje (2009-2015)

61.I MESSAGGI DELLA REGINA DELLA PACE AI PASTORI

Il Fuoco ha colpito il Posto due Volte, ma il Crocifisso è rimasto in piedi: la Storia dietro la Foto di cui Tutti parlano

La fotografia, pubblicata su Instagram domenica 26 luglio, è diventata rapidamente virale...

fatto del giorno

Mentre gli incendi boschivi continuano a colpire l’Europa e gli Stati Uniti occidentali, una particolare immagine è diventata virale sul web. In Francia, il fotoreporter Patrick Bernard ha catturato con il suo iPhone un crocifisso rimasto in piedi tra le ceneri degli incendi che hanno devastato Saumos, piccola città nella regione del Médoc, vicino a Bordeaux. La foto, pubblicata su Instagram domenica 26 luglio, è diventata rapidamente virale.

Patrick, fotoreporter da quattro decenni, documenta storie con una regola che lui stesso si è imposto: tutte le foto, i testi e i brani musicali che condivide sono creati interamente con il suo iPhone. Quando non è in viaggio, vive a Bordeaux.

“Il fuoco è passato di qui…poi è passato di nuovo”

Gli abitanti del luogo lo chiamano semplicemente “il Cristo”: una croce che è a Saumos dalla fine del XIX secolo e che segna il luogo dove ogni anno si svolge la processione del Venerdì Santo. André Prouvoyeur, ranger e consulente tecnico del DFCI (Défense des Forêts Contre l’Incendie), la conosce molto bene, dato che la sua proprietà si trova vicino ad essa.

Parlando con Famille Chrétienne, ha affermato:

“Eccoci qui, a sud di Saumos. L’incendio è passato da qui e poi è tornato di nuovo. Questo è il Calvario che la gente del posto chiama ‘il Cristo’. In origine era una croce missionaria. È qui che si svolge la processione del Venerdì Santo. È bruciata la boscaglia, è bruciata l’erba che era stata falciata; questo si vede bene. Anche questo piccolo cespuglio è bruciato, e qui si possono vedere i segni delle bruciature sul retro della croce. Anche lei è bruciata leggermente”

Nemmeno la Croce ne è uscita del tutto illesa, ma ha resistito!

Una Fonte d’Acqua e un Pozzo di Fede

Durante gli incendi, Prouvoyeur non si limita a osservare le fiamme che attraversano le sue terre: la sua tenuta ha una grande riserva d’acqua che è una risorsa fondamentale per tutti coloro che combattono il fuoco.

“Collaboro con il DFCI (Défense des Forêts Contre l’Incendie) come consulente tecnico. Inoltre, poiché ho una grande riserva d’acqua nella mia tenuta, tutti vengono a fare rifornimento. I volontari, il DFCI, i vigili del fuoco, gli agricoltori… Tutte le autocisterne che passano di qui vengono rifornite d’acqua nella mia proprietà. Ciò che mi dà forza è la fede, nel mio lavoro e in Cristo”

Più di un Secolo di Veglia

La resistenza del crocifisso appare ancora più impressionante quando si conosce la sua storia. Prouvoyeur ha spiegato che è stato eretto durante una campagna missionaria cattolica in una zona della Francia che per molto tempo è stata considerata difficile per l’evangelizzazione.

“Era in origine una croce missionaria perché il Médoc, il sud del Médoc in particolare, era una regione molto difficile per la religione. Ancora oggi lo è. Qui si sono svolte campagne missionarie, e questa è una delle croci ancora in piedi della fine del XIX secolo”

Più di 130 anni dopo essere stato eretto per la prima volta per portare la fede in una regione riluttante, il Cristo di Saumos ha catturato l’attenzione del mondo grazie a un’unica fotografia che mostra ciò che il fuoco non è stato in grado di distruggere!

Cresce il bilancio delle vittime civili in Sudan

In più di 5.000 costretti a fuggire in soli quattro giorni

Khartoum – Sono oltre 5.000 le persone costrette a fuggire dal sud-est del Sudan in soli quattro giorni. Secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), tra il 12 e il 15 agosto 5.355 persone, appartenenti a 1.071 famiglie, hanno lasciato la città di Qaisan e sette villaggi circostanti, nello Stato del Nilo Azzurro, a causa del deterioramento delle condizioni di sicurezza. Gli sfollati hanno cercato riparo in altre aree dello stesso Stato, ma l’Oim avverte che la situazione resta tesa e instabile.

Già l’11 agosto circa 2.500 persone erano fuggite da Qaisan, dove l’esercito sudanese ha riferito di aver respinto un attacco delle Forze di supporto rapido (Rsf) e di forze alleate. La violenza continua anche in altre regioni del Paese. Nel Kordofan settentrionale, secondo quanto riferito dalle Nazioni Unite, più di una dozzina di civili sono stati uccisi e altri sono rimasti feriti negli scontri a Um Arada, a sud-ovest di El Obeid, mentre oltre 4.200 persone sono state costrette ad abbandonare la città e le zone circostanti tra venerdì e sabato. Il conflitto, iniziato nell’aprile 2023 tra l’esercito guidato da Abdel Fattah al-Burhan e le Rsf, ha ormai frammentato il Sudan in diverse aree di controllo: le forze regolari dominano gran parte di Khartoum e del centro del Paese, i paramilitari mantengono vaste zone del Darfur e il Kordofan resta uno dei principali fronti della guerra.

In questi giorni è stato peraltro diffuso un video sulle piattaforme social, da parte di combattenti delle Forze di supporto rapido, in cui si vedono decine di veicoli radunati nel sud-est della Libia prima di essere inviati in Darfur. I veicoli sono stati scaricati da aerei cargo all’aeroporto libico di Al Kufra. Le aree circostanti la città sono diventate un centro logistico e una base di supporto per le operazioni e il rifornimento delle Rsf. Sul piano diplomatico proseguono intanto i tentativi di arrivare a una tregua. Una delegazione del Consiglio per la Pace e la Sicurezza dell’Unione africana è arrivata a Khartoum per una visita di due giorni, con l’obiettivo di favorire un cessate-il-fuoco, migliorare l’accesso agli aiuti umanitari e rilanciare il processo politico. Dopo l’incontro con al-Burhan, il presidente di turno del Consiglio, il diplomatico algerino Mohamed Khaled, ha chiesto la fine delle interferenze straniere e ribadito che una pace duratura può passare soltanto attraverso il dialogo e un accordo politico.

Dieci uccisi a Kharkiv. Mosca minaccia Londra per i droni “inglesi”

Nonostante il logoramento reciproco, nessun segno della volontà di congelare la linea del fronte. L’ex ministro Fedorov sfida Zelensky e chiede elezioni

Russia e Ucraina combattono fino allo sfinimento reciproco, anche se entrambe sono vicine al punto di saturazione, con il consigliere del presidente Vladimir Putin, Yuri Ushakov, che in un’intervista al canale Rossiya 1 è tornato a escludere la possibilità del congelamento della linea del fronte per agevolare le trattative di pace, spiegando che i problemi devono essere risolti «alla radice».

L’altra notte, la regione di Mosca è stata bersaglio di una pioggia di droni, la seconda in pochi giorni. Stando al sindaco della capitale russa, Serghei Sobyanin, i velivoli senza pilota che hanno colpito l’area metropolitana sono stati 620, di cui 180 intercettati e distrutti dalle difese aree. Secondo il governatore della regione, il bilancio è di tre feriti, fra cui un bambino di dieci anni. Dall’altra parte, l’Ucraina conta i morti. A Kharkiv un attacco missilistico ha provocato dieci vittime. Sullo sfondo l’attacco all’Europa, accusata ancora una volta dal Cremlino di aver un ruolo concreto e diretto. Una parte dei droni che hanno colpito la Russia nella notte fra lunedì e martedì sarebbe di fabbricazione inglese. Sulla Piazza Rossa non chiedevano di meglio e, tramite l’ambasciata russa a Londra, hanno fatto sapere che il Regno Unito «pagherà un prezzo» per la fornitura di droni all’esercito di Kiev. La replica britannica è stata tempestiva, sottolineando che il governo ha scelto di dare all’Ucraina l’equipaggiamento necessario per difendersi dall’invasione.

Nonostante il reciproco indebolimento, la guerra va avanti. Il ministero della Difesa russo ieri ha annunciato la conquista di due città ucraine nella regione del Donbass. Si tratta di Dobropillia e Sloviansk. Secondo il dicastero, la capitolazione di queste due località è di alto valore strategico perché «priva il nemico della capacità di mantenere le difese sugli accessi meridionali a Dobropillia, complicando considerevolmente

la sua situazione in questo settore del fronte». Un’avanzata inesorabile, ma ancora troppo lenta per gli standard del Cremlino. Per questo nel Paese continuano a rincorrersi voci su una seconda mobilitazione, anche se dalla Piazza Rossa smentiscono, almeno ufficialmente.

Dall’altra parte della barricata, l’Ucraina conta i morti. Ieri dieci persone sono rimaste uccise in un attacco missilistico nella regione di Kharkiv. E chi non muore deve scappare. Oleksandr Ganzha, il capo dell’amministrazione militare di Dnipropetrovsk, nella parte centro-orientale del Paese e alle porte del Donbass, ha annunciato che le autorità ucraine hanno ordinato l’evacuazione di diverse famiglie, con circa 2.200 bambini, da varie località. Avranno un mese di tempo per lasciare la loro casa e la loro vita e verranno ospitati in centri dislocati in altre parti dell’Ucraina, ritenute se non più sicure almeno meno pericolose. La misura è stata dettata dall’intensificazione dei bombardamenti. La regione di Dnipropetrovsk è bersaglio di regolari attacchi da parte di droni e missili russi. Nonostante questo, secondo i dati dell’Institute for the study of war, l’esercito ucraino proprio in queste aree a luglio ha riguadagnato terreno. Non si salva nemmeno la regione di Kiev, dove i missili hanno colpito la cittadina di Brovary, danneggiando un edificio che ospitava uffici, alcuni magazzini e provocando incendi in tre punti. Secondo l’amministrazione regionale, sono stati presi di mira anche edifici religiosi. Nella capitale, il presidente Volodymyr Zelensky ha formalmente nominato ministro della Difesa Yevhen Khmara, che ricopriva l’interim, dopo la rimozione di Mychajlo Fedorov, avvenuta il 16 luglio e che aveva dato luogo a manifestazioni di piazza. Ieri l’ex ministro ha chiesto elezioni.

Il sud del Caucaso e il cammino sul filo di Tbilisi tra Mosca e Ue

Nell'anniversario della Guerra dei Cinque Giorni del 2008 la Russia ha rinnovato l'offerta di una "mediazione" con Abkhazia e Ossezia del Sud. Le parti hanno limitati canali politici, ma piena operatività nel commercio e trasporti. I vertici del Sogno Georgiano puntano a ricostruire ponti.

Mosca (AsiaNews) – La dichiarazione dei giorni scorsi di Sergej Lavrov, ministro degli Esteri di Mosca, sulla disponibilità della Russia ad aiutare Georgia, Abkhazia e Ossezia del Sud a stabilire contatti ha scatenato un acceso dibattito a Tbilisi. Nel 18° anniversario della “Guerra dei Cinque Giorni” tra Russia e Georgia per i territori delle repubbliche separatiste, i russi hanno proposto di facilitare la riconciliazione tra Tbilisi, Tskhinvali e Sukhumi. “La parte russa è pronta a continuare a fornire un’assistenza completa alle parti per far progredire il processo negoziale, rafforzare la fiducia e costruire relazioni inter-statali nell’interesse della stabilità e della sicurezza nel Caucaso meridionale”, ha affermato il ministro in una dichiarazione.

Sebbene le attuali autorità georgiane siano impegnate in relazioni pragmatiche con Mosca ed evitino lo scontro, Tbilisi considera inaccettabile la proposta di riconciliazione con l’Abkhazia e l’Ossezia del Sud: la leadership considera questi Paesi come parte integrante del territorio georgiano. Per l’Abkhazia e l’Ossezia del Sud, al contrario, un dialogo inter-statale paritario con la Georgia e garanzie legali di non ricorso alla forza rappresentano uno scenario assolutamente favorevole. Non è la prima volta che la Russia tenta di mediare tra le parti in conflitto. Un anno fa, un’analoga dichiarazione di Lavrov ricevette una valutazione più favorevole da parte del partito di governo del Sogno Georgiano.

Il segretario generale del partito e sindaco di Tbilisi, Kakha Kaladze, affermò allora che le autorità accoglievano con favore la disponibilità della Russia a facilitare la riconciliazione, ma permane una fondamentale divergenza di vedute. Il premier Iraklij Kobakhidze ha recentemente dichiarato senza mezzi termini che le relazioni diplomatiche con la Russia non potranno essere ripristinate finché Mosca continuerà a riconoscere l’indipendenza dell’Abkhazia e dell’Ossezia del Sud. Allo stesso tempo, ha definito una soluzione pacifica una delle priorità della politica estera di Tbilisi.

La Georgia ha interrotto le relazioni diplomatiche con la Russia nel 2008, in seguito alla Guerra dei Cinque Giorni, e questo conflitto rimane il principale ostacolo alla piena normalizzazione delle relazioni tra Russia e Georgia. Tuttavia, l’assenza di ambasciate non significa una completa mancanza di contatti: le due parti mantengono limitati canali di interazione politica, mentre i collegamenti di trasporto e commerciali sono pienamente operativi. A Sukhumi il consigliere presidenziale Sergej Šamba ha affermato che l’assenza di relazioni diplomatiche tra Russia e Georgia “rappresenta principalmente un peso per la parte georgiana”, ritenendo inoltre che la dura retorica di Tbilisi stia allontanando la società abkhaza dalla prospettiva di scambi culturali, cooperazione e buon vicinato.

L’Ossezia del Sud, da parte sua, ha respinto l’interpretazione georgiana della questione: Tskhinvali ha ricordato che Mosca considera immutabili le decisioni di riconoscere le due repubbliche, e ha invitato Tbilisi a tenerne conto. La novità della situazione attuale non risiede tanto nell’emergere di un nuovo piano di soluzione, quanto nel cambiamento di tono delle autorità georgiane: sebbene il tema della “occupazione di territori georgiani” rimanga una costante a Tbilisi, la leadership del Sogno Georgiano parla sempre più spesso della necessità di ricostruire i ponti distrutti con l’Abkhazia e l’Ossezia del Sud. In vista delle elezioni parlamentari del 2024, il fondatore del partito, Bidzina Ivanišvili, aveva addirittura affermato che la Georgia deve trovare la forza di chiedere scusa per la guerra del 2008, ma queste parole avevano scatenato proteste, poiché molti nella società georgiana le avevano interpretate come un tentativo di scaricare la responsabilità del conflitto sulle precedenti autorità georgiane.

Kobakhidze in realtà prosegue su questa linea anche oggi: nell’anniversario della Guerra dei Cinque Giorni, ha nuovamente accusato il gruppo di Mikhail Saakašvili e il Movimento Nazionale Unito, oggi all’opposizione, di aver provocato gli scontri e di essere quindi responsabili delle conseguenze degli eventi dell’agosto 2008. Allo stesso tempo, il primo ministro ha criticato l’opposizione e parte della società civile per una “russofobia contratta”, sostenendo che il forte aumento della retorica anti-russa dopo il 2022 sia dovuto a pressioni esterne, e a tentativi di trascinare la Georgia in un conflitto con la Russia.

L’offerta russa di mediazione giunge in un momento in cui la Georgia è contemporaneamente in disaccordo con la Russia sullo status dell’Abkhazia e dell’Ossezia del Sud, e sta attraversando una profonda crisi con i suoi partner europei. Le questioni democratiche ostacolano il riavvicinamento con l’Ue, mentre la persistenza delle controversie territoriali impedisce la transizione verso relazioni a pieno titolo con Mosca.