RD Congo, il ritorno nelle scuole cattoliche sotto la minaccia di Ebola

Tra il rafforzamento dei protocolli sanitari, l’insicurezza cronica e la speranza suscitata dalle sperimentazioni vaccinali, la rete scolastica cattolica dell’Ituri, nel nord-est della Repubblica Democratica del Congo, si organizza affinché i giovani di Bunia non perdano un anno scolastico. Secondo l’Oms, l’attuale epidemia si sta diffondendo più rapidamente di tutte le precedenti epidemie

Il ritorno a scuola nella Repubblica Democratica del Congo avrà luogo, su tutto il territorio nazionale, martedì primo settembre, come ufficializzato dal ministero dell’Istruzione nazionale. Tuttavia, nella diocesi di Bunia, in Ituri, questo ritorno a scuola viene preparato in un contesto particolarmente difficile, segnato dalla 17ª epidemia di Ebola che sta attraversando il Paese e che, ad oggi, ha provocato oltre 2.300 decessi e vede più di 4.900 casi confermati. Don Willy-Rogatien Dzaringa, coordinatore diocesano delle scuole cattoliche convenzionate di Bunia, illustra ai media vaticani le misure messe in atto affinché gli studenti possano tornare a scuola in sicurezza.

Le risorse insufficienti

“Le scuole cattoliche della diocesi di Bunia, che gestiamo come tutte le altre – assicura don Dzaringa – si stanno effettivamente preparando ad aprire le loro porte in questa data”. Il protocollo previsto si basa sul rafforzamento delle misure di prevenzione, sulla sensibilizzazione “di tutti gli operatori dell’educazione e dell’apprendimento” e su una “supervisione piuttosto rigorosa”. Concretamente, si tratterà di “rilanciare e moltiplicare i dispositivi per il lavaggio delle mani in tutte le scuole” e di dotare ogni istituto di un termometro laser frontale, più comunemente chiamato thermoflash. In ogni scuola, inoltre, sono stati istituiti dei presidi, già dalla fine del precedente anno scolastico, con il compito di garantire “una trasmissione quotidiana delle informazioni sanitarie”.

Il coordinatore diocesano non nasconde tuttavia i limiti di questo sistema. “I finanziamenti per questi dispositivi di lavaggio delle mani, e soprattutto, per i thermoflash, sono assolutamente insufficienti”,, è la sua denuncia. Sebbene alcune scuole dispongano già di attrezzature, ricevute in particolare grazie alle donazioni di partner umanitari, “il loro numero è ben lontano dal coprire i reali bisogni delle scuole, soprattutto nelle zone rurali”.

Rassicurare le famiglie

Al di là dell’aspetto strettamente sanitario, è in gioco anche la fiducia dei genitori. «Stiamo già cercando, in questo momento, di rassicurare le famiglie, fornendo loro informazioni chiare sulle misure che adottiamo nelle scuole per garantire la sicurezza dei loro figli di fronte all’epidemia del virus Ebola», precisa don Dzaringa. Questa attività di sensibilizzazione si basa in particolare sull’Associazione dei genitori delle scuole cattoliche, che diffonde i messaggi “a livello dei diversi comitati scolastici”, oltre che sulle parrocchie nelle quali sono presenti le scuole, sulla radio diocesana e su altri media locali.

Un’insicurezza cronica 

A questa crisi sanitaria si aggiunge una realtà più antica: “Sono circa otto anni che l’insicurezza, provocata dalle diverse ondate di violenza che abbiamo conosciuto, destabilizza le scuole”, ricorda il coordinatore diocesano, collocando l’inizio della crisi intorno al 2018. Ogni anno, il coordinamento diocesano delle scuole cattoliche si impegna a integrare i bambini sfollati a causa di queste violenze, un compito definito “molto arduo. Ogni volta che riusciamo a inserire nel nostro sistema scolastico un numero più o meno significativo di questi bambini, si verificano nuovi episodi di violenza che costringono nuovamente alcuni studenti a lasciare le proprie scuole”.

Nonostante questa duplice difficoltà, l’insicurezza cronica e l’epidemia, don Dzaringa ribadisce la volontà di continuare ad accogliere questi bambini. “Pensiamo – è la sua speranza – di continuare a iscrivere questi studenti nelle nostre scuole, che hanno la capacità di offrire loro accoglienza, osservando al tempo stesso le misure sanitarie che si impongono in questo momento”. La diocesi intende inoltre “far funzionare le scuole per gli sfollati e le infrastrutture scolastiche che possono accoglierli, per consentire una ripresa più rapida”.

La formazione degli insegnanti

Sul fronte della prevenzione, la formazione degli insegnanti e degli altri operatori dell’istruzione “non parte da zero”, precisa il coordinatore diocesano. È iniziata già nel maggio e giugno dell’anno precedente, “quando erano già percepibili i primi segnali di questa epidemia”, e prosegue anche durante le vacanze scolastiche. Si basa su strumenti concreti, come appunto i thermoflash e i termometri, ma anche sulla diffusione di informazioni attraverso manifesti, trasmissioni e spot radiofonici. Per questo, la diocesi conta sul sostegno della Caritas diocesana, in particolare del suo Ufficio delle opere mediche, e dei suoi partner.

Le sperimentazioni vaccinali

Circa le sperimentazioni cliniche in corso contro il ceppo Bundibugyo, don Dzaringa è categorico: “Queste campagne di vaccinazione suscitano effettivamente una grande speranza per tutta la popolazione della provincia dell’Ituri, già gravemente colpita da questa epidemia”. La comunità scolastica, così come l’intera popolazione, “chiede con tutte le sue forze che i risultati di queste campagne vaccinali permettano di contenere efficacemente la diffusione di questa epidemia, che ha già causato un numero molto elevato di vittime”.

Un appello alla comunità internazionale

Il coordinatore diocesano torna infine sulla cronologia della crisi. Dopo che il governo congolese ha dichiarato la 17ª epidemia di Ebola il 15 maggio scorso, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha proclamato, due giorni dopo, un’emergenza sanitaria pubblica di rilevanza internazionale. “A più di due mesi da quella dichiarazione, assistiamo a numerose mobilitazioni”, osserva, riferendosi alla “grande agitazione” sia da parte delle autorità congolesi, sia dei partner umanitari internazionali. Purtroppo però, ciò che manca è “il buon coordinamento, potrei dire la buona centralizzazione, di queste diverse azioni per ottenere risultati concreti ed efficaci sul campo”.

Don Dzaringa ricorda, infine, che il ministro congolese della Sanità si è recato almeno tre volte a Bunia, così come altri membri del governo, tra cui la stessa premier, Judith Suminwa. “Ogni volta, nei loro discorsi, hanno annunciato che erano stati stanziati milioni di dollari per la risposta a questa epidemia – osserva – ma concretamente le cose non sembrano ancora andare avanti e la gente continua a morire in gran numero”. Il suo appello, in conclusione, è rivolto tanto all’Oms, quanto al governo congolese e ai partner umanitari internazionali, tra cui l’Unicef: “È necessario rafforzare gli sforzi per gestire e porre effettivamente fine a questa epidemia. Credo che sia questo ciò che potrebbe salvare l’anno scolastico 2026-2027 per i giovani di Bunia”.

Mercoledì 12 agosto, il direttore del programma dell’Oms per le emergenze e la risposta alle epidemie ha dichiarato di essersi impegnato a invertire la tendenza della diffusione del virus entro tre mesi.

Il Papa prega per i pellegrini polacchi morti in un incidente d’autobus in Ungheria

In un telegramma a firma del cardinale segretario di Stato Parolin, il Papa assicura la sua vicinanza spirituale a tutti coloro che sono stati colpiti dal tragico evento avvenuto in Ungheria, affida i defunti “alla Misericordia di Dio” e implora il Signore perché dia “conforto alle loro famiglie”

“Leone XIV ha appreso con profondo dolore la notizia del tragico incidente stradale” che ha coinvolto in Ungheria un autobus con a bordo un gruppo di pellegrini polacchi di ritorno da Medjugorje e nel quale hanno perso la vita 12 persone, mentre 10 hanno riportato gravi ferite. In un telegramma a firma del cardinale segretario di Stato Pietro Parolin, indirizzato ai vescovi delle diocesi dalle quali provengono i pellegrini, monsignor Adam Szal, arcivescovo di Przemyśl, monsignor Jan Wątroba vescovo di Rzeszów, il Papa esprime “la sua vicinanza spirituale” a quanti sono stati colpiti dal drammatico evento.

L’affidamento alla Madonna di Częstochowa

“Per quei fratelli e sorelle che, di ritorno dal pellegrinaggio della fede, hanno concluso il loro pellegrinaggio terreno” il Pontefice “offre preghiere speciali” affidandoli “alla Misericordia di Dio” e implora, inoltre, il Signore perché dia “conforto alle loro famiglie”. Infine, invocando l’“intercessione della Beata Vergine Maria di Częstochowa”, Leone XIV raccomanda tutti a Dio” e imparte “la sua benedizione apostolica, segno di paterna vicinanza e di speranza cristiana”.

In corso indagini sull’incidente

L’incidente è avvenuto nella notte tra il 15 e il 16 agosto sull’autostrada M3, nella zona di Mezokeresztes, a circa 140 chilometri a est di Budapest. Sono in corso indagini per verificarne le cause. Secondo una prima ricostruzione il bus, con a bordo 59 persone, è uscito di strada ed è finito in un fosso, ribaltandosi, forse per un colpo di sonno dell’autista. A manifestare il loro cordoglio e ad assicurare le loro preghiere per le vittime e i feriti anche le Conferenze episcopali polacca e ungherese.

I cardinali perseguitati: Miloslav Vlk

Per ben 10 anni a Praga il futuro cardinale dovette svolgere la sua attività di sacerdote in clandestinità

Il Cardinale Miloslav Vlk, già Arcivescovo di Praga, ha subito la persecuzione negli anni successivi a quella che è passata alla storia come la Primavera di Praga, nel 1968.

Nato il 17 maggio 1932 a Lišnice-Sepekov, nella Boemia meridionale, fu ordinato sacerdote a 36 anni, il 23 giugno 1968.

Visto con sospetto dalle autorità del regime, venne inviato a svolgere il suo ministero in montagna ma nel 1978 il governo cecoslovacco gli ritirò l’autorizzazione statale a svolgere l’ufficio sacerdotale.

Per ben 10 anni a Praga il futuro cardinale dovette svolgere la sua attività di sacerdote in clandestinità. Dal 1978 al 1986 lavorò come lavavetri nel centro della capitale cecoslovacca.

Il 1° gennaio 1989 gli fu concesso di svolgere l’ufficio sacerdotale per un anno di prova, e inviato nella Boemia occidentale.

In seguito alla caduta del regime, Papa Giovanni Paolo II il 14 febbraio 1990 lo ha eletto Vescovo di České Budějovice e il 27 marzo 1991 venne promosso Arcivescovo metropolita di Praga.

Lo stesso Papa Giovanni Paolo II lo ha creato Cardinale di Santa Romana Chiesa nel concistoro del 26 novembre 1994, del Titolo di Santa Croce in Gerusalemme.

Il Cardinale Vlk è deceduto il 18 marzo 2017.

Nel ricordarlo, Papa Francesco sottolineò “con ammirazione la sua tenace fedeltà a Cristo, nonostante le privazioni e le persecuzioni contro la Chiesa”.

La visita di Leone XIV a San Marino e Rimini sulle orme di San Giovanni Paolo II

I Papi a San Marino, al Meeting e alla diocesi di Rimini

Tutto pronto nella Rocca del Titano per ricevere Papa Leone XIV e sarà il terzo. Il 29 agosto del 1982 per la prima volta nella sua storia, la Repubblica di San Marino e la Chiesa di San Marino – Montefeltro accoglie un Successore di Pietro, Giovanni Paolo II. “Migliaia di fedeli si riuniscono allo Stadio di Serravalle per la celebrazione eucaristica presieduta da Giovanni Paolo II, in una giornata destinata a rimanere nella memoria della comunità. Nel cuore del suo messaggio, il Papa richiama il legame tra la libertà della Repubblica e le sue radici cristiane, invitando a custodire una tradizione capace di coniugare fede, responsabilità e bene comune: «Questa terra non ha mai rinunciato alla propria libertà ed alla propria identità nazionale e religiosa.»” ricorda il Sito diocesano.

Poi il 19 giugno 2011 “Benedetto XVI torna a San Marino e nel Montefeltro per incontrare la Chiesa diocesana e le istituzioni della Repubblica. La celebrazione allo Stadio di Serravalle, l’incontro con i Capitani Reggenti a Palazzo Pubblico, la preghiera davanti alle reliquie di San Marino ed infine l’abbraccio dei giovani a Pennabilli scandiscono una visita dal forte valore spirituale e civile. Nel suo discorso ai giovani, il Papa li invita a non smettere di cercare ciò che dà senso alla vita e li incoraggia a vivere la fede come un cammino autentico, capace di orientare le scelte e di aprire il cuore al futuro:
«Il vostro cuore è una finestra aperta sull’infinito.»”.

Il 22 agosto arriverà Leone XIV con diversi appuntamenti nella mattinata con la popolazione e i Capitani Reggenti.

Il Papa si reca poi al Meeting di Rimini e anche in questo caso non è la prima volta.

Emilia Guarnieri, per anni presidente del Meeting, ricorda l’estate del 1982 quando “Giovanni Paolo II doveva recarsi in Polonia, ma le condizioni politiche glielo impedirono. Così decise di venire al Meeting. A metà giugno la notizia, con una telefonata del Vaticano al Vescovo di Rimini. E il 29 agosto, alle 14, il Papa arriva in Fiera” e dice: “Costruite, senza stancarvi mai, la civiltà della verità e dell’amore”.

Da allora ogni anno arrivava un messaggio per il Meeting e il rapporto si consolida nel tempo.

Ricorda ancora la Guarnieri: “Quando nell’aprile del 2005 divenne Papa il cardinale Ratzinger, Papa Benedetto XVI, il rapporto con lui era già storia più che decennale. Era stato relatore al Meeting del ’90 con un intervento sulla natura della Chiesa dal titolo “Una compagnia sempre riformanda”.” Nessuna visita da Papa ma sempre ogni anno un messaggio.

Poi l’incontro con Papa Francesco dei responsabili de Meeting: “ci trovammo di fronte a qualcuno che già ci conosceva, che ricordava gli inviti che gli avevamo rivolto quando era cardinale a Buenos Aires. Amici comuni ci legavano. Amici italiani che avevano conosciuto a Buenos Aires padre Pepe di Paola, il prete delle villas miserias, le favelas argentine. Lo invitammo al Meeting e lui ci raccontò della sua missione tra gli immigrati, i tossicodipendenti. Ci parlò di quanto l’arcivescovo Bergoglio condividesse il suo lavoro”. E ora un Papa che torna al Meeting. “Il suo primo messaggio al Meeting, con il particolare apprezzamento per la mostra dedicata ai martiri d’Algeria, con la scelta di quel «disarmata e disarmante», espressione presto divenuta cifra del suo pontificato. E poi l’udienza concessa al presidente del Meeting, Bernhard Scholz, nel gennaio di quest’anno, la notizia della sua partecipazione, l’incontro con i curatori della mostra sui martiri d’Algeria. Il resto, ora, è attesa piena di grato stupore e di preghiera” conclude la Guarnieri.

La terza tappa della giornata del 22 agosto sarà un incontro con la diocesi di Rimini.

Non sono molte le visite dei Pontefici in questa diocesi. Ma il primo è stato nel 1857 Papa  Pio IX. Era in visita alle Legazioni, attraversò la città lungo la via Emilia, diretto a Bologna.

Ma ancora una volta è stato Giovanni Paolo II a visitare Rimini sempre il 29 agosto 1982 con un programma quindi in tutto simile a quello di Papa Leone XIV con l’incontro in Cattedrale con ammalati e persone fragili, Santa Messa nell’area del porto.

Le parole di Maria

19.08_LE PAROLE DI MARIA

I messaggi della Regina della Pace sui Pastori della Chiesa dati a Mirjana di Medjugorje (2009-2015)

60.I MESSAGGI DELLA REGINA DELLA PACE AI PASTORI

San Filippo Neri e il pellegrinaggio delle Sette Chiese a Roma

Venire a Roma significa incontrare non solo la storia di una città, ma anche la vita dei suoi santi. Tra questi, San Filippo Neri, l’“Apostolo di Roma”, ha lasciato un’impronta profonda con il pellegrinaggio delle Sette Chiese, un cammino di 25 chilometri tra le basiliche della città. Ancora oggi, migliaia di fedeli, soprattutto giovani, percorrono di notte questo itinerario fatto di preghiera, fatica e desiderio di avvicinarsi a Cristo.

fatto del giorno

l cammino dell’Apostolo di Roma

San Filippo Neri ha legato in modo speciale il suo nome alla città di Roma. Le sue strade, le sue basiliche e i suoi quartieri conservano ancora la memoria viva di un santo capace di parlare al cuore delle persone con gioia, semplicità e profondità spirituale.

Ogni anno, San Filippo guidava un pellegrinaggio di circa 25 chilometri verso sette basiliche della città, riportando in vita un’antica tradizione medievale come alternativa alle celebrazioni frenetiche del Carnevale romano.

Padre Rocco Camillò, preposito dell’Oratorio di San Filippo Neri alla Chiesa Nuova, racconta che il santo «amava farlo spesso, innanzitutto in solitudine». In seguito, iniziò a percorrere questo cammino con i suoi amici più stretti, che con il tempo divennero sempre più numerosi: «Man mano crebbero sempre di più i partecipanti dell’oratorio, finché già vivente San Filippo il pellegrinaggio assunse delle dimensioni importanti. Si parla di qualche migliaio di pellegrini insieme a San Filippo, quando era ancora in vita».

Le sette tappe del pellegrinaggio comprendevano alcune tra le basiliche più significative di Roma: San Pietro, San Paolo fuori le Mura, San Sebastiano fuori le Mura, San Giovanni in Laterano, Santa Croce in Gerusalemme, San Lorenzo fuori le Mura e Santa Maria Maggiore.

Le sette chiese, le virtù e i doni dello Spirito Santo

Il pellegrinaggio delle Sette Chiese non è soltanto un cammino fisico attraverso Roma. Ogni tappa ha un significato spirituale preciso e accompagna i fedeli in un percorso di conversione.

Padre Rocco Camillò spiega che «ad ogni tappa è prevista una preghiera particolare, ricordando una delle effusioni di sangue di nostro Signore». Per ciascuna tappa, aggiunge, «si chiede una virtù e un dono dello Spirito Santo per contrastare un vizio capitale: quindi le sette virtù, i sette doni dello Spirito Santo e i sette vizi capitali».

Il pellegrinaggio diventa così una scuola di fede: il cammino esteriore tra le basiliche si trasforma in un itinerario interiore, in cui la fatica del corpo accompagna la purificazione del cuore.

Una tradizione viva dal 1552

La tradizione, rinata nel 1552, è ancora viva oggi. Ogni anno circa 2.000 pellegrini si mettono in cammino nella notte, seguendo le orme dell’Apostolo di Roma. Il percorso attraversa la città a piedi ed è accompagnato da canti, riflessione e preghiera.

Tra i partecipanti ci sono molti giovani, attratti da un’esperienza che unisce sacrificio, amicizia e fede. Un pellegrino francese racconta: «Sarà un cammino lungo, che durerà tutta la notte, ma è anche un piccolo sacrificio che offriamo al Signore. È un momento per crescere nella mia fede e per continuare ad andare avanti nel cammino».

Giuseppe, volontario del pellegrinaggio, descrive con semplicità la forza di questa esperienza: «Noi partiamo riposati, freschi, sereni e arriviamo alla fine del pellegrinaggio distrutti, sia noi organizzatori sia i fedeli. In breve, ci fa vivere tutta la vita in una notte».

In questa fatica condivisa, il pellegrinaggio diventa immagine della vita cristiana: si parte con entusiasmo, si attraversano stanchezza e difficoltà, e si arriva alla meta sostenuti dalla preghiera e dalla compagnia degli altri.

I giovani sulle orme di San Filippo Neri

San Filippo Neri è stato conosciuto anche per il suo profondo impegno al servizio dei giovani. Entrava nel loro mondo e mostrava loro come vivere pienamente la giovinezza con gioia, senso e fede. La sua letizia, il suo entusiasmo e la sua profonda amicizia con Cristo continuano ancora oggi a parlare al cuore delle nuove generazioni.

Genicia Dabu, studentessa dell’Angelicum, racconta il desiderio che la spinge a partecipare al cammino: «Sicuramente desidero avvicinarmi di più a Dio e vorrei che questo fosse un riflesso del mio pellegrinaggio verso il Cielo. So che ci saranno molte difficoltà: camminare a lungo, affrontare la fatica, il disagio e la mancanza di sonno. Ma voglio vivere tutto questo come una preghiera, chiedendo a Dio di donarmi chiarezza e di mostrarmi ciò che desidera da me».

Anche Antonio Francesco Mauro, oratoriano di Assisi, sottolinea il coraggio e la creatività spirituale di San Filippo Neri: «Ci sono troppi aggettivi per definirlo. Lo ritengo una persona che ha avuto tanto coraggio nella vita e che ha saputo creare. Non si è fermato a poco, perché cambia totalmente il tuo modo di vedere. Da quando ho iniziato con l’oratorio, anche aiutando i ragazzi insieme al mio don, don Carlo, ho cambiato totalmente il mio punto di vista».

Per molti giovani, San Filippo non è soltanto una figura del passato, ma un santo vicino, capace di mostrare che la fede può essere vissuta con gioia. Genicia lo descrive così: «Ho davvero una devozione e un legame speciale con questo santo. È l’Apostolo di Roma, ed è stato una persona profondamente gioiosa in tutto ciò che faceva e nel modo in cui amava Dio. Era evidente quanto fosse devoto al Signore, e viveva questa sua devozione con gioia. Sento semplicemente che aveva un carattere estroverso, proprio come me. E credo che questo sia ciò che crea un legame particolare tra noi».

Ogni passo come desiderio di Cristo

Per coloro che partecipano, ogni passo e ogni chilometro diventano una testimonianza del desiderio di crescere nella fede e di avvicinarsi sempre di più a Gesù.

Seguendo le orme di San Filippo Neri, i fedeli a Roma non si limitano a ripercorrere il suo itinerario di pellegrinaggio, ma accolgono anche l’esempio che egli ha lasciato: vivere con passione, con gioia e con lo sguardo fisso su Dio.

Padre Rocco Camillò ricorda il testamento spirituale del santo attraverso una frase che San Filippo ripeté fino al letto di morte: «Chi vuol altro che Cristo non sa quel che vuole; chi cerca altro che Cristo non sa quel che cerca; e chi non fa per Cristo non sa neanche quello che fa».

Secondo padre Camillò, in queste parole si concentra tutta l’eredità spirituale dell’Apostolo di Roma: «San Filippo ha lasciato come testamento la passione della ricerca di Gesù Cristo come unico bene da conseguire, necessario da conseguire in tutta la propria vita, senza il quale tutto il resto è vanità».

Il pellegrinaggio delle Sette Chiese resta così una delle esperienze più vive della Roma cristiana: un cammino nella notte, sulle orme di San Filippo Neri, per riscoprire che la meta più vera non è soltanto una basilica, ma Cristo stesso.

Come tornare a casa dalla Mamma

Il pellegrinaggio a La Vang per i vietnamiti è più di una tradizione

Andare da Maria, «a casa dalla Mamma», per trovare ristoro e imparare a essere veri discepoli e missionari: è questo il senso delle imponenti celebrazioni che hanno caratterizzato i festeggiamenti per Nostra Signora di La Vang, tenutisi dal 13 al 15 agosto in Vietnam, nell’omonimo santuario nazionale situato nell’arcidiocesi di Hué. «Quel santuario è il cuore della fede per i vietnamiti che sono particolarmente devoti alla Vergine di La Vang per significati storici e identitari. La Vang è la Lourdes del Vietnam», osserva padre Landry Varenne, sacerdote vietnamita delle Missioni estere di Parigi, riferendosi agli imponenti pellegrinaggi che caratterizzano la solennità dell’Assunzione della Beata Vergine Maria. I pellegrini sono arrivati dal nord, dal sud e dal centro del Vietnam, oltre che dalle comunità in diaspora, e quest’anno hanno superato quota 200.000, secondo le stime della Chiesa locale.

Le speciali celebrazioni del 2026 per la Vergine di La Vang sono state accompagnate da un appuntamento di riflessione e preghiera: il 32° Congresso nazionale del pellegrinaggio di La Vang, incentrato sul tema Maria, messaggera della Buona Novella.

Padre Francis Cuong, dei Fratelli del Sacro Cuore di Gesù, congregazione nata cento anni fa nella diocesi di Hué, è oggi missionario negli Stati Uniti ed è reduce dal pellegrinaggio a La Vang. «In definitiva — spiega in un colloquio con “L’Osservatore Romano” — per un fedele vietnamita andare a La Vang non è solo compiere un pellegrinaggio a un santuario ma letteralmente “tornare a casa dalla Mamma” per trovare ristoro dalle fatiche della vita». Il popolo vietnamita, prosegue, «nutre un profondo amore per la Madonna anche perché l’immagine di una madre, nella cultura vietnamita, incarna il sacrificio e l’amore incondizionato ed è la colonna portante della società, anticamente matriarcale. Anche per questo è tradizione che tutti i fedeli vengano da Maria per esprimere il loro amore e chiedere grazie».

Padre Francis rimarca la fede del popolo: «Tutti credono a ciò che Maria disse ai nostri antenati nel 1789, cioè che non ci abbandonerà mai. Crediamo che nostra Madre accoglie le nostre invocazioni per il paese, per la Chiesa in Vietnam, per la pace». La devozione del popolo, racconta, si esprime attraverso pratiche come la messa, il sacramento della riconciliazione, la Via crucis, la celebrazione dell’ora della misericordia: «I fedeli si sentono nel cuore della Madre, sotto il suo manto, Maria è il rifugio». E c’è anche un risvolto missionario che il congresso di quest’anno ha espresso con forza: «Le persone imparano dall’esempio di Maria a portare il Signore e il suo amore al prossimo», nota.

L’origine della devozione a La Vang risale al 1798, in uno dei periodi di più dura persecuzione contro i cristiani nella storia del Vietnam. L’imperatore Canh Thinh ordinò la distruzione delle chiese e la repressione dei cattolici, allora considerati seguaci di una “religione straniera”. Molti fedeli furono costretti a fuggire e trovarono rifugio nella fitta giungla di La Vang, dove vivevano tormentati da fame, malattie, freddo, temendo di essere trovati e uccisi. Ogni sera i profughi si raccoglievano sotto un grande albero di banyan, accendevano un fuoco e pregavano il rosario. Durante una di queste preghiere notturne apparve una Signora avvolta nella luce, con un abito tradizionale vietnamita, il Bambino in braccio e due angeli accanto. Il suo messaggio fu innanzitutto di consolazione: «Figli miei, siate forti e abbiate fede. Ho ascoltato le vostre preghiere».

Non è un dettaglio secondario che Maria appaia proprio con i tratti e gli abiti di una donna vietnamita. La sua iconografia, diffusa ampiamente dalla Chiesa locale soprattutto dalla fine del XX secolo, esprime un legame profondo tra fede e identità. Dopo secoli in cui i cattolici furono accusati di appartenere a una “religione straniera”, La Vang «testimonia che si può essere pienamente cattolici e, nello stesso tempo, pienamente vietnamiti», dicono oggi i vescovi.

È soprattutto l’immagine di una Madre che condivide la sofferenza dei propri figli: Maria appare ai perseguitati, ai malati e ai profughi indifesi. Per questo la Vergine di La Vang è diventata “la Madre del rifugio”, una presenza che lenisce le ferite di un popolo segnato da guerre, invasioni e persecuzioni. Ancora oggi i pellegrini cercano di rivivere quella memoria: dormono in tenda sotto gli alberi di banyan, pregano il rosario e, durante le celebrazioni, rievocano attraverso rappresentazioni teatrali la fuga del 1798 e l’apparizione della Vergine. La devozione diventa così memoria viva, capace di unire la storia della fede alla vita concreta delle comunità.

Si intensificano gli attacchi con droni e missili tra Russia e Ucraina

A luglio, almeno 437 civili uccisi in Ucraina. È Il numero mensile più alto dal maggio 2022

Kyiv – «L’ultimo rapporto dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani dovrebbe attirare l’attenzione del mondo intero. Nel solo mese di luglio la Russia ha ucciso almeno 437 civili e ne ha feriti 2.610 in tutta l’Ucraina, il bilancio mensile più alto dal maggio 2022». Sono queste le parole con cui Andrij Sybiha, ministro degli Esteri ucraino, ha commentato uno dei dati più recenti e anche più drammatici del conflitto in Europa orientale. Il rapporto dell’Onu documenta 183 dei bambini uccisi o feriti in Ucraina a causa della guerra russa nel solo mese di luglio. Il dato, diffuso da Save the Children sulla base dell’ultimo rapporto dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani, è il più alto registrato dall’aprile del 2022, appena due mesi dopo l’inizio dell’invasione russa su vasta scala.

I raid non sono cessati nelle ultime ore. Kyiv, Sumy, Zaporizhzhia e Kryvyi Rih sono state tra le località colpite dagli attacchi russi delle ultime ore. L’ultima ondata di attacchi condotti da Mosca con droni e missili ha provocato almeno otto morti e 39 feriti in diverse regioni del Paese. A Kryvyi Rih, città natale del presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, è stato colpito anche il grande stabilimento siderurgico di ArcelorMittal: due lavoratori sono morti e almeno 14 persone sono rimaste ferite. A Kyiv, invece, un attacco con droni ha provocato un incendio nel noto mercato dei libri vicino alla stazione della metropolitana di Pochaina. A tracciare il quadro dell’offensiva russa dell’ultima settimana è stato lo stesso Zelensky: secondo il presidente ucraino, 13 regioni sono finite sotto attacco. Secondo Zelensky, nell’ultima settimana Mosca ha impiegato più di 1.550 droni, quasi 1.560 bombe aeree guidate e 62 missili, in gran parte balistici. Nelle stesse ore, l’Ucraina ha risposto con una delle più vaste offensive aeree condotte finora contro il territorio russo. Mosca sostiene di avere abbattuto oltre 1000 droni nelle ultime due notti.

Gli attacchi di Kyiv hanno colpito strutture che le autorità ucraine indicano come legate alla logistica e all’industria militare russa. A Podolsk, nei pressi di Mosca, è stato colpito un grande centro del colosso dell’e-commerce Wildberries. Lo Stato maggiore ucraino ha rivendicato un attacco contro l’impianto di Kamensk, nella regione di Rostov, che secondo Kyiv produce propellente solido per sistemi lanciarazzi e missilistici russi. L’ondata di attacchi ucraini ha tuttavia provocato vittime anche tra i civili. Secondo le autorità russe, cinque persone sono morte in una zona residenziale della regione di Rostov. Altre vittime sono state registrate nelle regioni di Belgorod, Kursk e Mosca e nei territori ucraini occupati dalla Russia. Questa mattina le autorità russe hanno inoltre denunciato la morte di sei persone nel villaggio di Koloskovo, nella regione di Belgorod, colpito da un attacco missilistico ucraino. Altre quattro persone sono rimaste ferite, tra cui un ragazzo di 14 anni.

L’escalation sta però avendo conseguenze anche oltre i confini dei due Paesi. Domenica un F-18 spagnolo impegnato nel pattugliamento Nato ha abbattuto un drone entrato nello spazio aereo della Romania. Bucarest non ne ha ancora stabilito ufficialmente la provenienza.

Il cardinale Pizzaballa incoraggia la comunità cristiana di Taybeh

La visita del Patriarca di Gerusalemme dei latini per la festa dell’Assunzione

«Continueremo a fare tutto ciò che è in nostro potere per preservare la presenza ecclesiale qui, a ogni livello, in tutta la Terra Santa». Il Patriarca di Gerusalemme dei latini, cardinale Pierbattista Pizzaballa, ha espresso così la sua vicinanza alla popolazione di Taybeh, recandosi in visita nel piccolo villaggio cristiano della Cisgiordania nello Stato di Palestina, il 15 agosto in occasione della Festa dell’Assunzione della Beata Vergine Maria. «Potrei non avere risposte a livello umano e mondano, ma credo in Dio. E sono certo che, in Lui, possiamo continuare a dare vita, anche qui a Taybeh», ha affermato Pizzaballa durante la Messa nella Chiesa latina di Cristo Redentore a Taybeh.

Dando il benvenuto al Patriarca, il parroco di Taybeh padre Bashar Fawadleh ha sottolineato che il villaggio lo ha accolto «tra la sua gente e nella sua casa». Secondo padre Bashar, la presenza del cardinale Pizzaballa ha ricordato alla comunità di non essere sola e che la Chiesa è al fianco dei suoi figli, portando con sé «la croce e la speranza di questa terra». Pizzaballa ha descritto la festa dell’Assunzione come «un frutto della Risurrezione» e ha affermato che Maria insegna ai cristiani a guardare la realtà «con occhi divini», piuttosto che secondo calcoli umani. Il porporato ha quindi collegato questo messaggio direttamente a Taybeh, esortando la sua gente a rimanere radicata nella fede e nella speranza anche quando le circostanze rendono il futuro difficile o impossibile.

Il Patriarca ha inoltre sottolineato che preservare la presenza cristiana richiede anche di custodire il cuore dalla paura, dalla disperazione e dagli effetti delle circostanze difficili. «Ma vogliamo rimanere una comunità che dà alla luce la vita, senza rinunciare ai nostri diritti, al nostro diritto alla vita — ha detto —. Quindi siate coraggiosi. Non abbiate paura». Il cardinale Pizzaballa ha inoltre affermato di seguire da vicino gli sviluppi a Taybeh attraverso messaggi e aggiornamenti regolari di padre Bashar. La visita del Patriarca di Gerusalemme si è svolta nel contesto segnato da un decreto israeliano, emesso lo scorso luglio, che dichiara “l’area di Taybeh e Rimon” zona militare chiusa, vietandone l’ingresso e la presenza a israeliani e stranieri. L’area designata comprende parte del centro abitato di Taybeh, terreni agricoli e siti religiosi e storici. Il decreto ha inoltre sollevato interrogativi sull’accesso a Taybeh da parte di pellegrini, visitatori, giornalisti, volontari e altri stranieri. Pizzaballa ha detto che quanto sta accadendo a Taybeh è sempre più noto anche al di fuori della città: «Il vostro esempio è importante, affinché continuiamo a essere una voce cristiana in mezzo a questa situazione così complessa». (valerio palombaro)

Atti vandalici in una chiesa a Giaffa: un arresto

Un uomo di circa 20 anni è stato arrestato per presunto vandalismo ai danni della chiesa di Sant’Antonio da Padova nel quartiere di Giaffa a Tel Aviv.

Lo riporta il Times of Israel. Secondo quanto riferito dalla polizia, è stata presentata una denuncia per i danni arrecati alla chiesa, dove diverse statue sono state distrutte e numerose croci spezzate. La polizia ha dichiarato di essere riuscita a identificare il sospetto e di averlo arrestato. L’uomo è stato trasferito in commissariato per essere interrogato.

Negli ultimi anni si è registrato un aumento di atti vandalici e aggressioni contro i cristiani in Israele da parte di gruppi estremisti.

La preghiera? Impotente, agli occhi del mondo – Invece è la prima (e decisiva) forma di disarmo

Il pontificato di Leone XIV è segnato da un insistente richiamo alla pace. La pace di cui parla il Pontefice non è anzitutto un obiettivo geopolitico né un equilibrio tra interessi contrapposti: è una forma dell’anima, una disposizione del cuore, una realtà che nasce dalla conversione interiore e soltanto da lì può irradiarsi nella storia. È difficile non raccogliere, dietro questa impostazione, briciole del pensiero di Agostino.

Non è un caso che il primo saluto di Leone XIV sia stato proprio quello del Risorto: «La pace sia con tutti voi». Da allora quelle parole sono diventate il filo rosso del suo magistero, come richiama il recente volume della Libreria Editrice Vaticana, Disarmata e disarmante. La pace è un dono.

Il Papa insiste che la pace cristiana non è semplice assenza di guerra, ma un dono che proviene da Cristo e trasforma chi lo accoglie. La sua origine non è politica, ma teologica.

Questa prospettiva è profondamente agostiniana. Per il vescovo d’Ippona la pace è tranquillitas ordinis: la tranquillità che scaturisce quando ogni realtà trova il proprio giusto posto nell’ordine dell’amore. Non si tratta di un ordine imposto dalla forza, ma della giusta armonia delle relazioni: dell’uomo con Dio, dell’uomo con se stesso, degli uomini tra loro. Finché il cuore rimane disordinato, anche la società produrrà inevitabilmente conflitti. La guerra nasce nell’interiorità dell’uomo. È significativo che Leone XIV torni più volte proprio su questo punto. «Il cuore è il campo di battaglia più importante». Lì si combatte la vera lotta contro l’orgoglio, l’avidità, la volontà di dominio; solo cuori riconciliati possono costruire un mondo riconciliato.

Ecco ancora Agostino: il male è un amore deviato, un desiderio che ha smarrito il suo vero oggetto. Il disordine del mondo riflette sempre un disordine del cuore. Per questo ogni autentica riforma della convivenza deve passare attraverso una riforma dell’interiorità. La pace politica, senza la pace dell’anima, rimane inevitabilmente fragile.

Anche nel rifiuto di considerare la pace un’utopia irraggiungibile, Leone XIV richiama direttamente Agostino: « Non è difficile possedere la pace… se la vogliamo avere, essa è lì, a nostra portata di mano» ( Discorso 357.1). Non è un ingenuo ottimismo. Agostino vuole dire che la pace è un bene già offerto da Dio, che attende di essere accolto.

Questa convinzione attraversa l’intero magistero di Leone XIV. La pace non è il risultato esclusivo delle strategie diplomatiche,

pur necessarie; è anzitutto una grazia che domanda collaborazione. Per questo il Papa insiste tanto sulla preghiera. Agli occhi del mondo, essa può apparire impotente; nella prospettiva cristiana, invece, rappresenta la prima forma di disarmo. « Pregando, disarmiamo il nostro ego», scrive. È l’affermazione agostiniana secondo cui ogni trasformazione sociale prende avvio dalla conversione del desiderio. Ma vi è un ulteriore elemento che rende riconoscibile l’impronta di Agostino. Leone XIV parla della pace sempre in relazione al bene comune. La denuncia del nazionalismo esasperato, della ricerca dell’interesse particolare, della logica della sopraffazione non nasce soltanto da considerazioni politiche. Essa poggia su una precisa antropologia: l’uomo realizza se stesso soltanto nella comunione. Anche qui Agostino offre la chiave interpretativa. Nel De civitate Dei le due città sono due amori: l’amore di sé fino al disprezzo di Dio e l’amore di Dio fino al dono di sé. La storia è il luogo in cui questi due orientamenti del cuore si intrecciano continuamente. Per questo nessuna pace autentica può essere costruita sull’affermazione egoistica del proprio interesse. Ogni pace fondata sulla forza contiene già in sé il germe della propria dissoluzione.

Si comprende allora perché Leone XIV utilizzi spesso espressioni come “dialogo”, “riconciliazione”, “incontro”, “mediazione”. Non si tratta di categorie diplomatiche aggiunte successivamente alla fede, ma della traduzione storica di una visione teologica dell’uomo. L’altro non è un ostacolo da neutralizzare, ma qualcuno con cui ricostruire una comunione ferita.

In un’epoca che tende a cercare la pace esclusivamente nelle architetture istituzionali, Leone XIV ricorda che nessun equilibrio internazionale sarà stabile se il cuore umano rimarrà dominato dalla paura, dall’avidità e dalla volontà di potenza. Non sminuisce il valore della diplomazia; ne indica piuttosto il fondamento più profondo. Agostino aveva scritto che la pace è «la tranquillità dell’ordine». Leone XIV sembra tradurre oggi quella formula nel linguaggio del XXI secolo. Una pace “disarmata e disarmante” è quella che nasce da uomini finalmente disarmati dentro di sé. Solo quando il cuore rinuncia a dominare può imparare a custodire. E solo allora la pace cessa di essere una parentesi tra due guerre per diventare, davvero, una forma della vita umana.

Così Catania rinasce con Agata

Il cardinale Parolin nel nono centenario della traslazione delle reliquie: la nostra devozione si traduca in imitazione delle sue virtù. Dall’arcivescovo Baturi l’invito a costruire una «cultura della cura che protegge i più fragili. Nel suo nome risorgano opere di carità»

Catania – Quando il cardinale Pietro Parolin posa la corona sul capo di Sant’Agata, piazza Duomo è già piena di luce. Alle spalle ci sono una notte intera e sette chilometri e mezzo percorsi da migliaia di persone, partite all’alba di ieri da Aci Castello per ripetere simbolicamente il viaggio delle reliquie tornate a Catania nel 1126. Davanti alla Cattedrale si alzano i fazzoletti bianchi e l’invocazione ripetuta durante il pellegrinaggio: «Agata bella, Agata buona». Il segretario di Stato vaticano l’ha ascoltata lungo la strada e, sorridendo, la riprende: «E di più non si può dire».

Novecento anni dopo quella traslazione, Catania ha scelto di ricordarla rimettendosi sulla stessa strada. Le reliquie erano partite alle 4 dalla Chiesa Madre di Aci Castello. Alle 5 le campane della città hanno suonato a festa e da piazza Rotolo il bianco dei tradizionali sacchi votivi ha cominciato a riempire il lungomare. Bambini, giovani, adulti e anziani hanno percorso insieme la strada fino all’arrivo, intorno alle 8, in piazza Duomo. Parolin, legato pontificio di Leone XIV per il nono Centenario della traslazione delle reliquie, ne ha dato subito una lettura: «Camminare insieme, dietro a Gesù e in compagnia dei santi: ecco la vita cristiana». «Ci sono anche tanti giovani tra voi – ha notato –, questo mi fa grande piacere». Quindi ha auspicato: «La nostra devozione si traduca in imitazione delle sue virtù, virtù personali e virtù civili, virtù della città e della società intera». Sul palco davanti alla Cattedrale le reliquie sono state ricomposte nel Busto e nello Scrigno, dopo il restauro realizzato dalle maestranze dei Musei Vaticani. Apposti i sigilli, Parolin ha incoronato Sant’Agata davanti alla piazza gremita. Il porporato, la sera prima ad Aci Castello, nel luogo che la tradizione lega all’approdo delle reliquie nel 1126, aveva scelto l’immagine dell’albero del Salmo: «Un albero porta frutto non perché non incontra mai difficoltà, ma perché ha radici profonde che raggiungono la sorgente ». L’immagine conduce ad Agata: «La sua forza non è nata semplicemente dal carattere o dal coraggio umano, ma da una radice profonda. E questa radice era la sua comunione con Gesù Cristo ». Il segretario di Stato ha legato quella testimonianza alla condizione dell’uomo contemporaneo: «Non ci si preoccupa più di negare Dio, ma di vivere come se Dio non esistesse». Lo ha definito «un dramma», ricordando che «il male spesso non arriva con gesti clamorosi, ma attraverso piccoli passi». Da qui il significato attuale della martire: «Noi non custodiamo soltanto il ricordo di una giovane donna del passato, ma celebriamo la fecondità di una vita». A indicare il senso del nono Centenario è stato anche Leone XIV nella lettera inviata per l’occasione. «Nel martirio di Agata – scrive il Papa – la Chiesa contempla la vittoria della grazia sulla violenza, della fede sulla paura e della carità sulla morte». Per il Pontefice la patrona è una presenza viva, capace di custodire la memoria cristiana del popolo e di richiamarlo alla coerenza evangelica, alla speranza e alla carità.

Parole che hanno trovato un’altra declinazione nella Messa celebrata domenica pomeriggio in Cattedrale dall’arcivescovo di Cagliari Giuseppe Baturi, segretario generale della Cei. Catanese, Baturi si è rivolto ai suoi «amati concittadini », partendo dal grido della donna cananea del Vangelo: «Signore, aiutami ». «Il suo dolore davanti a Gesù diventa domanda, la sua paura si tramuta in cammino, la disperazione in fede». Il pensiero è andato alle ferite d’oggi: «Signore, abbi pietà e tu, sant’Agata, aiutaci », perché siano strappati dal cuore «il demonio della divisione, della violenza, del disamore, della guerra e della disperazione e di quella depressione che toglie gusto alla vita e colore al futuro». Sant’Agata, ha ricordato Baturi, «ha sempre camminato con noi», nelle case degli ammalati, negli ospedali, nei luoghi della carità, nelle carceri, nei cimiteri e durante le tante ricostruzioni di una città più volte ferita. «Siamo morti e siamo sempre rinati sotto lo sguardo di Agata ». In giorni nei quali l’Etna è tornato a farsi sentire, il segretario generale della Cei ha scelto il vulcano per raccontare quel legame: «Come l’Etna è un elemento del panorama fisico di Catania, così sant’Agata è un elemento del suo paesaggio spirituale». Da qui l’appello: «Nel nome di Agata risorgano opere di carità e di solidarietà». Baturi ha guardato anche al restauro appena concluso dei reliquiari: «È bello il nuovo Scrigno, il nuovo Busto reliquiario, ma dobbiamo fare più bella la nostra città». Dunque: «Amiamo la nostra città, amiamola come si ama una casa, una casa comune», la città «è una vocazione», chiamata a esprimere la forza e la libertà di Agata e a costruire «una cultura della cura che guarda i più fragili e li protegge». Il nono Centenario ha raccolto attorno ad Agata la Chiesa siciliana, con la presenza di numerosi vescovi dell’Isola. Tra loro Antonino Raspanti, vescovo della vicina Acireale e presidente della Conferenza episcopale siciliana, che domenica mattina ha presieduto la Messa in Cattedrale richiamando l’attualità della testimonianza dei martiri e chiedendo che «l’Europa veda ancora una volta nella fede cristiana le proprie radici». «Sant’Agata continua a radunare il suo popolo e a generare comunione», aveva detto dal canto suo l’arcivescovo di Catania, Luigi Renna, che aeva affiato al Centenario l’auspicio che diventasse «un pellegrinaggio di fede, di speranza e di rinnovata responsabilità cristiana per la nostra terra».

Culmine della giornata di ieri, il Pontificale presieduto a sera in piazza Duomo da Parolin. Agata «appartiene all’oggi di Dio e continua a camminare con il suo popolo… Questa terra conosce tante sfide: la povertà, le disuguaglianze, il dramma di molti giovani costretti a cercare altrove il proprio futuro, le fatiche delle famiglie, le nuove povertà materiali e spirituali… Le nuove generazioni non hanno bisogno solo di monumenti o di ricordi, ma di uomini e donne nei quali il Vangelo diventi nuovamente visibile ». Il segretario di Stato ha ricordato i cristiani perseguitati nel mondo e il «martirio quotidiano della fedeltà» di sposi, genitori, giovani, sacerdoti, consacrati e anziani. «I santi ci insegnano che il male non si vince con altro male, ma con quella carità che nasce dalla Croce e che trasforma la storia dall’interno».

Jaranwala: dopo una prima condanna resta lunga la via alla giustizia

A tre anni dalla più grave ondata di violenza contro i cristiani avvenuta negli ultimi anni in Pakistan la comunità di Faisalabad è tornata a manifestare. A luglio la sentenza a 10 anni di carcere per un uomo che alcuni filmati mostravano demolire le chiese. Ma gran parte dei sospettati resta a piede libero.

Faisalabad (AsiaNews) – A tre anni dalle violenze che sconvolsero la comunità cristiana di Jaranwala, nel distretto di Faisalabad, i sopravvissuti continuano a chiedere giustizia, risarcimenti e garanzie di protezione. Il 16 agosto 2023, accuse secondo cui due cristiani avrebbero profanato pagine del Corano provocarono la più grave ondata di violenze degli ultimi anni contro i cristiani in Pakistan. Le accuse si diffusero rapidamente attraverso altoparlanti delle moschee e social media, trasformandosi in un attacco ai quartieri cristiani. Ben 26 chiese furono vandalizzate o incendiate e decine di abitazioni vennero saccheggiate o distrutte.

Nel terzo anniversario, la comunità di Jaranwala è tornata a manifestare. L’attivista locale Samson Salamat, rivolgendosi alle famiglie delle vittime, ha denunciato il fatto che, dopo tre anni, molti sopravvissuti siano ancora in attesa di giustizia. Ha assicurato che continuerà a chiedere che i responsabili delle violenze compiute a Jaranwala siano chiamati a rispondere di questi crimini.

P. Shakeel Gulzar, direttore della Commissione cattolica per il dialogo interreligioso ed ecumenico dell’arcidiocesi di Karachi, ha osservato che i danni materiali possono essere riparati, ma sarà molto più difficile ricostruire la fiducia. Secondo Gulzar, la vicenda dimostra come un’accusa possa rapidamente trasformarsi in violenza collettiva e solleva interrogativi sulla diffusione della disinformazione e dell’incitamento all’odio, oltre che sull’efficacia della risposta delle forze dell’ordine.

Sul piano giudiziario, un primo segnale è arrivato il mese scorso. Un tribunale antiterrorismo di Faisalabad ha condannato a 10 anni di carcere Irfan Yousaf, un operatore di gru, per il suo coinvolgimento nella demolizione di chiese durante gli attacchi. L’accusa ha utilizzato anche immagini video sottoposte ad autenticazione forense. La sentenza è stata accolta positivamente da leader cristiani e attivisti per i diritti umani.

Proprio questa condanna, però, evidenzia quanto sia ancora ampio il divario tra la portata delle violenze e le responsabilità accertate. Safina Javed, attivista per i diritti umani di Karachi, ha definito la condanna “una misura di speranza”, ma ha avvertito che la fiducia potrà essere ristabilita soltanto se gli altri procedimenti verranno portati avanti in modo equo e se alle vittime saranno garantiti i risarcimenti e la protezione promessi.

Le critiche alla lentezza della giustizia erano già emerse lo scorso anno: Amnesty International aveva denunciato che oltre il 90% dei sospettati risultava ancora a piede libero. Nel 2026, secondo quanto riferito da leader cristiani, persistono dubbi sull’applicazione da parte della polizia delle indicazioni della Corte Suprema relative agli arresti.

Lala Robin Daniel, attivista per i diritti umani di Faisalabad, ha sottolineato la gravità delle conseguenze subite dai sopravvissuti: perdita di abitazioni, beni, attività economiche e lavoro, ma soprattutto del senso di sicurezza. Per Safina Javed, la vicenda mette in luce problemi più generali del Paese: l’uso improprio delle accuse di blasfemia, la rapidità con cui informazioni infiammatorie possono diffondersi, la protezione delle minoranze religiose e la capacità del sistema giudiziario di perseguire i responsabili. La condanna di luglio rappresenta dunque un passo avanti, ma anche la conferma di quanto ancora resti ancora da fare.

Meeting Rimini: 500 volontari al lavoro nel Pre-Meeting, al via l’allestimento della Fiera per l’edizione 2026

Sono circa 500 i volontari impegnati dal 12 al 19 agosto nel Pre-Meeting, la fase di preparazione della 47ª edizione del Meeting per l’amicizia fra i popoli, in programma alla Fiera di Rimini dal 21 al 26 agosto. Otto giorni dedicati all’allestimento degli spazi, con gruppi di ragazze e ragazzi impegnati nei diversi padiglioni sotto la guida di coordinatori adulti.

Giovani, studenti universitari, professionisti, artigiani e pensionati stanno lavorando all’allestimento dei 140mila metri quadrati che ospiteranno incontri, mostre ed eventi della manifestazione, che quest’anno vedrà la visita di Papa Leone XIV prevista il 22 agosto. Si dipinge e si trasportano pannelli di legno, si disegnano planimetrie e si montano strutture, si spingono carrelli, si puliscono pavimenti, si arredano locali e si lavora agli impianti elettrici. Un grande cantiere organizzato.

Molti volontari provengono da Milano, Bologna e Ferrara; numerosi gli studenti di architettura, ingegneria, design e Belle Arti, che partecipano sostenendo personalmente le spese di viaggio e alloggio. “Molti di loro qui hanno imparato l’importanza di un lavoro ben fatto a prescindere dalle gratificazioni”, spiega Enrico Albani, responsabile dei volontari del Pre-Meeting, sottolineando che accanto al lavoro, il programma prevede momenti di preghiera, condivisione e formazione.

Due popoli e due Stati, la linea immutata dei Papi e della Santa Sede

L’appello di Papa Leone XIV sul Medio Oriente all’Angelus del 16 agosto, a Castel Gandolfo, è l’ultimo di una lunga serie di pronunciamenti presentati negli ultimi ottant’anni dai Pontefici e dalla Santa Sede. Una posizione radicata nel tempo, indicata come unica via per una pace “giusta e duratura” per Israele e Palestina

La soluzione dei «due Stati» è e rimane l’unica via possibile per la pace tra Israele e Palestina. Sono mutati i Papi, è mutata la situazione in Medio Oriente che, dopo il 7 ottobre 2023, ha registrato un drammatico esacerbarsi ed evolversi delle violenze e separazioni, ma la linea diplomatica della Santa Sede negli ultimi quasi ottant’anni è stata ed è roccia inamovibile: «due Stati», unico orizzonte per garantire giustizia e una pace giusta e duratura. L’ultimo è stato Leone XIV a ribadire con forza questo posizionamento storico che ha valicato i decenni, andandosi a infrangere nel netto rifiuto del governo israeliano.

«Chiedo con urgenza alla comunità internazionale di fare in modo che progredisca la soluzione a due Stati, per una pace giusta e duratura», ha detto domenica 16 agosto Papa Leone all’Angelus da Castel Gandolfo, dopo aver stigmatizzato i soprusi e le violenze a danno dei palestinesi in Cisgiordania. Una accelerazione quella richiesta dal Pontefice, perché questo progetto – di fatto formulato già dal 1947 con il piano adottato dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite per la spartizione della Palestina mandataria in due Stati – finalmente trovi realizzazione.

Una dottrina diplomatica radicata

Da un’iniziale richiesta di internazionalizzazione dei luoghi santi di Gerusalemme nel 1947, la soluzione dei due Stati è divenuta dagli anni ’80 in poi asse portante della dottrina diplomatica della Santa Sede riguardo al conflitto israelo-palestinese. Posizione granitica, non dettata certamente da reazioni emotive a fronte delle tante escalation ma radicata nel tempo. E sempre rinvigorita dai Papi.

La richiesta di tutela dei luoghi santi di Pio XII

I primi pronunciamenti sono da datare al 1948, quando Pio XII nell’enciclica In multiplicibus curis invocò «un ordine» nella «terra sacra» che è la Palestina che garantisse «la sicurezza dell’esistenza e insieme condizioni fisiche e morali di vita capaci di fondare normalmente uno stato di benessere spirituale e materiale». Nella successiva Redemptoris nostri cruciatus (1949), preoccupato perché tutti i siti legati all’esistenza del Salvatore subissero la furia bellica, Pacelli richiese un’azione «con ogni mezzo legale» affinché Gerusalemme ottenesse «una conveniente situazione giuridica».

Paolo VI e i legittimi diritti dei palestinesi

Primo Papa a viaggiare in Terra Santa nel 1964, Paolo VI, alla vigilia della Guerra dei Sei Giorni (1967), parlò esplicitamente dei legittimi diritti del popolo palestinese, mutando la visione del problema da emergenza umanitaria a questione politica fondamentale. In un accorato messaggio al segretario generale dell’Onu, U Thant, Montini invocava a nome dell’intera cristianità «ogni sforzo» affinché «Gerusalemme possa, per il suo carattere peculiarmente sacro e santo, essere dichiarata città aperta e inviolabile», sgombra di ogni operazione militare e immune dalle causalità belliche.

L’impulso di Giovanni Paolo II

L’impulso decisivo si ebbe però con Giovanni Paolo II, il primo a chiedere con forza il diritto dei palestinesi a una patria indipendente e, al contempo, ribadire il diritto di Israele a vivere in sicurezza. Duplice appello cristallizzato nella Redemptionis anno del 1984: «Per il popolo ebraico che vive nello Stato di Israele e che in quella terra conserva così preziose testimonianze della sua storia e della sua fede, dobbiamo invocare la desiderata sicurezza e la giusta tranquillità che è prerogativa di ogni nazione e condizione di vita e di progresso per ogni società», affermava il Papa. «Il popolo palestinese, che in quella terra affonda le sue radici storiche e da decenni vive disperso, ha il diritto naturale, per giustizia, di ritrovare una patria e di poter vivere in pace e tranquillità con gli altri popoli della regione». Ribadì lo stesso nel 2000, nel pellegrinaggio in Terra Santa, non il primo di un Papa, ma acclamato come «storico» per la sua portata.

Il sostegno di Benedetto XVI

Nove anni dopo un altro Papa solcava la terra santa e ferita di Gesù: era il maggio del 2009 e Benedetto XVI si recava in Medio Oriente. Sulla scia del predecessore, sottolineò che la formula «due Stati» non è utopia, bensì presupposto per fermare la spirale di violenza e assicurare un futuro alla regione. «La Santa Sede appoggia il diritto del suo popolo ad una sovrana patria palestinese nella terra dei suoi antenati, sicura e in pace con i suoi vicini, entro confini internazionalmente riconosciuti», diceva Papa Ratzinger. Che incoraggiava a «tenere viva la fiamma della speranza» perché si trovasse «una via di incontro tra le legittime aspirazioni tanto degli israeliani quanto dei palestinesi alla pace e alla stabilità».

Parole e gesti di Papa Francesco

Con Papa Francesco l’impegno si è internazionalizzato e formalizzato, corroborato pure da azioni diplomatiche – come la firma, nel 2015, da parte della Santa Sede dell’Accordo Globale che riconosce ufficialmente lo Stato di Palestina – e azioni più pastorali, come la preghiera comune per la pace nei Giardini Vaticani nel 2014 con il presidente israeliano Shimon Peres e il presidente palestinese Abu Mazen. Un frutto, questo evento, del viaggio di fine maggio in Terra Santa, durante il quale Jorge Mario Bergoglio affermò lapidario: «È giunto il momento per tutti di avere il coraggio della generosità e della creatività al servizio del bene, il coraggio della pace, che poggia sul riconoscimento da parte di tutti del diritto di due Stati ad esistere e a godere di pace e sicurezza entro confini internazionalmente riconosciuti».

Anche negli anni a venire fino alla morte, Francesco ha tentato di imprimere un’accelerazione diplomatica e simbolica per l’attuazione della soluzione. Parole e gesti sempre sostenuti dalle dichiarazioni delle Missioni permanenti della Santa Sede negli organismi internazionali o delle affermazioni del cardinale segretario di Stato, Pietro Parolin, che in più di un’occasione ha rimarcato che «la soluzione due popoli-due Stati è la soluzione politica più urgente da percorrere».

Gli appelli di Leone XIV

Questa eredità è nelle mani di Leone XIV che da subito ha rimesso al centro del dibattito globale l’architettura dei due Stati. Rimangono impresse, in particolare, le dichiarazioni sul volo Istanbul-Beirut, durante il viaggio apostolico in Türkiye e Libano: «La Santa Sede già da diversi anni pubblicamente appoggia la proposta della soluzione dei due Stati. Sappiamo tutti che in questo momento Israele ancora non accetta questa soluzione, ma la vediamo come unica soluzione che potrebbe offrire una soluzione al conflitto che continuamente vivono». Parole ripetute nell’udienza al Corpo diplomatico del 9 gennaio 2026: «La soluzione a due Stati permane la prospettiva istituzionale che viene incontro alle legittime aspirazioni di entrambi i popoli».

Gli appelli di Leone e di chi lo ha preceduto sono ancora oggi in attesa di risposta. La guerra continua a sconvolgere i popoli, la strada verso la pace sembra addensarsi di nubi, tuttavia per i Pontefici e la Santa Sede lo stallo politico e la tragedia umanitaria non annullano la validità della soluzione ma, anzi, ne dimostrano l’urgenza. Ed è quella che ha sollecitato Papa Leone XIV, chiamando in causa la responsabilità internazionale.

I cardinali perseguitati: Ignazio Kung Pin-mei

L'8 settembre 1955 Monsignor Kung, insieme ad altri numerosi sacerdoti cattolici e laici vennero arrestati dalle autorità comuniste cinesi con l’accusa di attività controrivoluzionarie

Trenta anni di carcere per non aver ceduto alle pressioni del Partito Comunista Cinese che pretendeva di controllare la Chiesa Cattolica. E’ la sorte toccata al Cardinale Ignazio Kung Pin-Mei.

Nato il 2 agosto 1901 e ordinato sacerdote nel 1930, fu eletto vescovo di Souchou nel 1949, proprio nel momento in cui i comunisti di Mao Zedong si imponevano nella guerra civile cinese sui nazionalisti di Chiang Kai-shek, costretto a riparare a Taiwan.

Il 15 luglio 1950 Pio XII lo ha nominato Vescovo di Shangai, dove subì diverse pressioni da parte del regime comunista senza però mai cedere o interrompere il legame con la Sede Apostolica.

L’8 settembre 1955 Monsignor Kung, insieme ad altri numerosi sacerdoti cattolici e laici vennero arrestati dalle autorità comuniste cinesi con l’accusa di attività controrivoluzionarie. Il futuro porporato venne condannato all’ergastolo.

Nel 1979 Papa Giovanni Paolo II lo ha creato cardinale di Santa Romana Chiesa, riservandosi il nome in pectore.

Le autorità cinesi decisero di concedere a Monsignor Kung gli arresti domiciliari nel 1986, per poi essere liberato due anni dopo, nel 1988.

Nel 1991 Giovanni Paolo II rese pubblica la sua creazione a cardinale.

Trasferitosi negli Stati Uniti, il Cardinale Kung Pin-mei morì nel 2000, a 98 anni.

La vicinanza del Papa alle vittime del terremoto in Indonesia

Il telegramma del cardinale Segretario di Stato

La vicinanza del Papa alle vittime del terremoto in Indonesia arriva con un telegramma a firma del Segretario di Stato Parolin inviato a Mons. Paulus Budi Kleden, S.V.D.,

Arcivescovo Metropolita di Ende, per le vittime del terremoto in Indonesia. Il Papa “profondamente addolorato nell’apprendere della devastazione causata dal terremoto nella regione di Nusa Tenggara, e offre la rassicurazione della sua solidarietà spirituale e della sua vicinanza a coloro che soffrono per le continue conseguenze di questo disastro, in particolare ai numerosi sfollati e feriti” e “incoraggia le autorità ecclesiastiche e civili nel loro impegno a fornire assistenza umanitaria, e prega per il personale di emergenza impegnato nelle opere di recupero”. Infine affida “i defunti alla misericordia amorosa di Dio Onnipotente” e invoca “divine benedizioni di consolazione e forza”.

Il bilancio dei morti si aggrava ma la Chiesa cattolica si mobilita per l’assistenza. Danneggiate numerose chiese. Il vescovo di Ruteng, Siprianus Hormat, afferma: “La sofferenza è enorme ma nella fragilità possiamo avvertire la presenza della grazia di Dio”.

La diocesi di Ruteng ha subito distribuito aiuti d’emergenza attraverso le parrocchie. Il vescovo Hormat ha chiesto che le Messe vengano celebrate all’aperto e in luoghi sicuri piuttosto che nelle chiese. L’isola di Flores è abitata in maggioranza da cattolici, un’eccezione nell’Indonesia largamente musulmana.

Le parole di Maria

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I messaggi della Regina della Pace sui Pastori della Chiesa dati a Mirjana di Medjugorje (2009-2015)

59.I MESSAGGI DELLA REGINA DELLA PACE AI PASTORI