«La situazione in Libano è catastrofica»

«Israele non otterrà mai niente con la guerra. Deve accettare ai suoi confini un paese pluralista come il Libano. Nel nome di Dio, possiamo costruire insieme la pace». Intervista a monsignor Mounir Khairallah, vescovo maronita di Batroun

Monsignor Mounir Khairallah, vescovo maronita di Batroun, città portuale fondata dai Fenici e affacciata sul Mediterraneo, ha appena terminato di raccontare sul palco del Meeting la sua drammatica storia personale. Aveva appena 5 anni quando un uomo fece irruzione in casa e uccise i suoi genitori davanti ai suoi occhi. «Ricordo ancora che mia zia, monaca, prese me e i miei fratelli e ci fece pregare per l’assassino e perché Dio ci desse la forza di perdonare», racconta. Monsignor Khairallah l’ha fatto, ha perdonato. Ora, però, è tutto il paese che avrebbe bisogno della stessa forza per uscire da una spirale di violenza che non sembra avere fine.

«La situazione in Libano è catastrofica, da 51 anni non conosciamo altro che guerra. Siamo stanchi, ma continuiamo a lottare per la pace», dichiara in un’intervista a Tempi a margine dell’incontro nella fiera di Rimini, dove sono state offerte poche ma significative cifre sullo stato del paese: da quando la guerra tra Hezbollah e Israele è ricominciata in Libano, il 2 marzo, altre 4.348 persone sono state uccise (sono 8.915 in totale dall’8 ottobre 2023), 12.307 i feriti, più di 70 villaggi rasi al suolo da Israele nel sud del paese e più di 350 mila persone che restano sfollate, senza una casa.

«Il Libano è in mezzo a una galleria buia»

È come se il Libano, spiega il vescovo di Batroun, «fosse entrato in una lunga galleria, come quelle che avete in autostrada in Liguria, e si trovasse proprio in mezzo, dove è buio pesto. Ora non vediamo niente, abbiamo pagato tanto a livello sociale, economico, politico e umanitario. Ma sappiamo che l’uscita c’è e presto inizieremo a intravedere la luce in fondo al tunnel».

I sette round di colloqui a Roma tra Israele e Libano per definire allo stesso tempo il disarmo di Hezbollah e il ritiro di Israele dai 600 chilometri quadrati che occupa nel sud del Libano potrebbero rappresentare una prima avvisaglia di quella luce , che splenderà davvero solo quando finirà questa guerra che «il Libano non ha mai voluto».

«Israele deve accettare un Libano plurale»

Ma per monsignor Khairallah il problema è più profondo dell’attuale conflitto:

«Voglio dire una cosa che l’Occidente fatica a capire e che non vuole sentire. Il punto non è Hezbollah, perché prima c’erano i palestinesi e i siriani. Il problema è che il Libano nella sua essenza è l’opposto di Israele come Stato, che il movimento sionista vuole come un paese monocolore per un popolo, una religione e una cultura, a esclusione di tutti gli altri. E questo tipo di Israele non vuole alle sue porte uno Stato multiforme e pluralista come il Libano. Per questo il mio paese viene continuamente destabilizzato».

Ecco perché, continua il vescovo Khairallah, «io voglio dire una cosa sia ai miei fratelli ebrei, perché il popolo ebraico non è identificabile con il sionismo, che ai miei fratelli musulmani, che non possono essere sovrapposti agli estremisti: liberatevi dall’odio, liberatevi dal rancore, liberatevi dal desiderio di vendetta. Nel nome di Dio, costruiamo insieme la pace».

I sacrifici di Al-Rahi e Rabin

Nelle parole del vescovo maronita di Batroun riverberano quelle che Leone XIV ha consegnato al Meeting di Rimini: «Al falso realismo, che riarma le menti, le parole e le nazioni, la cultura cattolica ha oggi da opporre il realismo della misericordia», ha detto il Santo Padre. Monsignor Khairallah sottoscrive: «Che cosa ha ottenuto Israele in 70 anni di guerra con i palestinesi? Che cosa ha ottenuto dal 7 ottobre attaccando un paese dopo l’altro? Niente. La sicurezza non si ottiene attraverso l’esercizio della forza».

Il Libano oggi si aggrappa a qualunque appiglio di pace, ma non si fida più di nessuno. «Stati Uniti e Israele pensano solo ai loro interessi. Se muovendo guerra a un paese come l’Iran provocano la morte di migliaia di persone e causano danni economici a tutto il mondo, se ne fregano. Sono ipocriti e i valori di Donald Trump non sono i nostri».

Quando parla di “valori”, il vescovo di Batroun non pensa a dei concetti astratti ma a delle persone ben precise. «Ci sono tanti individui che hanno sacrificato la propria vita per la pace: potrei citare padre Pierre al-Rahi, che ha perso la vita il 9 marzo scorso in un bombardamento israeliano mentre soccorreva dei suoi parrocchiani feriti nel villaggio libanese di Al-Qlayaa». Ma monsignor Khairallah ci tiene a fare un altro esempio: «Voglio ricordare anche l’ex premier israeliano Yitzhak Rabin, che nacque in Palestina nel 1922, a Gerusalemme, che aveva rispetto per il popolo palestinese e che capiva qual è il significato della terra per tutti. Lui voleva davvero la pace e fu ucciso dagli estremisti ebraici per questo».

«La Terra Santa è benedetta per tutti»

Un altro esempio luminoso è quello dei cristiani che vivono in un pugno di villaggi nel sud del Libano e che nonostante la guerra tra Israele e Hezbollah hanno scelto di restare nella loro terra e nelle loro case. «La forza di questa gente nasce dalla fede», commenta il vescovo maronita.

«Dalla memoria collettiva e dalla coscienza della propria identità. La Terra Santa è benedetta per tutte le religioni monoteiste, c’è una cultura che ci riunisce tutti e questa consapevolezza ci dà la forza di continuare a lottare per la pace e la riconciliazione. In questo lavoro solo Dio ci aiuta e noi continueremo a lasciarci guidare da Lui».

Un porto russo in Myanmar dietro l’offensiva militare a Dawei

L’esercito birmano ha schierato centinaia di truppe in aree del sud liberate a forza. Bruciati villaggi e sigillate le terre circostanti. Nell’area in programma una Zona economica speciale (Sez) sostenuta da Mosca. Raid dei caccia colpisce monastero nel Sagaing uccidendo 14 civili.

Yangon (AsiaNews) – L’esercito del Myanmar ha schierato centinaia di truppe in aree liberate con la forza nel sud del Paese bruciando villaggi e sigillando le terre circostanti, sulle quali sta avviando una Zona economica speciale (Sez) sostenuta dalla Russia nell’ambito di un legame crescente fra i due Paesi. L’offensiva a Dawei, che include un porto in acque profonde e una centrale elettrica sul Mar delle Andamane, mostra come il governo del Myanmar – sostenuto dall’esercito – sia disposto a usare la forza per rilanciare un progetto propagandato come alternativa strategica allo Stretto di Malacca.

Economia e diplomazia

La spinta coincide anche con un’offensiva di natura diplomatica: l’ex capo della giunta, e attuale presidente, Min Aung Hlaing considera Dawei come potenziale porta di accesso all’Asia meridionale e occidentale come ha sottolineato in una recente visita in Thailandia. E del progetto ne ha discusso anche con l’omologo russo Vladimir Putin nel viaggio a Mosca della scorsa settimana.

Secondo quanto riferito da fonti dell’agenzia Reuters a luglio l’esercito ha stanziato centinaia di soldati nella regione meridionale di Tanintharyi, al confine con la Thailandia, dove si trova Dawei, scatenando battaglie con gruppi di resistenza locali che sono stati costretti a ritirarsi. Fonti locali parlano di colonne di militari in avanzamento e villaggi bruciati, con l’uccisione di tre operatori umanitari impegnati nell’opera di assistenza alle comunità locali sfollate.

La spinta di Dawei riflette una strategia più ampia da parte dell’esercito per recuperare un territorio considerato strategico e le zone di confine passate sotto il controllo di gruppi di opposizione all’indomani del colpo di Stato nel febbraio 2021, che ha innescato la guerra civile. In oltre cinque anni sono morte circa 100mila persone, più di 3,5 milioni sono rimaste senza casa.

Il nuovo governo del Myanmar sta ora cercando di far rivivere il progetto della Zona economica speciale col sostegno della Russia, un alleato chiave per Min Aung Hlaing e i militari. In un forum d’affari a Mosca la scorsa settimana, il ministro capo della regione di Tanintharyi Zaw Naing Oo ha detto che il progetto potrebbe consentire al carico di spostarsi da quattro a sei giorni più velocemente che se dovesse attraversare lo Stretto di Malacca. Il porto dovrebbe anche sorgere in una zona vicina ai principali giacimenti di gas offshore del Myanmar. Le aziende russe intendono lavorare a Dawei con l’obiettivo di espandere il commercio e creare nuovi posti di lavoro anche nelle piccole e medie imprese, come ha annunciato il primo ministro russo Mikhail Mishustin incontrando Hlaing. Infine, il progetto potrebbe garantire a Mosca un maggiore accesso al mercato nel Sud-est asiatico e una base portuale nella regione dell’Oceano Indiano.

Asse Mosca-Naypyidaw

Il progetto riguardante la zona economica speciale è solo uno dei tasselli della rinnovata alleanza fra Mosca a Naypyidaw, suggellata la scorsa settimana dalla visita del leader golpista – oggi presidente – del Myanmar Min Aung Hlaing al Cremlino dove ha incontrato Vladimir Putin. La Russia è stato il quinto Paese visitato dal leader birmano dalla nomina a presidente, dopo i viaggi ufficiali in India, Cina, Laos e Thailandia. In passato l’ex generale, oggetto di numerose sanzioni occidentali e in cerca di legittimità internazionale, ha effettuato quattro visite a Mosca come capo della giunta, la prima nel giugno 2021 per partecipare a una conferenza sulla sicurezza, cinque mesi dopo aver preso il potere con un colpo di Stato. Si è recato nel Paese due volte nel 2022 e di nuovo nel marzo 2025, quando ha tenuto colloqui formali con Putin.

Il rapporto fra i due Paesi è di interesse anche per la stessa Russia, che spera di rafforzare la presenza nel Paese del Sud-est asiatico e offrire nuove opportunità per le aziende energetiche per sopperire ai mancati introiti collegati agli effetti della guerra in Ucraina. I due Paesi hanno già siglato un accordo per la costruzione di una centrale nucleare su piccola scala in Myanmar in occasione dell’incontro tra Min Aung Hlaing e Putin nel 2025. A questo si aggiunge la firma di un memorandum sulla cooperazione in materia di investimenti per la Zona Economica Speciale di Dawei, in posizione strategica, che comprende la costruzione del porto e di una raffineria di petrolio. L’ultimo viaggio ha poi incluso un forum aziendale fra Myanmar e Russia, sancendo una crescita ulteriore nei legami che prevedono anche addestramento militare e borse di studio universitarie per migliaia di soldati birmani in Russia, unita alla vendita di armi e caccia da guerra.

Colpito un monastero

Sul fronte del conflitto interno, infine, nel fine settimana almeno 14 persone sono state uccise in attacchi aerei che hanno colpito ancora una volta un luogo di culto. Stavolta a finire nel mirino dei militari è stato un monastero buddista nella città di Myaung, regione centrale di Sagaing, a circa 70 km a ovest di Mandalay, colpito alle 9 del mattino del 21 agosto scorso. Testimoni locali riferiscono che tutte le vittime erano anziani, mentre fra i feriti vi sarebbero diversi monaci, aggiungendo che il sito è stato colpito due volte. I civili si erano riuniti sul sito per un ritiro di meditazione, ma sono stati colpiti dalle bombe dei jet; sinora l’esercito del Myanmar non ha voluto commentare l’operazione, che ha causato fra gli altri la morte di tre donne.

Gruppo ecumenico ai cristiani in Palestina: “Non perdete la speranza”

Nuovo appello di A Jerusalem Voice for Justice per l'uguaglianza a Gaza e in Cisgiordania. Dove raid israeliani e attacchi dei coloni causano una "disperazione sempre più profonda". Ai decisori politici: "Assumersi le proprie responsabilità". Alle comunità palestinesi: "Non siamo reliquie del passato".

Gerusalemme (AsiaNews) – “Non possiamo rimanere in silenzio”. Il gruppo cristiano ecumenico A Jerusalem Voice for Justice, attivo nella Città Santa e impegnato a favore di uguaglianza e giustizia verso la pace in Palestina e Israele, ha diffuso oggi un nuovo appello. I firmatari – tra cui il patriarca latino emerito palestinese Michel Sabbah, il vescovo luterano emerito Mounib Younan, l’arcivescovo greco-ortodosso Attallah Hanna – si pronunciano contro l’abitudine di assistere a “morte” e “sfollamenti” a Gaza come in Cisgiordania, dove non si placano i impuniti raid israeliani e i crescenti attacchi dei coloni. Si rivolgono a “tutte le persone di coscienza”; e ai cristiani in Palestina dicono: “Questa è la vostra terra, non perdete la speranza”.

L’appello di A Jerusalem Voice for Justice – diffuso oggi dal gesuita p. David Neuhaus, di origini sudafricane, anch’esso tra i firmatari – è articolato in tre punti. Anzitutto, viene sottolineata la “tragedia umana” che accade a Gaza da oltre mille giorni. “Dietro i numeri delle vittime ci sono volti e nomi”, dicono. Ricordano le due milioni di persone costrette alla fame e ad una vita di stenti tra le macerie. Denunciano il “collasso” dell’assistenza sanitaria. “Non possiamo semplicemente imparare a conviverci come se fosse una cosa normale”.

“Il pericolo oggi è che ci abituiamo a questa tragedia. Quando la perdita di vite umane diventa solo un’altra notizia tra le tante del quotidiano, e quando la distruzione non suscita più indignazione morale e compassione, ci troviamo di fronte a un pericolo che minaccia non solo Gaza, ma la nostra stessa umanità. Ci rifiutiamo di permettere che Gaza venga dimenticata”, affermano i firmatari.

A Jerusalem Voice for Justice chiede che Gaza non sia “dimenticata”. “Esigiamo la protezione dei civili, l’accesso garantito agli aiuti umanitari e la fine delle uccisioni, della distruzione, della fame e della paura”. Il gruppo ecumenico sottolinea che “ogni vita umana è sacra” e che rifiuta “ogni forma di omicidio, violenza e vendetta”. E, sulla pace, aggiunge: “Non può essere costruita sulle rovine di un popolo, né può fondarsi sulla negazione della dignità altrui. Non può esserci pace senza uguaglianza per tutti coloro che vivono in questa terra”.

L’appello prosegue mettendo al centro dell’attenzione i territori palestinesi occupati nella Cisgiordania, dove il pericolo “cresce di giorno in giorno”. Mentre il mondo volge lo sguardo altrove, la situazione nella West Bank “si sta deteriorando”. Per l’espansione incontrollata degli insediamenti, i posti di blocco, le chiusure, le difficoltà negli spostamenti, che spingono le persone palestinesi –  sia musulmane che cristiane – verso “una disperazione sempre più profonda”. Che spinge a valutare l’emigrazione. “Ciò che sta accadendo nelle città e nei villaggi palestinesi, compresa Taybeh con la sua importante presenza cristiana, ci riguarda tutti”, dice A Jerusalem Voice for Justice nel suo appello.

“Respingiamo ogni ideologia o politica che neghi ai palestinesi il diritto di esistere in libertà e dignità nella propria terra e nelle proprie case. Gerusalemme sta diventando sempre più isolata dal contesto palestinese circostante. L’accesso alla città, anche per la preghiera e il pellegrinaggio ai luoghi santi, è diventato estremamente difficile per molti”. Invitando Chiese e istituzioni a “fare della difesa della possibilità per le persone di rimanere nella propria terra una priorità”.

L’appello si conclude con il terzo punto: un invito alla speranza rivolto alle persone palestinesi cristiane. I firmatari affermano: “Sappiamo che la vita è difficile”. E ancora: “Vi diciamo: non lasciate che la paura vi domini, suggerendovi di essere stranieri nella vostra stessa terra. Non lasciate che la disperazione offuschi il vostro futuro”. “Non siamo reliquie del passato”, aggiungono. Le comunità cristiane in Palestina non sono “di passaggio”. Esse appartengono alla terra di Gesù Cristo, e sono “parte integrante del suo popolo, del suo passato, del suo presente e del suo futuro”, aggiungono i sottoscrittori.

“Cari fratelli e sorelle, rimanete saldi e non fuggite. Abbiate coraggio e non arrendetevi. Rimanete saldi nella solidarietà con il nostro popolo, resistendo al male e alla violenza. Come insegnava l’apostolo Paolo: ‘Non lasciarti vincere dal male, ma vinci il male con il bene’. L’amore non è debolezza, ma una forza capace di affrontare il male”.

Quindi, A Jerusalem Voice for Justice si rivolge ai decisori politici, in particolare agli Stati Uniti, invitando “ad assumersi le proprie responsabilità, adoperandosi per porre fine alle uccisioni, agli sfollamenti e alla distruzione”. Lo sguardo è rivolto anche alle prossime elezioni in Israele e Palestina, possibilità di significative svolte politiche. La speranza è che “portino nuove forme di governo, fondate sulla giustizia e l’equità, contribuendo a creare una nuova realtà che conduca all’uguaglianza e a una pace giusta e definitiva nella nostra terra e in tutta la regione”.

Infine, A Jerusalem Voice for Justice esorta Chiese e istituzioni cristiane “a dare priorità all’impegno di aiutare il nostro popolo a rimanere saldo, sostenendo le opportunità di lavoro, l’istruzione, l’alloggio”. Ricordando ai leader ecclesiastici di considerare l’urgenza dell’unità e di lavorare per “sollevare le preoccupazioni del nostro popolo e difenderlo”, cosicché “i fedeli possano sentire che la Chiesa non si limita a parlare di loro”. “Allo stesso tempo esortiamo il nostro popolo cristiano a non aspettarsi tutto dalle istituzioni e dai leader”. Concludendo: “Questa terra non è solo la terra in cui hanno vissuto i nostri antenati; è anche la terra in cui vogliamo che vivano i nostri figli”.

Leone XIV: i militari siano buoni samaritani, proteggano i cittadini dalle ingiustizie

Il Papa riceve in udienza questa mattina, 24 agosto, i membri dell’Ordinariato militare del Portogallo e alcuni rappresentanti delle forze armate e di sicurezza del Paese, a Roma in occasione dei sessant’anni dell’istituzione. Il Pontefice "affida al Signore" i due giovani soldati portoghesi, morti venerdì scorso, investiti da un veicolo mentre sull’autostrada soccorrevano “generosamente” un camionista

Ad ogni militare spetta quotidianamente la “nobile missione” di “difendere la sovranità della Patria e lo Stato di diritto, vigilando sulla sicurezza dei concittadini e proteggendoli dalle ingiustizie”. In questo modo, in un discorso pronunciato in lingua portoghese, Leone XIV sintetizza il compito dei buoni soldati ricevendo in udienza, questa mattina 24 agosto, nella Sala del Concistoro, l’Ordinariato Militare del Portogallo insieme ai membri dell’Esercito, dell’Aeronautica, della Marina, della Guardia Nazionale Repubblicana, della Polizia di Pubblica Sicurezza del Paese lusitano.

La delegazione dell’Ordinariato, dei corpi militari e delle forze dell’ordine portoghesi – circa 70 persone – è a Roma in occasione del sessantesimo anniversario della fondazione del Vicariato, che venticinque anni fa “ebbe il suo primo vescovo proprio”.

Il ricordo dei due soldati portoghesi morti in servizio

Il Papa ritrova queste prerogative del buon soldato esemplificate nei due giovani militari dell’Esercito portoghese, di 21 e 22 anni, che venerdì scorso 21 agosto, hanno perso la vita, investiti da un veicolo presso l’area di servizio di Cantanhede-Mealhada, sull’autostrada A1, mentre “generosamente, come il buon samaritano, si fermavano lungo la strada per prestare soccorso” ad un camionista con il mezzo in panne. Il Pontefice li affida “al Signore, insieme alle loro famiglie”.

La forza di riconoscere i propri limiti

Come suggerisce la lettera di san Paolo agli Efesini, il Vescovo di Roma li incoraggia ad essere “forti nel Signore”. Una forza però di una qualità tutta speciale, che Leone XIV ritrova nella figura del centurione di Cafarnao, di cui raccontano i Vangeli di Matteo e Luca.

Siate forti nel Signore come il centurione che, a Cafarnao, si avvicinò a Gesù. Egli conosceva bene i valori ai quali ispirate la vostra vita: l’obbedienza, la disciplina, la rinuncia, la lealtà, il cameratismo, la dedizione, la responsabilità e il coraggio. Allo stesso tempo, quel militare sentiva il bisogno di Dio, sapeva che l’essere umano non basta a sé stesso, ma aspira a qualcosa di più, a qualcosa che lo trascende.

Il centurione – sintetizza il Papa – aveva un servo malato, “che soffriva terribilmente”: proprio la premura per questa persona lo porta a cercare Gesù affinché la guarisca. Il soldato romano non si sente degno di ricevere in casa sua il Maestro, ma crede fermamente che Lui potrà guarire il suo servo pronunciando “soltanto una parola”. Un atteggiamento che, secondo il Pontefice, denota un profondo senso della “gerarchia”, che lo porta a riconoscere Gesù come “suo Signore, suo Dio”.

Se, da una parte, questo militare era consapevole della propria autorità, dall’altra mostrò davanti al Figlio di Dio la forza della fede e il coraggio dell’umiltà. In realtà, l’essere umano, per quanta responsabilità abbia, per quanto potere eserciti, per quanto irreprensibile possa essere, è sempre affamato di infinito e assetato di eternità.

Una sete che può essere placata solo “in Gesù”, colui che dispensa i doni dell’eternità e dell’infinito.

Illuminare con la Parola di Dio

Leone XIV raccomanda poi ai Cappellani militari “la crescita spirituale dei militari e dei poliziotti della vostra Nazione”, esortandoli ad accoglierli, ascoltarli ed illuminarli con la “sapienza della Parola di Dio”. Proprio da questa cura, aggiunge, “scaturiranno i frutti della crescita personale nella pratica della vita cristiana e del rafforzamento dello esprit de corps delle Forze Armate e di Sicurezza che servite”. Prima di benedirli, il Pontefice affida alla Madonna di Fatima le missioni dei militari portoghesi, nel proprio Paese e all’estero.

Il Papa: non si abbandonino le famiglie in cui vivono persone con disabilità intellettiva

Leone XIV, ricevendo la Federazione spagnola Marsodeto che assiste oltre 2700 persone con disabilità e le loro famiglie, esorta a scoprire in chi è più vulnerabile lo sguardo di Cristo. Uno sguardo che interpella e che “è qualcosa che ci fa crescere –spiega il Pontefice – come società umana e cristiana”

È l’incontro con un sogno pienamente realizzato quello che Papa Leone fa, ricevendo in Sala Clementina i rappresentanti della Federazione Marsodeto, nata negli anni ’80 a Toledo, in Spagna. Il sogno è quello di don Marcelino Casas Fuentes che, in periodo in cui le risorse erano scarse, guardò oltre il limite sapendo valorizzare le qualità delle persone con disabilità intellettive e paralisi cerebrale, sostenendo con il suo progetto anche le loro famiglie. Una realtà che oggi assiste oltre 2.700 persone.

L’incontro con Papa Leone arriva nel corso di un pellegrinaggio a Roma e in occasione dei 45 anni di istituzione di Marsodeto; una ricorrenza che il Pontefice ricorda nel suo discorso in spagnolo.

Rendiamo grazie a Dio per l’ispirazione di Don Marcelino Casas Puente che, ormai più di quattro decenni fa, ha dato vita a ciò che allora sembrava un sogno e che oggi contempliamo come una realtà: che nessuna famiglia in cui vivesse una persona con disabilità intellettiva rimanesse abbandonata.

Nel volto del fragile c’è Gesù

Esprimendo la propria gioia per l’incontro, Leone XIV assicura la sua benedizione per l’opera compiuta.

Un compito arduo, senza dubbio; con tanto lavoro nascosto, che nessuno vede e che solo Dio può ricompensare, e in cui è molto gratificante scoprire, nel volto di ogni persona, lo stesso Gesù Cristo.

Crescere come società umana e cristiana

È proprio dall’incrocio con quello sguardo che si può cambiare, che si può crescere, come accaduto con Marsodeto, portando avanti valori come “la solidarietà, la difesa della dignità umana e la piena inclusione”. Tutto ciò ha permesso un pieno avvicinamento alle persone con disabilità intellettiva e paralisi cerebrale coinvolgendo, sottolinea il Papa, anche “una nutrita rappresentanza istituzionale”.

Saper riconoscere, nelle vite dei più deboli e vulnerabili, lo sguardo di Cristo che ci interpella, è qualcosa che ci fa crescere come società umana e cristiana.

Amore e carità

Prima dell’affidamento a Maria che dia “coraggio nei momenti di maggiore difficoltà”, il Vescovo di Roma ricorda che l’amore per gli altri e la carità fanno crescere la fede.

Oggi, questa Federazione può essere orgogliosa di raggiungere così tante persone, realizzando ciò che ho avuto modo di ricordare nella mia recente visita in Spagna: «l’amore di Cristo ci spinge verso i fratelli e la carità e la sollecitudine con cui rispondiamo ai suoi impulsi sono la prova della nostra fede»

Shevchuk: la libertà non è mai scontata, pregate per la pace in Ucraina

Nel giorno in cui il Paese celebra i 35 anni di indipendenza, il capo della Chiesa greco-cattolica ucraina parla delle sofferenze inflitte dalla guerra alla popolazione e lancia un nuovo accorato appello a tutte le nazioni del mondo: “Abbiamo bisogno della vostra solidarietà”

Elenca i numeri di luglio 2026, il “mese più sanguinoso” di quattro anni e mezzo di guerra, che pure conta un costo di vite umane e di distruzioni indicibile. E della guerra stigmatizza la crudeltà e le ricadute etiche prodotte dalla tecnologia, dove l’occhio del drone che vede con esattezza chi sta per colpire rende inaccettabile, oltre che tragico, il concetto di vittime civili “accidentali”. Nel cuore dell’arcivescovo maggiore della Chiesa greco-cattolica ucraina, Sua Beatitudine Sviatoslav Shevchuk, i sentimenti suscitati dal conflitto si intrecciano con quelli legati ai 35 anni di indipendenza dell’Ucraina dal totalitarismo sovietico. Entrambi, dice ai media vaticani, fanno riflettere a fondo sul valore inestimabile della libertà.

Beatitudine, è un grande piacere sentirLa di nuovo, soprattutto in questo contesto, quando ogni giorno sentiamo continui e forti attacchi sulla capitale dell’Ucraina che colpiscono anche quella parte della città dove si trova la vostra cattedrale e la Sua residenza. Come vivete questa situazione di adesso?

Tutti noi abbiamo passato questa notte [22 agosto – ndr] nel rifugio antiaereo, come anche le notti precedenti, perché purtroppo aumenta il numero dei droni e dei missili lanciati sulle nostre teste. Ultimamente ogni mese diventa più sanguinoso del mese precedente. Ad esempio, secondo la Commissione di monitoraggio delle Nazioni Unite, il mese di luglio è stato il più sanguinoso dal marzo 2022, che è il mese con il più alto numero di vittime di questi quattro anni e mezzo di guerra. Le statistiche ufficiali dicono che questo mese di luglio sono stati uccisi 437 civili, 2.610 sono stati feriti, con il maggior numero di bambini feriti e uccisi dal mese di aprile 2022.

Tutti gli esperti che cercano di capire cosa stia succedendo, dicono che questa guerra diventa sempre di più una guerra di alta tecnologia e di armi molto sofisticate. Alcuni parlano di guerra delle città. Perché? Perché praticamente la possibilità di avanzare sulla linea dei combattimenti si è fermata. Avanzare sulla linea del fronte per l’esercito russo diventa sempre più impossibile e molto costoso. Perciò cercano di colpire i civili, aumentando la sofferenza delle persone che vivono soprattutto nelle grandi città: per questo la capitale dell’Ucraina è diventata il bersaglio numero uno. Quando si cerca di trovare qualche analogia nel passato, molti dicono che lo scenario che si sta svolgendo in Ucraina è molto simile alla guerra iraniano-irachena degli anni ottanta, che veramente è stata la guerra di due popoli che non erano capaci di vincere sulla linea del fronte e cercavano di aumentare le sofferenze dei civili.

L’altra caratteristica molto seria dal punto di vista morale ed etico è quella che l’alta tecnologia che si sta sviluppando usa non soltanto l’intelligenza artificiale per indirizzare il punto di attacco dei droni, ma al giorno d’oggi questi droni micidiali – ma anche i missili che sono sempre più sviluppati per colpire i civili – sono stati dotati di telecamere. Allora un operatore che sta guidando questo missile o questo drone in tempo reale vede le persone che uccide. Dire che le vittime civili sono vittime accidentali, non volute direttamente, non è possibile. Ad esempio, l’altro giorno è stato colpito un autobus nella città di Kherson. Sono state uccise non soltanto le persone che viaggiavano in quell’autobus, ma anche quanti erano intorno. È evidente che l’operatore di questo drone vedeva le persone che uccideva. Questo è veramente un problema morale molto grave. Si dice che al giorno d’oggi la Russia sta cercando di usare la sofferenza dei civili, anche la paura, come un’arma. Quello che non erano capaci di conseguire sul fronte dei combattimenti, lo stanno cercando di ottenere attraverso questo terrore sulle grandi città.

Questa guerra vuole trasformare anche la stanchezza, la sofferenza, anche quella spirituale delle persone, in uno strumento di pressione politica. Ovviamente questo sta cambiando il volto di questa guerra, che è sempre una guerra sacrilega. Ogni atto di questo tipo è un crimine sia contro il diritto umanitario internazionale sia contro la legge morale nei contesti dei conflitti armati. Questa è la situazione, soprattutto nella capitale, che stiamo vivendo negli ultimi mesi e giorni.

In questa situazione cosa significa festeggiare i 35 anni d’indipendenza, che coincidono proprio con quattro anni e mezzo esatti dall’inizio di questa atroce aggressione?

Per noi festeggiare il giorno dell’indipendenza dell’Ucraina vuol dire anzitutto ringraziare il Signore per il dono della libertà, di cui lo Stato indipendente Ucraino è garante. Per i cristiani l’amore per la patria non può trasformarsi nell’idolatria dello stato. Uno Stato di diritto è uno strumento importante per proteggere la dignità umana, la libertà, il bene comune e il diritto alla vita del popolo. L’amore per la propria patria non è odio per gli altri, ma è la volontà di assumersi la responsabilità del proprio popolo e di servirlo. Perciò per noi questo giorno della commemorazione dell’indipendenza ucraina è un giorno di preghiera e di riflessione su come oggi dobbiamo non soltanto difendere la nostra libertà, ma costruire in modo positivo il nostro futuro.

In questi giorni parliamo sempre anche dell’unità nazionale, perché è un’unità attorno a certi valori fondamentali. Lo Stato è uno strumento per servire il bene comune, la dignità della persona umana, per garantire la sopravvivenza, per vivere liberamente e per costruire la nostra società nella pace. Ovviamente in questo giorno tutti noi pregheremo per la fine della guerra. Sappiamo che non soltanto l’indipendenza dell’Ucraina è un dono di Dio, ma la pace è un dono di Dio. Saremo tutti quanti uniti in preghiera, ma anche nel nostro servizio per il bene comune, nel nostro servizio per salvare le vite umane, soprattutto nel contesto della guerra che viviamo oggi.

Lei ha parlato del dono della libertà. In questo contesto vorrei chiedere una cosa personale. Lei è nato nel periodo del totalitarismo. La sua formazione sacerdotale è iniziata in seminari clandestini. Cosa significano per lei personalmente questi 35 anni di libertà, anche guardando ai giovani di oggi, che già nella seconda generazione sono nati durante questo periodo d’indipendenza?

Mi è toccato vivere il momento in cui lo stato totalitario comunista, che voleva controllare anche la mente e la volontà delle persone, è crollato a pezzi. In quel momento abbiamo capito che la libertà non significa soltanto la possibilità di essere liberi in modo esteriore, abbiamo capito che la libertà è una categoria spirituale e morale. Io ricordo che anche nell’Unione Sovietica noi, i cristiani cattolici che siamo vissuti nella clandestinità, eravamo più liberi dei leader comunisti, perché noi portavamo questa libertà dei figli di Dio nei nostri cuori. E proprio grazie a questa capacità di essere liberi, di avere il coraggio di pensare in modo diverso da quello che era imposto dalla ideologia comunista statale, la libertà di decidere, decidere liberamente, ma sempre secondo i criteri del giudizio cristiano. Questa per noi, nei tempi dell’Unione Sovietica, è stata una scuola spirituale della libertà.

Poi, quando è caduto questo Paese totalitario, noi abbiamo saputo trasmettere questa libertà interiore che abbiamo portato dentro di noi, nel contesto della società civile ucraina. E perciò siamo stati veramente questo lievito della nuova società, e la nostra Chiesa è stata veramente una portatrice di trasformazione della società ucraina da un Paese post-comunista e post-coloniale sovietico a un Paese democratico. Ovviamente questo cammino non sarà mai un cammino fatto una volta per sempre. Ogni giorno dobbiamo dimostrare questa libertà cristiana e continuare il nostro cammino.

Ma qui ho capito una cosa molto profonda che appartiene alla tradizione spirituale e teologica bizantina, che la libertà è qualcosa di più grande del semplice libero arbitrio. Libertà è il frutto di una scelta buona e una scelta basata sulla verità. Se io faccio una scelta corretta, scelgo dei valori fondamentali, scelgo il bene, allora il mio libero arbitrio, che è una potenzialità della libertà, si trasforma in un’esperienza di libertà. Perciò aiutare le persone a compiere le scelte giuste è un cammino verso una libertà autentica. Non libertinaggio, non un’anarchia, ma una libertà che è sempre collegata con la responsabilità e il bene comune.

È ovvio che questo concetto di libertà oggi è molto ricercato in Ucraina. È interessante notare che molti nostri ragazzi, che sono stati prigionieri di guerra, hanno subìto delle torture tremende nella prigionia russa e poi sono stati liberati, dicevano che si sentivano più liberi anche con le mani legate, rispetto a coloro che li torturavano. Perché? Perché veramente questi ufficiali russi erano prigionieri dei loro schemi intellettuali. Avevano paura dei loro superiori. Avevano paura di finire loro stessi in carcere per non obbedire ciecamente agli ordini ricevuti. E i nostri soldati in questi momenti si sentivano più liberi anche con le mani legate. Perché? Perché hanno fatto la loro scelta. La scelta giusta. La scelta che sempre è basata sulla verità e sulla difesa della vita delle persone.

È questa la nostra esperienza nei tempi dell’Unione Sovietica. La nostra esperienza di questa società che si ricostruisce dopo la caduta del totalitarismo statale. È questa libertà che oggi il popolo ucraino sta cercando di difendere e di costruire sempre di più nel proprio Paese libero e indipendente.

Quale potrebbe essere il messaggio del popolo ucraino per il mondo di oggi dove possiamo osservare una certa crisi di democrazia con il crescere di tendenze autoritarie in diverse parti del mondo, anche dove meno ce lo si aspetterebbe?

Non stancatevi di essere liberi! Secondo me questa crisi dei valori democratici è collegata a una certa crisi della propria responsabilità per il proprio Paese. Ognuno vuole scaricare la propria responsabilità sulle spalle degli altri. E talvolta cercano un capro espiatorio, un politico o un autocrate che possa assumere in sé i doveri personali che ognuno ha nei confronti della propria patria e del proprio Paese. Talvolta alcuni vogliono essere dispensati dalla necessità di pensare e discernere. Vogliono che qualcun altro pensi, discerna e decida per loro. Questo è un certo infantilismo, perché così fanno i bambini quando pensano che sono sempre gli altri a dover costruire per loro un futuro migliore. La fuga dalla responsabilità secondo me al giorno d’oggi è una grande piaga delle democrazie moderne.

Perciò mi stupisce questa cosa che al giorno d’oggi la Chiesa sempre di più si fa garante e difensore dei valori democratici, perché la Chiesa afferma la dignità di ogni persona umana. Proprio la Chiesa sta proteggendo l’essere umano nella cultura odierna dalla disumanizzazione, a tutti i livelli, cominciando oggi con la sfida dell’intelligenza artificiale. Proprio la Chiesa dice che nessuno deve avere il diritto di rubare i sogni e le speranze degli altri per il proprio futuro. Anzi, siamo noi stessi i costruttori della nostra vita e del nostro futuro.

Non abbiate paura di essere liberi. Questo è il messaggio fondamentale che oggi l’Ucraina può inviare a tutto il mondo. Anche se questa libertà dovrà essere difesa. Perché la libertà non si dà per scontata. Non sono degni di questo dono della libertà coloro che non corrono il rischio di assumere questa libertà e vivere da uomini e donne liberi.

Come pastore di una porzione del popolo di Dio che è in Ucraina e anche in altre parti del mondo, quale appello vorrebbe rivolgere alla Chiesa universale in occasione di questo anniversario dell’indipendenza?

La più alta espressione della libertà è la capacità dell’essere umano di amare. Amare Dio e amare il prossimo. Oggi in Ucraina noi vediamo che la concordia nazionale che ci ha portato verso un’indipendenza nazionale può essere difesa soltanto attraverso la misericordia. La capacità di essere empatici con quelli che soffrono, la capacità di essere misericordiosi verso coloro che sbagliano, ma anche la nostra capacità di fare il bene al prossimo. Perciò non dobbiamo dimenticare che la più grande esperienza della libertà si fa quando noi amiamo Dio e il prossimo.

Desidero ringraziare tutti coloro che nel giorno dell’indipendenza dell’Ucraina, il 24 agosto, si uniranno con noi nella preghiera. Voglio ricordare che il Consiglio Pan-Ucraino delle Chiese si è rivolto con un appello al Consiglio Mondiale delle Chiese, ma anche ha scritto una lettera a Papa Leone e a tutti uomini e donne di buona volontà perché vivano il 24 agosto come un giorno di preghiera per la pace in Ucraina. Noi tutti in Ucraina in questo giorno saremo uniti nella preghiera. Noi capi delle Chiese e delle organizzazioni religiose ci raduneremo nella cattedrale più antica dell’Europa dell’Est, la cattedrale di Santa Sofia a Kyiv. Lì si trova un mosaico dell’XI secolo della Madonna Orante. Di fronte a questo mosaico della Madonna Orante di Kyiv noi pregheremo per la pace. Chiediamo la vostra solidarietà e l’unità nella preghiera, ma anche nell’azione umanitaria che oggi per noi è una via eccellente per dimostrare il nostro amore verso Dio e verso il prossimo.

Papa Leone XIV: “E molto gratificante scoprire nel volto di ogni persona lo stesso Gesù Cristo”

Il Papa ha incontrato i membri della “Federación Marsodeto” e una delegazione dell’Ordinariato Militare per il Portogallo

La vostra attività ha “tanto lavoro nascosto, che nessuno vede e che solo Dio può ricompensare, e nel quale è molto gratificante scoprire, nel volto di ogni persona, lo stesso Gesù Cristo”. Lo ha detto stamane Papa Leone XIV, incontrando in Vaticano i membri della “Federación Marsodeto”, della Arcidiocesi di Toledo, in Spagna.

“Sono molti – ha aggiunto Papa Leone – i valori che caratterizzano il vostro modo di accostarvi alla realtà delle persone con disabilità intellettiva e paralisi cerebrale: la solidarietà, la difesa della dignità umana e la piena inclusione. Rendiamo grazie a Dio per l’ispirazione di don Marcelino Casas Puente che, più di quattro decenni fa, diede avvio a quello che allora sembrava un sogno e che oggi contempliamo come una realtà: che nessuna famiglia con una persona con disabilità intellettiva rimanesse priva di sostegno”.

Sempre questa mattina il Papa ha anche ricevuto una delegazione dell’Ordinariato Militare per il Portogallo.

Siate forti nel Signore – ha esortato il Pontefice – come il centurione che, a Cafarnao, si avvicinò a Gesù. Egli conosceva bene i valori sui quali improntate la vostra vita: l’obbedienza, la disciplina, la rinuncia, la lealtà, il cameratismo, la dedizione, la responsabilità e il coraggio. Allo stesso tempo, quel militare sentiva il bisogno di Dio, sapeva che l’essere umano non basta a sé stesso, ma aspira a qualcosa di più, a qualcosa che lo trascende”.

Rivolgendosi ai cappellani militari, Leone XIV ha ricordato che a loro “la Chiesa affida la crescita spirituale dei militari e dei poliziotti della vostra Nazione. Accogliete tutti, ascoltateli, illuminateli con la sapienza della Parola di Dio, rimanete al loro fianco agendo in nome di Cristo nella celebrazione dei Sacramenti, accompagnate ciascuno senza dimenticare le loro famiglie. Da questo vostro specifico ministero si raccoglieranno i frutti della crescita personale nella pratica della vita cristiana e del rafforzamento dello spirito di corpo delle Forze Militari e di Sicurezza che servite. La vostra testimonianza di amore alla Chiesa e al Paese è un balsamo che conforta e dona speranza”.

Gallagher torna a Mosca: è la prima volta dal 2021 – Oggi l’incontro con Lavrov

Dall’ultimo viaggio sono trascorsi molto più dei quasi cinque anni registrati dal calendario. Nel novembre 2021, quando si è svolta la precedente missione a Mosca dell’arcivescovo Paul Gallagher, una nuova e difficilissima stagione geopolitica era alle porte. A inaugurarla, tre mesi dopo, la guerra del Cremlino all’Ucraina. Da allora, nel mappamondo, i conflitti si sono moltiplicati e l’impiego disinvolto della forza mina i fondamenti dell’architettura multilaterale. Qualcuno addirittura vede il suo crollo imminente.

Eppure la Santa Sede prosegue ostinata nella via del dialogo. In quest’ottica va inquadrato l’arrivo ieri nella capitale russa del segretario per i Rapporti con gli Stati del Vaticano, dove rimarrà fino a venerdì, per una serie di appuntamenti in cui – sottolinea Vatican News – la dimensione propriamente diplomatica si affianca a quella ecclesiale.

Oggi l’appuntamento cruciale: l’incontro di monsignor Gallagher con Sergeij Lavrov, lo stesso ministro degli Esteri con cui si era visto nel 2021. Nelle ore successive, poi, è prevista la riunione con il metropolita Antonij di Volokolamsk, responsabile per le relazioni esterne della Chiesa ortodossa russa che, da giugno 2022, ha preso il posto di Ilarion. Domani, il numero due della diplomazia della Santa Sede vedrà Yuri Ushakov, consigliere del presidente per la politica estera. L’agenda si concluderà giovedì con l’incontro con il clero, i religiosi e le religiose, i vescovi e la Messa nella cattedrale dell’Immacolata a Mosca. L’indiscrezione del viaggio di Gallagher – il primo dall’inizio della guerra – e del meeting con Lavrov era stata diffusa da Tass al principio del mese. Il faccia a faccia avviene a oltre un anno dalla telefonata tra i deu dell’aprile 2025 e rappresenta – ha precisato l’agenzia di Stato – l’opportunità per «uno scambio di opinioni sullo stato attuale e sulle prospettive della cooperazione bilaterale tra Russia e Vaticano, un confronto in seno ai forum multilaterali» nonché sulle «questioni internazionali di interesse comune».

Una formula volutamente vaga che va letta in continuità con l’impegno della Santa Sede per aprire spiragli fra i due Paesi-nemici mentre i negoziati languono. In questo senso, è eloquente la dichiarazione dell’ambasciatore russo presso la Santa Sede, Ivan Soltanovsky: «È l’opportunità per illustrare direttamente, da parte dei nostri alti funzionari, la posizione su molte questioni ». A metà luglio, il segretario per i rapporti con gli Stati era stato a Kiev come rappresentante di Leone XIV per le celebrazioni del trentacinquesimo anniversario della restaurazione delle strutture della Chiesa cattolica latina nel Paese. Appena prima si era svolta la missione di Matteo Zuppi, inviato di pace vaticano, che aveva incluso l’incontro con prigionieri di guerra russi rinchiusi a Zalhid-1, vicino a Leopoli. Esperienza che il cardinale Zuppi dovrebbe ripetere nell’imminente viaggio a Mosca previsto entro la fine di settembre.

Romanelli e Ielpo: «Inghiottiamo le lacrime e restiamo»

«In Cisgiordania vediamo continuamente ingiustizie e violenze» sottolinea padre Francesco. Su Taybeh, la cittadina cristiana dichiarata “zona militare chiusa” dall’esercito israeliano, «auspichiamo soluzioni diverse». Nella Striscia le persone continuano a sopravvivere senza acqua, lavoro, scuola, elettricità, cure. «Noi cristiani portiamo il Vangelo in una valle di morte»

Per il custode di Terra Santa, padre Francesco Ielpo, in Cisgiordania l’emergenza continua: «È drammatico e doloroso assistere al perpetuarsi di ingiustizie e violenze. Penso anche ai villaggi o agli accampamenti delle minoranze di cui non si sa nulla» ha detto ieri al Meeting, in un dibattito con il parroco di Gaza Gabriel Romanelli, in video collegamento, moderato dalla giornalista Alessandra Buzzetti.

Il custode ha confermato che la cristianità non smobiliterà, chiedendo di cambiare strategia su Taybeh. Secondo padre Gabriel la resilienza disturba: «A Gaza Gesù ha vinto, il mondo non vuole sentirlo ma ha vinto: restiamo e inghiottiamo le lacrime». E Ielpo ha spiegato che in queste ore, «oltre a denunciare come continua a fare la Chiesa, si sperimenta un’impotenza di fronte a chi ti guarda. Eppure, la potenza cristiana è fondamentale ». Non solo come testimonianza. «I luoghi santi – ha aggiunto parlando dei pellegrinaggi – hanno bisogno della presenza essenziale dei cristiani di tutto il mondo. Il pellegrinaggio oltre ad essere una iniezione positiva per l’economia (a Betlemme il 75% della popolazione vive di turismo) genera speranza».

Una prospettiva confermata dalle parole del parroco di Gaza: «Restare qui è una sfida politica, nonostante non lo si possa capire: il pastore deve restare con il suo gregge. Quindi inghiotto le lacrime e resto qui». Padre Romanelli ha poi illustrato ancora una volta le difficoltà della vita quotidiana nella città bombardata, senza lavoro, senza acqua, senza scuole, senza elettricità se non quella di un generatore che serve parrocchia, ospedale e comunità religiose, depuratore e pompe.

Il custode ha fatto capire che non ci sono novità né spiragli e che la situazione disumana dei profughi resta attualissima. A Gaza, dove un litro di diesel costa 10 euro – e Hormuz non c’entra – e dove la scuola cattolica che l’anno scorso aveva 270 alunni quest’anno ne avrà mille perché le altre strutture sono crollate, «mai ho visto qualcuno invocare vendetta; neanche dopo il bombardamento del 7 luglio 2025 che fece diverse vittime nella comunità. Alla sera pregammo e nessuno chiese giustizia, ma solo pace. Questo mostra cosa sono i cristiani in Terra Santa, gente che porta il Vangelo in una valle di morte».

Padre Ielpo ha motivato la resilienza cristiana su un piano teologico. «Noi abbiamo tante opere, ma la prima opera siamo noi. Ciò che facciamo è il riverbero di ciò che accade in noi: tutti ci guardano e cercano soluzioni che spesso non abbiamo; di fronte al male possiamo però inginocchiarci e guardare al mistero di un Dio che si fa carne e non si ritira, in nome del suo amore per l’uomo».

Padre Ielpo ha spiegato che una quotidianità familiare sotto le bombe non è un atto politico, ma resta una risposta diversa (e alternativa) ai diktat della politica e della guerra: «Il mio compito è innanzi tutto difendere la vocazione dei frati perché solo vivendola fino in fondo contribuiamo a un amore che non si ritira, come quello di Cristo». I profughi e i cattolici chiedono le stesse cose in Cisgiordania: un lavoro, una scuola, la sanità, la pace. «Chiedono a noi di dare loro una ragione per stare qui, dove tutto è distrutto. Una ragione che dimostri che c’è qualcosa di veramente bello anche qui: il nostro compito è aiutarli a scoprire la propria vocazione. E che il destino che Dio ha pensato per noi è buono. Se ci limitassimo a dire semplicemente “bisogna restare a tutti i costi” sarebbe solo uno slogan».

Questa resistenza è la scelta dal basso di vivere dove altri hanno deciso di fare la guerra. Rientra, in questo contesto, anche la necessità dei pellegrinaggi: che «rinnovano nei pellegrini il legame con Cristo e aiutano un popolo a riscoprire la propria vocazione a vivere in Terra Santa». Ma non vale solo per i luoghi sacri. Questa richiesta di “normalità” si scontra con la linea di Israele che ha blindato Taybeh. «Auspichiamo soluzioni diverse perché ci sia il rispetto dei diritti fondamentali» ha risposto da Rimini il custode. Che ha commentato così la scelta di chiudere l’unico villaggio interamente cristiano della Cisgiordania per proteggerlo dai coloni: «Ogni giorno ci troviamo di fronte a nuove sfide e nuove sofferenze che sono veramente molto profonde e il grido di giustizia che si sente nascere dentro è davvero molto forte, molto grande. Bisogna trovare soluzioni realistiche, concrete ed efficaci perché ci sia il rispetto dei diritti fondamentali di ogni uomo, di ogni popolo» ha detto il francescano. «È un momento storico in cui non possiamo voltarci dall’altra parte» ha concluso.

Le parole di Maria

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I messaggi della Regina della Pace sui Pastori della Chiesa dati a Mirjana di Medjugorje (2009-2015)

2.I MESSAGGI DELLA REGINA DELLA PACE AI PASTORI

Testimonianza di fede – Martedì

fatto del giorno martedì

Cari ascoltatori,

di seguito potrete leggere il fatto del giorno di oggi, Martedì 25 Agosto, che riguarda la testimonianza di Giulio.

Buona lettura!

Buonasera, mi chiamo Giulio, ho 20 anni e vivo a Rimini dove Studio scienze religiose.

Io credo in Gesù Cristo perché sento che è presente nelle mie giornate, nei diversi periodi della mia vita.

La mia conversione è arrivata quando alle superiori, facendo il liceo classico, pregavo per sentirmi più sicuro a scuola e poi da lì è partito tutto. Poi ho scoperto che c’è sempre Dio che ci abbraccia e ci accompagna nel cammino della vita. Nelle mie giornate la preghiera, la messa, sono momenti indispensabili che non salto mai, sono quotidiani, ogni giorno.

Un’esperienza significativa è stata quella di un pellegrinaggio a Medjugorje, attraverso il quale ho capito che la via di Maria è quella più affascinante, è donarsi al Signore con docilità e fiducia. Sono rimasto molto colpito dal luogo e dalla fede dei pellegrini. Inoltre il Giubileo dei giovani dell’anno scorso mi ha rafforzato molto nella fede e nella comunità, insieme ai ragazzi di Rimini. Ho sentito che la Chiesa è qualcosa di universale, che ci abbraccia come una grande madre. Come domani col Papa…

Nonostante i momenti di difficoltà a scuola, all’università e i lavori estivi che faccio per avere qualche soldo in più, cerco sempre di rifugiarmi nella preghiera e di mettere tutto nelle mani di Dio. Amo molto quando, in mezzo alla confusione e all’agitazione mi fermo e faccio il segno di croce, e già sento che cambia qualcosa.

Gaudí, il genio che costruiva per conto di Dio

Le opere del grande architetto spagnolo riviste attraverso la vita del loro autore. Che diceva sempre: «Il mio padrone non ha fretta»

Esistono almeno due modi di scrivere la vita di Antoni Gaudí. Il primo consiste nel partire dalle opere: la Sagrada Família, il Park Güell, la Casa Batlló, la Pedrera. È la strada percorsa dalla maggior parte delle biografie. Si osservano gli edifici, li si interpreta e, a partire da essi, si ricostruisce il profilo del loro autore. Chiara Curti sceglie invece il percorso opposto. Non guarda l’uomo attraverso le sue opere; guarda le opere attraverso l’uomo.

Nelle pagine di Gaudí vivo l’architetto catalano esce dalla teca del genio eccentrico e inafferrabile nella quale il Novecento lo ha spesso rinchiuso. Non scompare il creatore visionario che ha trasformato il profilo di Barcellona; semplicemente smette di occupare tutta la scena. Al suo posto compare una figura molto più concreta e sorprendente: un uomo che si alza all’alba, che cammina a piedi nudi sull’erba bagnata insieme al padre, che lascia entrare gli uccelli dalla finestra aperta della sua casa e che passa gran parte della propria esistenza in un quartiere periferico attorno a un cantiere destinato a non finire mai.

Non concludere, ma partecipare

Curti recupera episodi, testimonianze, ricordi e frammenti di vita che le biografie tradizionali tendono a relegare in nota. Non per gusto aneddotico, ma perché è lì che si rende visibile una personalità. Si comprende allora perché Gaudí potesse dire: «Il mio padrone non ha fretta». La frase, diventata celebre per la sua relazione con la Sagrada Família, smette di essere una battuta folgorante e torna a essere ciò che probabilmente era all’origine: una maniera di abitare il tempo. Un modo di lavorare senza l’ansia della conclusione, perché è a un Altro che spetta concludere ciò a cui l’uomo, essere mortale, è solo chiamato a partecipare.

Per questo, la Sagrada Família appare sotto una luce diversa. Non come il monumento di un genio solitario, ma come il centro di una comunità umana. Attorno al Tempio si muovono operai, bambini, poveri, artisti, benefattori, amici. La costruzione cresce insieme alle persone che la costruiscono. È significativo che Gaudí abbia scelto di vivere proprio lì, in mezzo a quella periferia che la città elegante considerava marginale. «La Sagrada Família cresceva in mezzo a quei poveri, e Gaudí aveva scelto di vivere con loro».

I volti dietro ogni invenzione

Da questa prospettiva acquistano un significato nuovo anche aspetti molto noti della sua architettura. I piatti rotti utilizzati per il trencadís non sono più soltanto una soluzione decorativa geniale, ma diventano frammenti di vite quotidiane trasformati in bellezza. Le figure scolpite sulla facciata della Natività non sono personaggi idealizzati, ma persone reali, spesso umili, incontrate nei dintorni del cantiere. Perfino il modo in cui sceglie i propri modelli rivela una logica diversa da quella del monumento celebrativo: non cerca i migliori, cerca coloro che ama.

In Gaudì la tecnica non è mai staccata dalla fede e la fede non è mai isolata dalle relazioni quotidiane. Per questo Gaudí vivo riserva una sorpresa anche a chi conosce il personaggio e la sua grande opera. Dietro le torri, le facciate e le invenzioni strutturali si intravedono i volti, le amicizie, le fragilità, le ostinazioni e le speranze che le hanno generate.

L’ovazione del Meeting per Leone XIV

L'entusiasmo dei ciellini per la visita del Papa a Rimini è segno di una gratitudine per una storia che, in ottant'anni, ha cambiato la vita a molti

Come si spiega l’entusiasmo del popolo ciellino per la visita di Leone XIV al Meeting di Rimini? I “viva il Papa”, le urla, i bambini protesi pericolosamente oltre le balaustre di contenimento per ricevere una carezza sono immagini che conosciamo, le vediamo ogni volta che il vicario di Cristo appare in qualche piazza, in Italia e nel mondo. Sono fotografie cui siamo abituati, certo. Ma ci sono momenti in cui una storia sembra convogliare in un attimo di tempo. Ieri, nei padiglioni della fiera, è stato uno di quei momenti, e rimarrà indimenticabile nella memoria di molti che sono stati segnati dall’incontro col carisma di don Giussani.

I ragazzi che videro il prete di Desio tuonare nelle aule del liceo Berchet, ormai sessant’anni fa, ieri c’erano. I lontani, arrivati da uno degli ottanta Paesi in cui il movimento ha attecchito, ieri c’erano. Donne e uomini che hanno dato alla propria vita la forma di una memoria di Cristo, ieri c’erano. Ragazzi, ragazzini, bambini a frotte, giessini tatuati e universitari con una corona di orecchini, ieri c’erano. Manager e casalinghe, professori e imprenditori che hanno rinunciato alle ferie per andare – gratuitamente e per una settimana – a spazzare i saloni della fiera, spillare birre, dare indicazioni ai visitatori in polverosi parcheggi, ieri c’erano. Anche quelli che nessuno reputerebbe degni di una qualche considerazione, quelli dell’undicesima ora, gli sbagliati, i cattolici dai facili costumi, ieri c’erano.

Una storia fatta di opere, eventi, politica, giornali, aziende, scuole. Una storia lunga quasi ottant’anni, nel luogo in cui, da quasi mezzo secolo, questa storia si esprime, si mette gagliardamente in mostra, sfida il mondo con la sfacciataggine di un intruso impertinente. Questa storia, ieri, in un pomeriggio di metà agosto, ha salutato Leone XIV con un entusiasmo e una gioia che raramente si può vedere tributata a una sola persona.

Eredità viva

Certo, come ha detto il Papa rivolgendosi ai bambini: «Gli applausi più forti devono essere per Gesù Cristo: siamo tutti discepoli di Gesù!». Non si potrebbe dirlo con altre parole. Ma entusiasmo e gioia non si possono esprimere se non concretamente come affetto verso colui che quella discepolanza è chiamato incessantemente ad accompagnare e a confermare. «Cari amici, amate sempre la Chiesa!», ha ripetuto due volte il Papa. Ecco come si spiega tanto entusiasmo: è la gratitudine per una vita e per una storia che quotidianamente riempie il cuore. Si applaude il papa come forma di riconoscenza per quel che s’è ricevuto.

«Ringraziamo il Signore – ha detto il papa – per questa eredità viva, che vi dà una grande responsabilità storica, nella comunione più grande della Chiesa, a servizio di un’umanità che ha fame e sete di giustizia».

Non c’è eredità senza un compito. Non c’è storia senza un popolo.

Il Papa e il terremoto di Amatrice: «La solidarietà sostenga la ricostruzione»

La riflessione all'Angelus di ieri: «La fede non può ridursi a un'abitudine». L'appello per Congo e Centrafrica

Un pensiero alle popolazioni colpite da tragedie e crisi umanitarie, dall’epidemia di Ebola nella Repubblica Democratica del Congo al grave incidente minerario nella Repubblica Centrafricana, e poi, soprattutto, il ricordo del decimo anniversario del terremoto che esattamente 10 anni fa devastò il Centro Italia e che fece ad Amatrice il maggior numero di vittime. Sono questi gli appelli lanciati da Leone XIV ieri, al termine dell’Angelus in piazza San Pietro. «Nella mia preghiera ricordo spesso la Repubblica Democratica del Congo», ha detto il Pontefice, soffermandosi sul «diffondersi dell’epidemia di Ebola che purtroppo sta provocando molte vittime». Da qui l’invito a una mobilitazione più ampia: «Incoraggio una risposta da parte della Comunità internazionale, che coinvolga anche le comunità locali nell’opera di prevenzione, per salvare tante vite umane». Leone XIV ha quindi espresso la propria vicinanza alla Repubblica Centrafricana, «che piange le vittime del crollo avvenuto in una miniera a Zamboyé». Il Papa ha affidato alla misericordia di Dio le persone decedute e ha richiamato la necessità di garantire condizioni più sicure nei siti estrattivi: «Il Signore accolga quanti hanno perso la vita e sostenga l’impegno di garantire la sicurezza e la legalità dei siti minerari».

Un ricordo particolare è stato poi rivolto all’Italia. «Domani ricorre il decimo anniversario del terremoto che ha colpito il Centro Italia tra Lazio, Umbria e Marche», ha ricordato il Pontefice, assicurando la propria preghiera «per i defunti e per le loro famiglie, e per tutte le comunità coinvolte». E ha aggiunto l’auspicio che «la fede e la solidarietà continuino a sostenere l’opera di ricostruzione».

Nella meditazione che ha preceduto la preghiera mariana, Leone XIV ha commentato il Vangelo della XXI domenica del Tempo ordinario, concentrandosi sulla domanda che Gesù rivolge ai discepoli a Cesarea di Filippo: «Ma voi, chi dite che io sia?». Per il Papa si tratta di un interrogativo decisivo anche per i cristiani di oggi, chiamati a verificare continuamente la qualità e la profondità della propria fede. «La fede, infatti, non ci è data una volta per tutte», ha affermato. C’è piuttosto il bisogno costante di «riscoprire il volto di Cristo e il suo Vangelo», di «approfondire il suo messaggio» e di «rinnovare le scelte della nostra vita», evitando che l’adesione a Cristo si trasformi in una semplice consuetudine religiosa.

Il Papa ha messo in guardia dalla «tentazione di sapere già tutto e di fare della fede un’abitudine», invitando ciascuno a confrontarsi personalmente con la figura di Gesù. La domanda su chi sia davvero Cristo emerge nella preghiera e nell’ascolto del Vangelo, ma anche di fronte «alle ferite e ai bisogni dei fratelli» e nelle situazioni che interrogano la coscienza. Da qui l’invito a non fermarsi a una fede ereditata o semplicemente ricevuta. «A volte sulla fede cristiana ci si accontenta del “sentito dire”, dei luoghi comuni», ha osservato Leone XIV. Invece Gesù «ci chiama a una risposta personale, a conoscerlo da vicino, a lasciarci scavare dall’amicizia con Lui». Un cammino che, ha aggiunto, può richiedere «di percorrere strade inedite e di fare scelte diverse da quelle immaginate», tanto nella vita dei singoli quanto nel cammino della Chiesa e nelle sue scelte pastorali.

Il Papa al Meeting, parole da non anestetizzare che sfidano a spalancare l’orizzonte

Un commento al discorso di Leone XIV a Rimini

Parlando ai partecipanti alla quarantasettesima edizione del Meeting dell’amicizia fra i popoli, Papa Leone XIV ha riacceso – per riprendere le sue parole – «sogni e visioni», con parole che hanno valore per la Chiesa tutta, capaci di spalancare un orizzonte all’altezza del cambiamento d’epoca in cui siamo immersi.

La verità si incontra nella libertà

Senza censurare i drammi e le sfide che scuotono il nostro presente, il Papa ha avuto l’audacia di indicare l’inaspettata opportunità che questa epoca «drammatica e meravigliosa» costituisce. La società secolarizzata concepita, quindi, non come nemico da combattere ma come spazio da comprendere, abitare, vivere: una società che non ha bisogno di continui richiami astratti quanto che si spalanchino al suo interno spazi di autentica umanità e piena libertà. Infatti, ha chiarito papa Leone, per la Chiesa, oggi, il punto decisivo non «non è una questione di numeri […] È una questione di libertà: la verità si incontra solo nella libertà». Un giudizio tutt’altro che scontato nella Chiesa stessa, movimenti compresi, e che impegna a un esercizio di comprensione del presente che non lascia spazio a rivendicazioni, paure e paradigmi giudicati già fallaci dalla storia recente. Infatti, prosegue il pontefice, quanto sia necessaria alla verità questa stima appassionata per la libertà di ciascuno «lo stiamo comprendendo sempre meglio entro le circostanze storiche che riattivano le domande più umane e un desiderio infinito di senso, di giustizia e di pace».

Leggere diversamente i segni dei tempi

A livello ecclesiale significa un cambio di paradigma nel modo con cui ci siamo abituati a leggere i segni dei tempi, infatti, prosegue il Papa: «una certa perdita di influenza, che noi adulti abbiamo forse temuto e combattuto, doveva rivelarci che possiamo stimare di più la potenza del Vangelo, dei legami che genera, della logica che accende, della vita che fa sorgere». Proprio quella che sembrerebbe una clamorosa perdita di incidenza della Chiesa sulla società, peraltro acceleratasi in modo vistoso in questo inizio di secolo, non è qualcosa da temere ma ciò che ci consente di riconoscere, piuttosto, ciò che veramente può intimamente toccare le nostre esistenze e con ciò realmente influenzarle, trasformarle.

Riattivare la profondità umana

Leone approfondisce ulteriormente e dilata l’orizzonte già indicato dai suoi predecessori: «”La Chiesa non fa proselitismo. Essa si sviluppa piuttosto per attrazione”. È l’attrazione per un modo di abitare il mondo, a proposito del quale don Giussani provocatoriamente domandava: “Si può vivere così?”». Proprio il nostro presente complesso, così difficile da decifrare, può favorire il riattivarsi di quella profondità umana fatta di bisogni, urgenze, domande che sole consentono di intercettare la novità e la bellezza di una vita attrattiva, quella vita di Cristo che già per il mondo del II secolo appariva «meravigliosa e indubbiamente paradossale». Il cuore umano, infatti, come ha ricordato il Papa anche in Magnifica humanitas «avverte il bisogno di scoprire un disegno diverso» (n. 230), diverso delle manovre che puntano a conquistare spazi di influenza o delle seducenti costruzioni ideologiche: ha bisogno della misericordia di un disegno diverso, della grazia di una logica diversa, di un respiro nuovo per la vita, imprevisto quanto, tuttavia, atteso da ogni uomo.

Muovere e commuovere

È in questa lealtà con il proprio bisogno autentico che è possibile riconoscere e accogliere il mistero dell’Incarnazione, dell’Emmanuele: la misericordia infinita del Dio-con-noi. Un mistero che non misura ma che libera e permette di rischiare. Infatti, proprio «la bellezza disarmata di questo Mistero – ha affermato ancora Papa Leone – domanda di correre “il rischio educativo” di cui vi parlò don Giussani».  Solo questa contemporaneità possibile con la vita stessa di Dio in Cristo, che si rinnova negli uomini e donne che lungo i secoli si sono lasciati attrarre da Lui e abitare dal suo Spirito; solo questa presenza del divino nell’umano è la vera novità che muove la storia e la salva, dischiudendo una possibilità di vita – di amore e libertà – che non ci saremmo mai sognati. Riecheggiando il titolo del Meeting – L’amor che muove il sole e l’altre stelle (Dante, Paradiso, XXXIII) – il Papa ci ricorda così il metodo di Dio, «che rimane volentieri silenzioso» e che manifesta così la sua vera efficacia: una presenza reale in grado di muovere, commuovere il cuore e la libertà dell’uomo: «Si, l’amore muove!».

Riconoscere l’appartenenza dell’amore

Nel solco di Agostino, Leone ci ricorda che la forma stessa della misericordia di Dio per l’uomo, è proprio il farsi incontro, rischiando e puntando tutto su questo desiderio inestinguibile di Lui che irriducibile abita in ogni uomo e donna. Da questo lasciarsi attrarre del cuore dalla vita e dall’amore di Cristo sempre nuovamente sorge la coscienza dell’unica vera appartenenza, di cui vivono quella comunione e quella sinodalità cui il Papa ha richiamato e che non possiamo confondere quali esito di costruzioni o strategie umane dalle pretese uniformanti: è il riconoscimento di «appartenere a Dio solo», l’appartenenza dell’amore, l’unica che realmente libera perché «Nell’amore non c’è mai costrizione, indottrinamento; mai seduzione, inganno, arruolamento.

Convertirsi in servizio

«C’è amore solo nella libertà, nel confronto vivo, nel dono generoso di sé». L’unità è sempre dono di grazia, poiché scaturisce in pienezza solo per l’attrattiva di Cristo che si fa prossimo agli uomini e alle donne di ogni tempo. Per questo, ha ricordato il Papa, ogni autorità nella Chiesa è chiamata a convertirsi «in servizio, che onora le diversità e ne facilita l’armonia», poiché quanto è chiamata ad amministrare non è mai l’espressione di una propria capacità di governance o strategia, ma è sempre frutto di un’unità “impossibile” e che solo Cristo presente rende sempre nuovamente possibile e rinnova: «è il Signore che ci rialza sempre, come singoli e come comunità!».

Sperimentare il Dio che si fa incontro

Il messaggio di Leone XIV al Meeting merita di esser soppesato ecclesialmente da tutti: è importante lasciarsi interrogare dalle sue parole, senza correre il rischio di ridurle o smussarle, per sottolineare soltanto ciò che ci sembra di vivere già. Il messaggio del Papa, irrompendo in un panorama di diagnosi ecclesiali stanco e ripetitivo, riaccende con il suo respiro audace il desiderio di sperimentare «Dio che si fa incontro, avvenimento, sguardo, esperienza, risvegliando in ciascuno il desiderio di essere amato e di amare».

Libano: Unesco, impegno per scuola, patrimonio e libertà dei media

“L’Unesco è al fianco del popolo libanese e riconosce lo straordinario patrimonio culturale del Libano”. Così il direttore generale dell’Unesco, Khaled El-Enany, durante la sua prima visita ufficiale nel Paese, dove ha incontrato il presidente Joseph Aoun, il presidente del Parlamento Nabih Berri, il primo ministro Nawaf Salam, il ministro della Cultura Ghassan Salamé e altri esponenti del governo. Al centro dei colloqui le emergenze in corso e le priorità per la ripresa e la resilienza di lungo periodo.

Durante la visita è stato firmato un nuovo memorandum d’intesa con il governo libanese, che rafforza la cooperazione fino al 2029. Sul fronte educativo, grazie a un contributo di un milione di dollari del Global Partnership for Education, l’Unesco porterà a 1,8 milioni di dollari l’assistenza destinata alla risposta e alla ripresa dell’istruzione. Dal 2023 sono stati formati oltre 4.000 insegnanti, raggiungendo più di 10.000 studenti nelle aree maggiormente colpite. Per il patrimonio, a Tiro, sito Unesco recentemente inserito nella Lista del patrimonio mondiale in pericolo, El-Enany ha annunciato 100.000 dollari per valutare i danni, mettere in sicurezza le strutture vulnerabili e proteggere reperti archeologici e mosaici.

L’Organizzazione sosterrà inoltre la conservazione della Fiera internazionale Rachid Karami di Tripoli. Sul fronte dell’informazione, l’Unesco sostiene la campagna nazionale contro i discorsi d’odio e l’iniziativa “Libraries for Resilience”, che ha mobilitato 650.000 dollari. Accolta anche l’adozione della nuova legge sui media, con l’impegno a sostenere libertà di espressione, indipendenza dei media e sicurezza dei giornalisti. L’Unesco chiede infine una maggiore mobilitazione internazionale per il Piano d’azione per il Libano 2026-2028.

Ebola in Rd Congo, il Papa: la comunità internazionale aiuti a salvare vite umane

Nei saluti del dopo l'Angelus, Leone XIV ha fatto riferimento alla drammatica diffusione del virus che finora ha provocato oltre 2.500 morti nel Paese africano. Il Pontefice ha assicurato preghiere per le vittime del crollo della miniera nella Repubblica Centrafricana e ricordato l'anniversario del terremoto che il 24 agosto di dieci anni fa colpì il centro Italia: “La fede e la solidarietà continuino a sostenere l'opera di ricostruzione”

L’Africa con i suoi drammi è nel pensiero e nella preghiera di Leone XIV che, nei saluti dopo l’Angelus, ha ricordato soprattutto due dei Paesi del continente che stanno vivendo gravi perdite di vite umane. Il Papa ha sottolineato il “diffondersi dell’epidemia di ebola” nella Repubblica Democratica del Congo, sollecitando una azione corale.

Incoraggio una risposta da parte della comunità internazionale, che coinvolga anche le comunità locali nell’opera di prevenzione, per salvare tante vite umane

Le vittime di ebola in Repubblica Democratica del Congo hanno superato le 2.500 e i contagi sono arrivati a oltre 5.300, cifre che fanno dell’epidemia in corso la seconda più letale della storia del Paese – con un tasso di mortalità attualmente del 47,6% – dopo quella registrata tra il 2014 e il 2016 nell’Africa occidentale, con 11 mila morti e 28 mila contagi.

La miniera di Zamboye

È poi alla Repubblica Centrafricana che è andato il pensiero del Papa, Paese dove il 18 agosto scorso il crollo di una miniera d’oro, a Zamboye, ha provocato oltre cento morti. Un sito che nelle ultime ore è stato chiuso dal governo anche per la mancata osservanza degli standard minerari e delle direttive amministrative. Ragioni alle quali ha fatto riferimento il Pontefice, invocando “l’impegno di garantire la sicurezza e la legalità dei siti minerari”.

Il terremoto del centro Italia

Infine, Papa Leone ha ricordato il decimo anniversario del terremoto che, il 24 agosto del 2016, colpì e devastò un’ampia area appenninica a cavallo tra Lazio, Marche, Umbria e Abruzzo, con un bilancio di 299 morti, quasi 400 feriti e oltre 40 mila sfollati. Tra i comuni distrutti si ricordano Amatrice, che contò il maggior numero di vittime, Accumuli, epicentro della prima forte scossa di magnitudo 6.0, e ancora Arquata del Tronto, con la distruzione della frazione di Pescara del Tronto. Il Papa ha quindi assicurato le sue preghiere “per i defunti e per le loro famiglie e per tutte le comunità coinvolte”, chiedendo che “la fede e la solidarietà continuino a sostenere l’opera di ricostruzione”.

Papa Leone XIV, per la nostra vita di fede non accontentiamoci del “sentito dire”

All' Angelus la preghiera il Congo e il ricordo dei dieci anni del terremoto nel Centro Italia

“Impariamo a non chiuderci nelle nostre convinzioni e sicurezze religiose, per restare aperti alla relazione autentica con Cristo”. Papa Leone XIV lo ha detto nella riflessione prima della preghiera dell’Angelus di oggi.

Commentando il Vangelo del giorno ha posto la domanda: chi è Gesù per me? Solo un grande personaggio o “il Cristo di Dio, Colui che è stato inviato per farci entrare nell’amore del Padre e trasformare la nostra vita e il mondo in cui viviamo”?

E prosegue il Papa: “a volte sulla fede cristiana ci si accontenta del “sentito dire”, dei luoghi comuni, di ciò che ci è stato trasmesso magari anche con buone intenzioni; ma Gesù ci chiama a una risposta personale, a conoscerlo da vicino, a lasciarci scavare dall’amicizia con Lui, in un incontro sempre nuovo che può anche chiederci di percorrere strade inedite e di fare scelte diverse da quelle immaginate”. E questo vale anche “per il cammino della Chiesa e per le scelte pastorali, laddove a volte pensiamo che basti procedere come abbiamo sempre fatto. È importante, invece, chiederci spesso: chi è il Signore per me? Lo conosco davvero? Cosa mi chiede oggi il suo Vangelo? Quali passi e quali scelte dovrei compiere?”.

Dopo la preghiera il Papa ha ricordato la Repubblica Democratica del Congo, “in particolare per il diffondersi dell’epidemia di Ebola, che purtroppo sta provocando molte vittime. Incoraggio una risposta da parte della comunità internazionale, che coinvolga anche le comunità locali nell’opera di prevenzione per salvare tante vite umane.

Sono vicino anche alla popolazione della Repubblica Centrafricana, che piange le vittime del crollo avvenuto in una miniera a Zambouye. Il Signore accolga quanti hanno perso la vita e sostenga l’impegno di garantire la sicurezza e la legalità dei siti minerari.

Domani ricorre il decimo anniversario del terremoto che ha colpito il centro Italia tra Lazio, Umbria e Marche. Prego per i defunti e per le loro famiglie e per tutte le comunità coinvolte. La fede e la solidarietà continuino a sostenere l’opera di ricostruzione”.

Le parole di Maria

Le parole di maria_25.08