I messaggi della Regina della Pace sui Pastori della Chiesa dati a Mirjana di Medjugorje (2009-2015)
Padre Mark-Mary Ames ha condiviso una guida pratica per aiutare i cattolici a vivere più profondamente l'Eucaristia riscoprendo il silenzio, la concentrazione e l'intenzionalità!
Il frate francescano ha incoraggiato i Cattolici a ripensare la propria partecipazione alla Santa Messa. Le sue “6 sfide” stanno ottenendo un grande impatto sui social!
Padre Mark-Mary, dei Frati Francescani del Rinnovamento, ha condiviso una guida pratica per aiutare i cattolici a vivere più profondamente l’Eucaristia riscoprendo il silenzio, la concentrazione e l’intenzionalità.
In un reel pubblicato da Ascension Presents e dai Frati Francescani del Rinnovamento, il sacerdote ha proposto sei sfide per trasformare il modo in cui viviamo la Messa.
1. Arriva 10 minuti prima della Messa
Invece di prendere posto all’ultimo momento, trova del tempo per pregare. Offri la tua settimana a Dio – le tue gioie, le tue difficoltà, le tue intenzioni – e prepara il tuo cuore per ciò che sta per accadere.
2. Metti via il Cellulare
“Puoi farlo, puoi farlo”, ha detto Padre Ames.
Sì, davvero. Chiamiamolo “atto eroico”. Nella maggior parte dei casi, il mondo può aspettare un’ora. Entra nello spazio sacro senza distrazioni.
3. Leggi le Letture prima della Messa
Che sia a casa o durante quei 10 minuti di silenzio prima della Messa, conoscere le letture ti aiuta ad essere coinvolto più a fondo nella liturgia.
4. Chiudi gli Occhi dopo aver ricevuto la Comunione
Dopo aver ricevuto Gesù nell’Eucaristia, resisti alla tentazione di guardarti intorno. Mantieni il raccoglimento. Parla con Lui.
“Rimani con Gesù”, ha incoraggiato Padre Ames.
Tieni gli occhi chiusi dopo aver ricevuto la Comunione finché il sacerdote non afferma: “Preghiamo”.
Ha poi aggiunto: “So che se hai bambini piccoli, questo può non essere possibile”.
5. Ringrazia dopo la Messa
Invece di uscire subito dalla Chiesa, prenditi qualche minuto in più per ringraziare Dio. Lascia che la grazia dell’Eucaristia trovi spazio dentro di te.
6. Parla con Almeno una Persona
Prima di tornare a casa, inizia una conversazione con qualcuno. Promuove lo spirito di comunità. La parrocchia non è solo un luogo, è una comunità di persone.
“Interagisci con almeno una persona prima di tornare alla tua auto dopo aver lasciato la Chiesa”
In una cultura segnata da distrazioni e fretta, queste piccole abitudini possono trasformare il modo in cui viviamo la Messa, cambiando la routine in un incontro!
Al centro commerciale di Kryvyi Rih anche cento feriti
Dopo Kiev, torna nel mirino Kryvyi Rih, la città originaria di Zelensky sede delle principali acciaierie del Paese, che ieri è stata teatro di una nuova strage. In pieno giorno, a metà pomeriggio, droni hanno investito un centro commerciale uccidendo 14 persone e ferendone più di cento, tra cui 11 bambini, secondo le autorità locali.
Il presidente Volodymyr Zelensky ha dichiarato che i droni hanno colpito in due ondate, con il secondo attacco mezz’ora dopo il primo, quando i servizi di soccorso erano già intervenuti sul posto e ha promesso una risposta. Se Kryvyi Rih, nell’oblast di Dnipropetrovsk, è stata frequentemente colpita da attacchi mortali, altre quattro vittime sono state segnalate nella regione di Mykolaiv colpita da un drone.
Sull’altro lato del fronte Mosca denuncia un bilancio di almeno sei morti e una ventina di feriti in raid ucraini sul territorio russo o controllato dai russi. Lo stesso Zelensky ha poi confermato un attacco con droni alla raffineria di petrolio di Perm, a 1.500 chilometri dal territorio ucraino, avvenuto durante la notte. Un canale Telegram russo indipendente ha geolocalizzato filmati che mostravano del fumo levarsi vicino alla raffineria di petrolio Lukoil-Permnefteorgsintez, una delle più grandi della Russia e già colpita il 29 luglio.
Raid ucraini
Il presidente: abbiamo colpito una raffineria a Perm. Mosca: sei vittime nei loro attacchi
Sul fronte europeo il ministero degli Esteri finlandese ha richiamato l’ambasciatore russo dopo che un aereo da pattugliamento russo, un IL-20, è entrato giovedì pomeriggio nei cieli della parte occidentale del Golfo di Finlandia, per circa tre minuti. Un altro episodio di guerra ibrida che tiene in allerta le cancellerie europee. Per lunedì è previsto un nuovo incontro della Coalizione dei Volenterosi a Kiev. Il vertice — il terzo nella capitale ucraina da quando è stato istituito il gruppo nel 2025 — è stato fissato in occasione della festa dell’Indipendenza ucraina, con l’obiettivo di concordare garanzie di sicurezza per l’Ucraina in vista di un possibile cessate il fuoco e sarà copresieduto dal presidente francese Emmanuel Macron (in videoconferenza), dal cancelliere tedesco Friedrich Merz e, per la prima volta, dal nuovo primo ministro britannico Andy Burnham mentre ha confermato la sua presenza il presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa. Sarà collegata anche la premier italiana Giorgia Meloni.
Totale silenzio invece dagli Stati Uniti. E proprio a loro si è rivolto il viceministro degli Esteri russo Serghei Ryabkov, dicendo che Mosca è «aperta al dialogo» se mai l’amministrazione Trump volesse riprendere i suoi sforzi diplomatici. Ma per fare questo, ha aggiunto Ryabkov, Washington deve fare pressioni su Kiev e sui «suoi sponsor europei». L’unica speranza di uno spiraglio diplomatico resta dunque la missione che la settimana prossima il ministro degli Esteri vaticano, mons. Paul Richard Gallagher, farà a Mosca.
Nella sua visita al Meeting di Rimini del 29 agosto 1982, Giovanni Paolo II rimase colpito «dall’entusiasmo e dalla forza dei giovani di essere missionari della bellezza della Chiesa». Lo ha detto, intervistato dal Tg2, il cardinale Stanislaw Dziwisz che quel giorno accompagnava il Pontefice, del quale era segretario.
Proprio in quell’incontro, spiega Dziwisz, papa Wojtyla ebbe l’intuizione delle Giornate mondiali della gioventù. «I giovani cercano, sono sensibili, bisogna essere con loro, per questo Giovanni Paolo II cercava di stare con loro, anche con le giornate mondiali – sottolinea Dziwisz –.
Non tutti potevano venire a Roma, perciò lui ha pensato “vado io a da loro”. I giovani di Rimini erano quelli che mostravano gioia di essere cristiani, e la presenza del Papa li aiutava».
L’impresa dell’ingegnere Iordăchescu: a Bucarest i luoghi di culto ortodossi furono separati dalle fondamenta e fatti scivolare su rotaie per salvare la memoria della fede dalle macerie
C’è un paradosso che racconta meglio di qualsiasi monumento il rapporto di Bucarest con il proprio passato. Dietro i colossi di cemento bianco e le facciate austere del modernismo socialista, si nasconde una geometria del tutto diversa, fatta di cupole ortodosse, mattoni rossi e cortili che custodiscono secoli di storia. Alcune delle chiese più antiche della capitale romena sono sopravvissute al furore iconoclasta della dittatura accettando di spostarsi. Negli anni Ottanta, mentre il leader comunista Nicolae Ceaușescu ridisegnava la capitale a colpi di dinamite per far posto a blocchi residenziali di impronta socialista e a edifici monumentali celebrativi del regime come il mastodontico palazzo del Parlamento, un gruppo di ingegneri compì un miracolo clandestino. Non potendo salvare i quartieri storici dalla furia demolitrice del regime, decisero di far letteralmente camminare i monumenti. Otto chiese con secoli di storia, interni riccamente decorati e iconografie elaborate furono sollevati dalle fondamenta e trasportati lentamente altrove, mentre tutto intorno scomparivano strade, case, monasteri e circa trentamila abitanti furono costretti a lasciare le loro case. Numerosi altri luoghi di culto vennero invece inglobati nel nuovo tessuto urbano, circondandoli da giganteschi palazzi che di fatto ne nascondevano la vista dalla strada.
In poco tempo il quartiere storico di Uranus, uno dei più pittoreschi della capitale, venne raso al suolo quasi del tutto per far posto al delirio di grandezza del regime. Il tessuto urbano storico è stato cancellato e sostituito da grandi viali fiancheggiati da edifici residenziali di dieci o più piani. Secondo gli esperti, l’area demolita equivaleva all’incirca alla superficie dell’intera Venezia. Ma quello che si riuscì a salvare rappresenta una rivincita della memoria sulla distruzione e un simbolo della persistenza della fede. Il protagonista di questa storia quasi incredibile è Eugeniu Iordăchescu, un ingegnere civile che ebbe l’idea rivoluzionaria di collocare interi edifici su appositi binari ferroviari per farli rotolare verso un luogo sicuro. Morto nel 2009, Iordăchescu è ormai una figura quasi leggendaria in Romania quando si parla di recupero del patrimonio storico. «Raccontava sempre di aver avuto quell’intuizione mentre si trovava al ristorante», ci spiega Toader Popescu, urbanista dell’università di Bucarest. «Vide un cameriere che trasportava un vassoio con i bicchieri spostandoli con estrema naturalezza. Creò allora qualcosa di simile al vassoio, ovvero una base su cui gli edifici potessero poggiare e poi essere spostati. Ceaușescu era fortemente scettico, credeva che il sistema non avrebbe funzionato ma infine dovette ricredersi».
I primi edifici ad essere salvati furono proprio le chiese. Si cominciò con quella di Schitul Maicilor, piccolo gioiello dell’architettura tardo-bizantina risalente al XVIII secolo. Nel 1983 scampò alla demolizione grazie a uno straordinario spostamento su rotaie di quasi 250 metri dalla sua posizione originaria. Oggi la chiesa rischia di passare inosservata, nascosta com’è tra i grandi palazzi dall’architettura socialista costruiti nelle vicinanze del parlamento. Padre Dorin Iancu, parroco di Schitul Maicilor e direttore dell’archivio storico del Patriarcato romeno, ci accoglie all’interno dei locali della biblioteca del Sinodo. «La Chiesa ortodossa fece di tutto per proteggere le chiese di Bucarest e fermarne la demolizione. Per spostare questa ci sono voluti circa sei mesi, perché essendo la prima si procedette molto lentamente e con grande cautela». «Ceaușescu consentì lo spostamento di alcune chiese accollandosi i relativi costi perché in quegli anni il regime stava attraversando un periodo di isolamento internazionale. Voleva mostrare al mondo la sua benevolenza oltre alla straordinaria perizia dell’ingegneria romena». A pochi isolati da Schitul Maicilor, all’ombra umida di un cortile interno dove un’anziana signora stende i panni e i condizionatori ronzano senza sosta, si scorge l’oro sbiadito di un’icona e il profilo di una cupola ortodossa. È Sfântul Ilie Rahova, una chiesa ortodossa dalle forme semplici ispirate allo stile bizantino, priva di grandi ornamenti. Nel 1986 fu traslata di una cinquantina di metri cercando di non danneggiare i preziosi affreschi presenti all’interno, opera di Gheorghe Tattarescu, uno dei pionieri della pittura moderna romena del XIX secolo. Ma come si può spostare una chiesa? «Innanzitutto – ci spiega ancora Popescu – l’edificio viene separato dalle sue fondamenta, sollevato mediante martinetti idraulici e collocato su una piattaforma di cemento armato, che a sua volta è posata su rotaie. La piattaforma viene quindi lentamente spinta o trainata fino alla sua nuova collocazione. Una volta raggiunta la destinazione, l’intero complesso viene abbassato e la piattaforma di cemento interrata. Ogni chiesa richiedeva circa cinque ingegneri nella fase di progettazione e poi almeno una ventina operai durante lo spostamento».
L’immenso Palazzo del Parlamento voluto da Ceaușescu è ancora oggi la testimonianza tangibile di un capitolo cruciale e doloroso della storia romena. Superato il lunghissimo Bulevardul Unirii, nascosto in mezzo a schiere di palazzoni in stile socialista, si trova il monastero di Mihai Voda, che nel 1985 fu protagonista di uno degli spostamenti più spettacolari, sia per la lunghezza del tragitto – quasi trecento metri -, che per il trasferimento del campanile separato dal complesso principale. Il percorso nel quartiere prosegue fino alla vicina Piața Unirii, dove dietro a una muraglia di casermoni di cemento spunta all’improvviso il profilo neobizantino della Domnița Bãlasa, una chiesa monumentale tra le più rappresentative della città, che al contrario delle precedenti non fu traslata in quegli anni. Si trova ancora sul suo sito storico ma gran parte degli antichi edifici che la circondavano sono stati abbattuti e il nuovo assetto urbanistico dell’area concepito dagli architetti del regime ne ha stravolto del tutto la percezione visiva.
Sul lato opposto della piazza – oggi assediato da uno dei più grandi cantieri urbani di Bucarest degli ultimi decenni – c’è la chiesa di Sfântul Ioan Nou, legata al culto di San Giovanni il Nuovo di Suceava, un santo molto venerato in Romania. È uno dei luoghi di culto più antichi del centro di Bucarest ma molti abitanti non si accorgono neanche della sua presenza perché l’edificio è completamente soffocato da una schiera di enormi condomini grigi che la circondano. «Queste chiese sono state salvate dalla distruzione ma conservano ancora oggi le tracce fisiche della violenza di quella trasformazione. In fondo uno degli obiettivi del regime era proprio quello di renderle invisibili, privandole della loro presenza nello spazio pubblico», conclude Popescu. Ritrovarle oggi significa scavare nella memoria profonda di una Bucarest che ha preferito spostare la propria fede piuttosto che vederla ridotta in macerie.
Il premier della Malaysia afferma che Taiwan è parte della Cina e sostiene il diritto di Pechino all’uso della forza per la riannessione. Immediate le critiche di Taipei, che parla di investimenti a rischio. In gioco il delicato equilibrio nei rapporti (e commerci) di Kuala Lumpur con le due parti.
Kuala Lumpur (AsiaNews) – Un gioco di equilibri sempre più difficile da sostenere: le recenti dichiarazioni del premier Anwar Ibrahim a sostegno della posizione della Cina su Taiwan hanno suscitato elogi da Pechino e critiche da Taipei. Parole, e reazioni, che mettono in luce una volta di più il delicato (e ambivalente) rapporto che la Malaysia sta cercando di mantenere fra relazioni sempre più strette con il Paese del dragone e la salvaguardia dei legami economico con l’isola ribelle. In un’intervista rilasciata ad al-Jazeera e pubblicata il 16 agosto scorso, il capo del governo di Kuala Lumpur ha affermato di considerare Taiwan parte della Cina e ha ribadito l’adesione della Malaysia alla politica di “una sola Cina”.
“Taiwan fa parte della Cina, punto e basta” ha affermato Anwar. Alla domanda se la Malaysia condannerebbe la Cina qualora Pechino ricorresse alla forza per riportare Taiwan sotto il proprio controllo, Anwar ha risposto che il gigante asiatico ha il diritto di difendere l’unità del proprio territorio. Il premier ha inoltre paragonato la questione alla posizione della stessa Malaysia in materia di integrità territoriale. “Se una provincia decidesse di separarsi, ricorreremmo alla forza?” si è chiesto. “Penso ha proseguito – che difenderei la sacralità e l’unità della nazione”.
Le dichiarazioni del capo del governo sono state accolte con favore da Pechino. “La Cina apprezza le dichiarazioni del primo ministro Anwar” ha affermato il portavoce del ministero cinese degli Esteri Lin Jian durante una conferenza stampa il 19 agosto. “Vorrei ribadire – ha aggiunto Lin – che esiste una sola Cina al mondo. Taiwan è una parte inalienabile del territorio cinese, e la Cina deve essere e sarà riunificata”.
Taiwan, di contro, ha criticato la posizione del leader malaysiano. Il ministero degli Affari esteri di Taipei ha affermato che il “sostegno unilaterale alla Cina” da parte di Anwar potrebbe influire sulla fiducia delle imprese taiwanesi nell’investire in Malaysia. Il capo della diplomazia di Taipei ha inoltre avvertito che il sostegno a un cambiamento dello status quo nello Stretto di Taiwan attraverso la minaccia dell’uso della forza potrebbe “danneggiare gravemente la fiducia politica tra Taiwan e la Malaysia”. Il ministero ha messo in discussione la posizione di Anwar in quanto leader che si è spesso presentato come difensore della democrazia e dei diritti umani. In questa prospettiva, l’alto funzionario di Taiwan ha ricordato come ciò includa anche il rispetto della “volontà del popolo di Taiwan”.
La controversia sorge in un momento in cui Kuala Lumpur cerca di rafforzare le relazioni economiche con la Cina, pur mantenendo ampi legami commerciali con Taiwan e altre importanti economie asiatiche. Pechino è il principale partner commerciale della Malaysia, con un interscambio bilaterale che raggiunge centinaia di miliardi di ringgit all’anno. Taiwan, dal canto suo, è diventata un importante investitore nei settori dell’elettronica e dei semiconduttori.
Aziende taiwanesi, tra cui Foxconn e ASE Technology, hanno investito in Malaysia mentre il Paese consolida la propria posizione di polo regionale nella produzione di elettronica e semiconduttori. In tutto questo, il Paese del Sud-est asiatico ha cercato di mantenere una politica estera pragmatica mentre la competizione strategica tra Cina e Stati Uniti si intensifica in tutta l’Asia-Pacifico.
In genere Kuala Lumpur ha evitato di schierarsi nella rivalità, mantenendo al contempo relazioni sia con Washington che con Pechino e sostenendo la stabilità regionale attraverso l’ASEAN. Le ultime dichiarazioni di Anwar potrebbero quindi attirare maggiore attenzione da entrambe le sponde dello Stretto di Taiwan. La Malaysia intrattiene relazioni diplomatiche con Pechino dal 1974 e riconosce ufficialmente la politica della “Cina unica”. Non ha relazioni diplomatiche formali con Taiwan, sebbene i legami economici, educativi e interpersonali rimangano attivi. Taipei gestisce un ufficio di rappresentanza de facto in Malaysia, mentre i cittadini e le aziende malesi continuano a mantenere ampi legami con l’isola.
Per Pechino, le dichiarazioni di Anwar rafforzano la posizione ufficiale del Paese su Taiwan in un momento in cui la Cina è sempre più sensibile alle dichiarazioni internazionali riguardanti l’isola ”ribelle” che essa considera parte integrante del proprio territorio. Taiwan è autonoma dal 1949, quando il governo nazionalista di Chiang Kai-shek vi si è ritirato in seguito alla sconfitta subita dal Partito Comunista Cinese nella guerra civile cinese. Pechino non ha mai rinunciato all’uso della forza per ottenere la riunificazione. Di contro, Taipei respinge la rivendicazione di sovranità e sostiene che il futuro di Taiwan debba essere deciso dal suo popolo.
Tutto questo rappresenta un difficile calcolo diplomatico per la Malaysia: le sue relazioni economiche con la Cina sono strategicamente importanti, mentre gli investimenti taiwanesi e le ambizioni della Malaysia nel settore dei semiconduttori rendono altrettanto significativi gli stretti legami economici con Taiwan. Le dichiarazioni di Anwar mettono quindi ancora più in evidenza la politica di lunga data di Kuala Lumpur verso “una sola Cina”, in un momento in cui le tensioni su Taiwan stanno influenzando sempre più le relazioni tra le principali potenze asiatiche. La sfida per Kuala Lumpur sarà quella di preservare gli interessi economici e la flessibilità diplomatica senza che la sua posizione su Taiwan comprometta i rapporti con altri importanti partner regionali.
L'udienza ai partecipanti al XVII Incontro Annuale dell’International Catholic Legislators Network
In maniera graduale, dopo la pausa estiva, ricominciano le udienze del pontefice. Certo, un ritmo “alleggerito” ancora. E stamane, papa Leone XIV ha ricevuto i membri dell’International Catholic Legislators Network (Rete Internazionale dei Legislatori Cattolici).
Parla di “Dignità umana e intelligenza artificiale: sfide, opportunità e controllo”, lo stesso tema scelto dall’organizzazione per il suo XVII Incontro Annuale. “Lo straordinario progresso dell’intelligenza artificiale sta aprendo orizzonti che le generazioni precedenti avrebbero potuto immaginare. Eppure, ogni traguardo tecnologico pone l’umanità di fronte a un interrogativo morale: non solo che cosa possiamo fare, ma che cosa dobbiamo fare?” così si chiede il pontefice nell’incipit del suo discorso.
Fa riferimento, naturalmente, alla sua ultima enciclica, “Magnifica Humanitas”. E, allora, si domanda nuovamente, come aveva già fatto precedentemente nel documento pontificio: “la tecnologia aiuta le persone a diventare più fraterne e responsabili verso se stesse e gli uni verso gli altri?”. Per rispondere a questa domanda elencare i principi della Dottrina Sociale della Chiesa: l’inviolabile dignità di ogni persona, il bene comune, la destinazione universale dei beni, la sussidiarietà e la solidarietà. Questi “offrono i criteri sicuri per il discernimento”.
E, in merito alla legislazione a riguardo, ribadisce che “una sana legislazione dovrebbe incoraggiare la creatività scientifica e tecnologica, salvaguardando al contemporaneo i diritti umani e le libertà fondamentali. Dovrebbe proteggere gli utenti dallo sfruttamento, preservare la privacy personale, assicurare la trasparenza nell’uso delle tecnologie emergenti e garantire che esse rafforzino le istituzioni democratiche”. E per fare ciò – papa Leone XIV attinge nuovamente alla sua enciclica – “sono necessari quadri giuridici robusti, una supervisione indipendente, utenti informati e un sistema politico che non abdichi alla propria responsabilità”.
E contro la cultura del potere “tecnologico” (smisurato, dimenticando l’umano) la Chiesa propone – cita san Paolo VI – “la civiltà dell’amore”: “una civiltà – spiega il pontefice – che governa l’intelligenza artificiale con saggezza, coltivando cuori capaci di carità, compassione e responsabilità”. La società va salvaguardata: e per fare ciò, papa Leone XIV ricorda il ruolo fondamentale della famiglia, “luogo” in cui “impariamo per la prima volta la fiducia prima del calcolo, la generosità prima della competizione, il dialogo prima della divisione e l’amore prima del potere” concludono papa Leone XIV.
Il Segretario per i Rapporti con gli Stati e le Organizzazioni internazionali in visita nella capitale russa dal 24 al 28 agosto. Quattro giorni di dialoghi e incontri nei quali alla dimensione propriamente diplomatica del viaggio si affiancherà quella ecclesiale, con incontri con i vescovi e la comunità cattolica della Federazione Russa
Si svolge dal 24 al 28 agosto, la visita nella capitale russa del Segretario per i Rapporti con gli Stati e le Organizzazioni internazionali, monsignor Paul Richard Gallagher. Nel corso della missione a Mosca sono previsti incontri con le autorità della Federazione russa, con esponenti del Patriarcato di Mosca e con la comunità cattolica.
Saranno quattro giorni di dialoghi e incontri intensi, nei quali alla dimensione propriamente diplomatica del viaggio si affiancherà quella ecclesiale, con incontri con i vescovi e la comunità cattolica della Federazione Russa. Non mancherà del resto in questa importante missione una dimensione ecumenica che riguarderà l’incontro con i rappresentanti del Patriarcato di Mosca. Un’agenda che conferma la volontà della Santa Sede di continuare a percorrere la strada del dialogo anche in una delle fasi più difficili delle relazioni internazionali a livello globale.
Non è la prima volta che monsignor Gallagher si reca nella capitale russa. L’ultima visita risale al novembre 2021. In quell’occasione il presule incontrò il primo ministro Mikhail Mishustin, il ministro degli Esteri Sergej Lavrov e l’allora responsabile del Dipartimento per le relazioni ecclesiastiche esterne del Patriarcato di Mosca, il metropolita Ilarion Alfeev. Dal 2022 il Dipartimento per le relazioni ecclesiastiche esterne del Patriarcato è guidato dal metropolita Antonij Sevriuk, succeduto al metropolita Ilarion.
Accanto agli appuntamenti diplomatici, il viaggio offrirà a monsignor Gallagher l’occasione di incontrare la comunità cattolica a Mosca. Il Segretario per i Rapporti con gli Stati avrà colloqui con i vescovi e con esponenti della comunità locale, presiederà una celebrazione eucaristica e avrà un incontro con il clero, le religiose e i religiosi. La Chiesa cattolica in Russia rappresenta una realtà numericamente minoritaria ed è geograficamente dispersa su un territorio molto vasto. La sua organizzazione territoriale comprende l’Arcidiocesi della Madre di Dio a Mosca e le diocesi di San Clemente a Saratov, della Trasfigurazione a Novosibirsk e di San Giuseppe a Irkutsk.
(Rimini) L’amore come forza capace di vincere solitudini, egoismi e divisioni, aprendo strade nuove alla politica, all’economia e alla vita civile. È il messaggio inviato dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, a Bernhard Scholz in occasione dell’apertura, oggi a Rimini, della 47ª edizione del Meeting per l’amicizia fra i popoli. Nel definire il Meeting di Rimini “un appuntamento significativo”, il capo dello Stato sottolinea come la manifestazione continui a contribuire alla costruzione della storia in un tempo segnato da profonde trasformazioni.
Richiamando il tema scelto per l’edizione 2026, tratto dall’ultimo verso della Divina Commedia, “L’amor che move il sole e l’altre stelle”, Mattarella osserva che “l’amore che apre agli altri, oltre noi stessi e il nostro presente, è una forza interiore che assume una dimensione relazionale e, quindi, sociale, preziosa”. Per questo “legare l’io al tu, al noi, spezza le solitudini e imprime direzioni ai percorsi umani”. Mattarella contrappone questa prospettiva al “falso realismo che conduce all’inerzia, alla sfiducia, alla rassegnazione”, richiamando invece la necessità che le comunità siano protagoniste del proprio futuro.
Citando la Magnifica humanitas di Papa Leone XIV, il presidente della Repubblica richiama le sfide del presente: “Viviamo un tempo in cui si combattono guerre scellerate, crescono diseguaglianze mentre ristrettissime oligarchie accumulano poteri superiori a quelli di molti Stati sovrani”. Da qui l’invito a valorizzare solidarietà, amicizia sociale e gratuità per contrastare “l’omologazione, la passività, l’odio, l’avversione al diverso, allo straniero, per educare alla pace”. Da qui l’augurio al Meeting di “continuare a costruire con generosità orizzonti di umanità”.
“Il 24 agosto 2026 ricorrerà il 35° anniversario dell’indipendenza dell’Ucraina. Questa ricorrenza incarna il coraggio, la resistenza e la resilienza degli ucraini di fronte alla continua e brutale guerra di aggressione della Russia. Simboleggia inoltre l’aspirazione a essere un Paese democratico ed europeo”. Alla vigilia della Festa dell’Indipendenza, la Commissione europea ribadisce la sua “incrollabile solidarietà e il suo impegno a favore della sovranità, dell’indipendenza e dell’integrità territoriale dell’Ucraina”. “Continuiamo a sostenere l’Ucraina nel perseguire una pace globale, giusta e duratura e nel suo percorso europeo”, si legge in una nota.
“Negli ultimi mesi, l’Ue ha garantito i primi versamenti nell’ambito del prestito di sostegno all’Ucraina da 90 miliardi di euro per sostenere le capacità di difesa e la ricostruzione del Paese. L’Ue ha inoltre adottato il 21° pacchetto di sanzioni” contro la Russia. Nel luglio 2026, la presidente Ursula von der Leyen ha visitato Kiev, inaugurando un nuovo partenariato industriale nel settore della difesa. “L’Ue è in prima linea negli sforzi per garantire la ripresa e gli investimenti a lungo termine nell’economia ucraina”. Dall’inizio dell’invasione russa su vasta scala nel febbraio 2022, l’Ue e i suoi Stati membri hanno mobilitato un totale di 220,2 miliardi di euro in aiuti umanitari, finanziari e militari all’Ucraina e al suo popolo.
Il centrocampista ha sorpreso tutti con una confessione sulla propria Fede!
Dopo aver superato un grave infortunio che l’ha quasi escluso dalla Coppa del Mondo 2026, Rodrigo Hernández, conosciuto come Rodri, è riuscito a vincere il Torneo con la Spagna e ad essere scelto come miglior giocatore.
Durante un’intervista rilasciata dopo la finale, un giornalista si è congratulato con il centrocampista per il trionfo in un anno che sembrava ormai segnato dal grave infortunio subito mesi prima, che era arrivato a mettere in dubbio la sua partecipazione alla Coppa del Mondo.
Rodri ha riconosciuto di aver lavorato duramente per tornare in campo, anche se ha ammesso di non aver mai immaginato un finale come quello che ha vissuto…
“Sì, ho lavorato per questo, ovviamente posso dirti che l’avevo sperato, ma non me lo aspettavo affatto”
Successivamente, il centrocampista ha condiviso un messaggio che ha attirato l’attenzione di molti. Al di là dei titoli e dei riconoscimenti individuali, ha voluto sottolineare il ruolo della sua Fede e il desiderio di ispirare coloro che attraversano momenti difficili…
“Vorrei che le nuove generazioni potessero riflettersi nell’idea che, quando si ha un brutto momento, ci si può rialzare, inoltre io sono molto cristiano e penso che ci sia Qualcuno lassù che mi aiuta, di sicuro”
La lesione del Legamento Crociato Anteriore (LCA) del ginocchio destro, uno degli infortuni più gravi che un calciatore possa subire, ha minacciato l’esclusione di Rodri dai Mondiali 2026. Ma, dopo diversi mesi di riabilitazione e un intenso lavoro di recupero, il centrocampista è riuscito a tornare in tempo per il torneo.
La Squadra Spagnola e la Fede
Le parole di Rodri non sono un fatto isolato. Durante la Coppa del Mondo, diversi membri della nazionale spagnola hanno condiviso pubblicamente come la propria Fede faccia parte della loro vita e del loro modo di affrontare sia i trionfi che le difficoltà:
Con la sua Testimonianza, Rodri si aggiunge alla lista dei Calciatori che, durante la Coppa del Mondo, hanno condiviso pubblicamente come la Fede faccia parte della loro Vita dentro e fuori dal campo!
Gli Houthi colpiscono un aeroporto saudita. La portaerei Washington sostituisce la Lincoln
Gerusalemme – Scott Bessent ci crede davvero, o vuole farlo credere. Ieri, sicuro di avere la soluzione, il segretario al Tesoro Usa ha spiegato ai microfoni di Cnbc che «faremo collassare questo regime», quello iraniano, grazie alle sanzioni annunciate mercoledì da Trump contro chi commercia con l’Iran, pensate per isolarlo «su una scala senza precedenti» e tagliare i canali verso i suoi alleati, i proxy. «Avremo le sanzioni più dure della storia. Se applichiamo la massima pressione economica, è probabile che non si arrivi a una ripresa su larga scala delle azioni militari», ha aggiunto.
Bessent, va detto, dopo tanta sicurezza si è improvvisamente fatto cauto con quell’«è probabile». Da Teheran, il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha respinto la narrazione americana con un post: «Insistere su politiche fallimentari porterà solo ulteriori sconfitte per gli Stati Uniti». Il suo ministero ha bollato le sanzioni «terrorismo economico» contro la popolazione.
A smentire l’ottimismo di Washington, però, non c’è solo Teheran. Difficile dire se Trump sia in buona fede o reciti una parte, ma sembra non aver ancora imparato una lezione vecchia quanto la Repubblica islamica: la pressione economica da sola non l’ha mai fatta capitolare, tanto meno oggi, con una leadership indurita da mesi di guerra e convinta che cedere segnerebbe la fine del regime. L’Iran resiste alle sanzioni Usa dal 1979, con l’unica tregua nel periodo successivo all’accordo del 2015, stracciato da Trump nel 2018. Il politologo Vali Nasr lo ha spiegato al New York Times: «Non c’è un accordo ragionevole sul tavolo per l’Iran, la scelta è fra la resa totale e continuare a combattere»: continueranno a combattere. È della stessa idea Danny Citrinowicz, analista israeliano: «L’economia della Repubblica islamica è nei guai, ma non collassa. È più probabile che il regime intensifichi la guerra, prima di capitolare».
I segnali vanno in quella direzione. Le Guardie rivoluzionarie minacciano «armi più distruttive» se il conflitto riprendesse: «Useremo armi diverse da quelle del passato». A questo scenario si aggiungono gli Houthi yemeniti che rivendicano due attacchi con droni contro l’aeroporto di Najran, nel Sud dell’Arabia Saudita al confine con lo Yemen, e un vicino impianto Aramco, risposta alle incursioni saudite su Saada.
Da Teheran, intanto, sale il tono della controffensiva verbale. «Stiamo monitorando ogni vostra mossa. Qualsiasi altro errore o calcolo sbagliato avrà conseguenze molto più gravi di prima», ha scritto su X Ebrahim Azizi, presidente della commissione Sicurezza nazionale e Politica estera del Parlamento iraniano, rivolto direttamente a Washington. «Ponete fine alla vostra presenza nella regione, prima che sia troppo tardi, e accettate il nuovo ordine regionale dell’Iran», ha aggiunto.
Ancora più duro Ebrahim Rezaei, da poco segretario generale del Consiglio supremo per la Sicurezza nazionale: la «risposta migliore» all’escalation economica di Trump sarebbe «ritirarsi dal Trattato di non proliferazione nucleare», di cui l’Iran fa parte dal 1970, aprendo così, di fatto, alla minaccia del nucleare militare.
In un quadro sempre più teso, mercoledì la portaerei USS George Washington è arrivata in Medio Oriente per il cambio con l’Abraham Lincoln, sfiancata da una missione che dura ormai da quasi nove mesi, due più del limite di sette raccomandato dalla Marina, tra morale a pezzi e presunti tentativi di suicidio dell’equipaggio. Nelle scorse settimane, due marinai si sarebbero gettati in mare e sarebbero stati salvati dai loro compagni. La guerra ha impedito qualunque scalo nei porti «amici». Trump smentisce ogni allarme, dice che nove mesi in mare non sono poi così troppi, soprattutto se si deve combattere la sua battaglia.
Una pioggia di missili ha investito la capitale causando almeno sedici morti. Danneggiati depositi della Croce Rossa e un ospedale pediatrico. Zelensky chiede i Patriot
L’Ucraina piange gli ennesimi 16 morti a causa dei bombardamenti di Mosca e il presidente, Volodymyr Zelensky, si trova stretto fra il conflitto e i problemi interni. Nel Paese monta la polemica per l’indagine che ha portato al licenziamento di Iryna Mudra, una dei suoi vice capo di gabinetto, per la precisione quella con la delega agli affari giuridici. D’altra parte, si moltiplicano i candidati alla successione del presidente, quando l’Ucraina riuscirà ad andare alle urne. Per il momento però si contano i morti. L’altra notte sono piovuti su Kiev 168 droni e 45 missili. Il ministero della Difesa russo, come sempre, parla di obiettivi militari. Ma le immagini diffuse dalle emittenti ucraine e dai social mostrano edifici civili danneggiati e persone terrorizzate. Secondo il primo ministro, Serhiy Koretskyi, il bombardamento è durato quasi nove ore. Fra gli obiettivi colpiti ci sono stati anche depositi alimentari della Croce Rossa e un ospedale pediatrico. « È stato un attacco massiccio – ha scritto su X Volodymyr Zelensky –. I russi lo stavano preparando da tempo e hanno combinato diversi tipi di missili balistici, missili da crociera e droni per infliggere il maggior danno possibile alle infrastrutture civili». Come continuamente negli ultimi mesi, è tornato a chiedere con forza la fornitura di difese. «Ogni missile salva le vita della nostra gente» ha scritto Zelensky su Telegram, aggiungendo che Mosca non si impegnerà mai in negoziati seri fino a quando saprà di poter colpire l’Ucraina con i suoi missili.
Nella notte fra mercoledì e giovedì, Kiev ha colpito nuovamente la Russia, concentrandosi sui depositi di carburante e sulle infrastrutture logistiche. Stando ai media ucraini, sono stati distrutti un complesso industriale nella città di Nizhnekamsk, nel Tatarstan, ossia mille chilometri a est di Mosca, e una raffineria di petrolio della compagnia Taneco nella regione di Krasnodar. Il ministero della Difesa russo, dal canto suo, ieri ha reso noto che le forze russe hanno colpito due navi che trasportavano munizioni e attrezzature militari nel porto ucraino di Chornomorsk, sul Mar Nero. Il presidente russo, Vladimir Putin, in un intervento pubblico, ha dovuto ammettere che le incursioni contro i siti industriali, le infrastrutture e i centri logistici stanno arrecando un danno effettivo all’economia russa, aggiungendo però che non ci sono «conseguenze critiche». Il vice primo ministro Alexander Novak ha confermato l’indiscrezione che si era diffusa negli ultimi giorni, ossia che la Russia, tra i principali produttori mondiali di greggio, si trova costretta a ricorrere all’importazione di carburanti dall’estero per far fronte alle crescenti carenze sul mercato interno. Non abbastanza, però, da far pensare di concludere il conflitto. « Attualmente, vista la posizione del regime di Kiev, non ci sono motivi per essere ottimisti riguardo a una soluzione pacifica. Le dinamiche al fronte sono ben note. L’operazione militare speciale continua» ha spiegato il portavoce del Cremlino, Dmitrij Peskov, accusando anche alcuni Paesi europei, fra cui il Regno Unito, di star aumentando il proprio coinvolgimento nel conflitto. Il diplomatico non ha rinunciato a una battuta sulla situazione politica interna, definendo i vertici di Kiev «molto eterogenei».
Il riferimento è all’ex ministro della Difesa ucraino, Mikhail Fedorov, che ha chiesto lo svolgimento di elezioni, nonostante la legge marziale in vigore nel Paese non lo consenta.
Il giovane ministro, appena 34enne, era stato rimosso dal dicastero dallo stesso Zelensky il mese scorso e molti hanno interpretato la sua dichiarazione come una discesa in campo, anche perché è arrivata in concomitanza con lo scandalo per corruzione in cui è indagata l’ormai ex collaboratrice di Zelensky.
Secondo i media ucraini, l’ex ministro starebbe progettando un viaggio negli Stati Uniti, dove potrebbe incontrare Elon Musk, ma anche altri titolati delle Big Tech. Un’ipotesi che piace poco sia all’ex ministro degli Esteri, Dmytro Kuleba, sia al consigliere di Zelensky, Dmytro Podolyak. Il primo ha invitato a usare le parole con responsabilità. Il secondo è stato ancora più esplicito: «Chiunque veda il proprio futuro nella politica ha diritto di parlare della possibilità o impossibilità di tenere elezioni. Ma ci sono territori occupati, molte persone sono fuori dall’Ucraina o hanno cambiato residenza. Capisco che il processo elettorale sia estremamente importante. Ma non ci sono le condizioni per garantirlo».
Leone XIV ieri ha ricevuto il presidente della Repubblica del Libano, Joseph Aoun.
Il capo di Stato ha poi incontrato il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, accompagnato dall’arcivscovo Paul Richard Gallagher, segretario per i Rapporti con gli Stati e le Organizzazioni internazionali. Al centro dei «cordiali colloqui», ha reso noto la Sala stampa vaticana, il Trilateral Framework Agreement, l’accordo siglato a Washington da Stati Uniti, Israele e Libano lo scorso 26 giugno, «inteso a stabilizzare i confini meridionali della Repubblica del Libano e a raggiungere una pace giusta e duratura».
«La Santa Sede, nell’esprimere compiacimento per la sottoscrizione del documento – prosegue la nota – ha espresso serie preoccupazioni per le difficoltà che si stanno sperimentando nel metterlo in esecuzione, e ha assicurato il proprio sostegno agli sforzi che vanno in tal senso». Aoun ha ringraziato il Papa e la Santa Sede per gli sforzi compiuti a sostegno del Libano e ha chiesto sostegno ulteriore perché si arrivi al ritiro completo di Israele dal Paese dei Cedri.
Domani il Pontefice fra Appennino e Adriatico. Le tappe nella Repubblica fondata da un santo e poi dalle agostiniane di Pennabilli Nel pomeriggio l’incontro con il popolo del Meeting. E la visita alla diocesi di Rimini: in Duomo con i più fragili e al porto per la Messa
Tre tappe, più una in forma privata. Leone XIV sarà domani in Romagna per la sua sesta visita pastorale in Italia. Una giornata che inizierà sul monte Titano nella Repubblica di San Marino, la più antica ancora esistente fondata dal santo di cui porta il nome. Atterraggio dell’elicottero papale alle 9. In piazza della Libertà la cerimonia di benvenuto.
Poi la sosta nel Palazzo pubblico e l’incontro con i due capitanti reggenti. Dal balcone il saluto ai fedeli in piazza prima di spostarsi alle 11.45 nella Basilica per l’adorazione eucaristica e l’omaggio alle reliquie di Marino. Quindi il trasferimento a Pennabilli per la visita privata alle agostiniane del monastero di Sant’Antonio da Padova in cui più volte Prevost si era recato da priore generale dell’Ordine. Alle 15 l’ingresso alla Fiera di Rimini per l’incontro con il popolo del Meeting di Cl.
Alle 17.30 l’arrivo nella Cattedrale di Rimini dove si terrà l’incontro con malati, disabili e poveri assistiti dalla Caritas. Alle 18.30 la Messa nel porto di Rimini da cui alle 20 il Papa ripartirà alla volta del Vaticano. (G.G.)
Missili e droni russi hanno colpito Kyiv e altre regioni ucraine, causando vittime e danni a strutture civili. Colpito anche un ospedale pediatrico. S.B. Shevchuk rilancia l’appello alla preghiera per la pace.
Le squadre di soccorso sono al lavoro da tutta la notte sui luoghi colpiti dagli attacchi russi. Al momento, solo nella capitale di Kyiv si contano 15 morti finora confermati e 33 feriti. Ma i bilanci, purtroppo, sono sempre provvisori. “Si è trattato di un attacco di vasta portata: i russi si erano preparati a lungo, combinando diversi tipi di missili balistici, missili da crociera e droni, con l’obiettivo di causare il maggior danno possibile alle infrastrutture civili. Si registrano danni a Kiev e nella regione, così come nelle regioni di Odessa e Chernihiv”. Così su X il presidente dell’Ucraina Volodymyr Zelensky. Fonti del Sir a Kiev, raccontano che le conseguenze dell’attacco sono state registrate in dodici luoghi nei quartieri Solomianskyi, Sviatoshynskyi e Darnytskyi. Sono stati danneggiati edifici residenziali, una scuola, una struttura sanitaria, magazzini e altri obiettivi civili. Nel quartiere Solomianskyi sono stati distrutti i piani superiori di un condominio di nove piani.
È stato colpito e danneggiato anche un ospedale pediatrico.
Le finestre sono andate in frantumi, si è sviluppato un incendio in un locale di servizio e alcune automobili hanno preso fuoco. Secondo le informazioni finora diffuse, per fortuna, non risultano vittime tra i bambini e il personale sanitario all’interno dell’ospedale.
L’attacco ha colpito anche la regione di Kyiv: nel distretto di Brovary una persona è morta e altre due sono rimaste ferite. “Mentre ti rispondo, a Kyiv è stato nuovamente dichiarato l’allarme aereo. L’attacco continua a ondate”, racconta la fonte al Sir che aggiunge: un edificio su tre a Kyiv è già stato danneggiato o distrutto dagli attacchi russi. Secondo quanto dichiarato stamattina dal sindaco Vitali Klitschko dei 12.000 edifici della capitale, circa 4.000 hanno subito danni di varia entità.
E’ stata colpita anche la regione di Odessa dove i russi hanno effettuato un attacco con droni contro un valico di frontiera con la Moldavia.
Gli attacchi di questa notte su Kiev e su tutta l’Ucraina hanno provocato reazioni di sicurezza anche negli stati membri della Nato confinanti. Il comando militare polacco ha dichiarato di aver mobilitato velivoli e attivato le difese aeree per proteggere lo spazio aereo polacco, in particolare nelle aree al confine con l’Ucraina. Tensione anche al confine con la Romania, Il ministero della Difesa rumeno ha affermato che i sistemi radar hanno rilevato bersagli aerei vicino al confine ucraino durante la notte, provocando il decollo di due caccia spagnoli impegnati in missioni Nato e di un elicottero dell’aeronautica rumena. Il ministero ha aggiunto che un drone è entrato nello spazio aereo rumeno vicino a Galati prima di schiantarsi in una zona disabitata nella contea di Tulcea.
Nel video messaggio settimanale pubblicato oggi, Sua Beatitudine Sviatoslav Shevchuk, capo della Chiesa greco-cattolica ucraina, ha rilanciato l’appello del Consiglio Pan-Ucraino delle Chiese e delle Organizzazioni Religiose per il 24 agosto invitando “tutte le persone di buona volontà” ad unirsi nel giorno del 35º anniversario dell’indipendenza dell’Ucraina, alla Giornata Mondiale di Preghiera per la Pace. “Crediamo – ha detto – che la preghiera sia più potente delle armi!”.
Dall’ascesa al potere si è registrata una evoluzione nei rapporti fra Kabul e i Paesi della regione. Il pragmatismo commerciale di Uzbekistan, Turkmenistan e Kazakistan e la maggiore cautela del Tagikistan. Il nodo (futuro) del canale di Koštepa e l’uso conteso delle acque del fiume Amu Darya.
Mosca (AsiaNews) – Il 15 agosto 2021 i talebani hanno assunto il controllo totale dell’Afghanistan. In seguito al ritiro delle truppe americane, i militanti del gruppo sono entrati a Kabul senza incontrare una seria resistenza, il presidente Ashraf Ghani è fuggito dal Paese e la repubblica islamica, che aveva vent’anni di storia, ha di fatto cessato di esistere. Cinque anni dopo i talebani detengono ancora il potere, e stanno ricostruendo lo Stato secondo la loro interpretazione della legge islamica, la Sharia.
In questo periodo le relazioni tra i Paesi dell’Asia centrale e la Russia con il nuovo governo di Kabul si sono evolute, passando dall’ostilità politica e da serie preoccupazioni per la sicurezza a una concreta cooperazione economica. Allo stesso tempo, anche l’approccio dei talebani nei confronti dei Paesi vicini dell’Asia centrale è cambiato. Nel 2024 il Kazakistan ha rimosso i talebani dalla sua lista di organizzazioni fuorilegge, e anche il Kirghizistan ha compiuto un passo simile. Nell’aprile del 2025, la Corte Suprema russa ha sospeso il divieto di lunga data sul “movimento terrorista”, e nel luglio dello stesso anno Mosca ha accolto l’ambasciatore del nuovo governo afghano.
Tuttavia, il seggio dell’Afghanistan all’Onu non è stato sinora concesso a un rappresentante talebano e, ad eccezione della Russia, nessun Paese al mondo riconosce ufficialmente il suo governo. Per Rustam Azizi, esperto nella lotta all’estremismo, tutti questi cambiamenti sono dettati dall’accettazione della realtà politica, più che dalla fiducia nei talebani: “Questo gruppo – afferma – ha consolidato il potere e il controllo in Afghanistan da cinque anni ormai, e nel breve termine non si intravede un’alternativa reale e forte alla sua autorità e al suo governo”.
Le minacce poste dall’Isis-Khorasan e da altri gruppi terroristici, il traffico di droga, la migrazione, gli interessi commerciali e di transito, e il declino della presenza occidentale hanno costretto i Paesi della regione e la Russia a passare a una cooperazione pragmatica. Ciononostante, il riconoscimento e la cooperazione non significano la scomparsa della diffidenza e delle minacce.
Rakhmatullo Abdulloev, esperto tagico di Afghanistan, ritiene che il riavvicinamento degli ultimi anni sia principalmente di natura economica, e non si estenda oltre questo ambito: “È vero che negli ultimi due anni abbiamo assistito a un miglioramento delle relazioni tra il governo talebano e Paesi come Russia, Uzbekistan, Kazakistan e altri, sulla base di interessi economici e commerciali, ma queste azioni, a prescindere dalla loro portata e intensità, continuano a essere condotte con grande attenzione e cautela”. Nei rapporti con Kabul, i Paesi della regione hanno adottato due approcci: il pragmatismo commerciale attivo di Uzbekistan, Turkmenistan e Kazakistan, e quello molto più cauto del Tagikistan, il Paese più legato agli afghani dal punto di vista etnico.
Taškent ha mantenuto fin dall’inizio la rotta Termez-Mazar-i-Sharif come porta d’accesso commerciale all’Asia meridionale; Ašgabat ha ripreso i lavori sulla sezione afghana del gasdotto TAPI (Turkmenistan-Afghanistan-Pakistan-India); Astana è diventata uno dei principali fornitori di cereali di Kabul. I Paesi della regione considerano l’Afghanistan principalmente come un mercato per i propri prodotti. Secondo Azizi “tali differenze, in una certa misura, rendono difficile la formazione di una posizione regionale unitaria, ma la cautela di Dušanbe non dovrebbe essere vista come un ostacolo alla cooperazione”.
La posizione tagica non è rimasta invariata negli ultimi cinque anni, ma il suo approccio generale – la cautela – è rimasto immutato. “Il Tagikistan è passato dalla critica aperta e dall’enfasi sulla necessità di creare un governo inclusivo a una politica di contatti cauti e cooperazione pratica. I legami diplomatici, le questioni di confine, il commercio e i corridoi di transito si sono gradualmente intensificati, ma ciò non significa fiducia completa o abbandono delle linee rosse”, afferma Azizi. Secondo lui, i recenti scontri nel Badakhšan, in Afghanistan, e in altre aree tra talebani e forze di resistenza, così come i disordini localizzati, dimostrano che il nord dell’Afghanistan non può essere considerato completamente calmo e gestibile.
Secondo Abdulloev, la costruzione del canale di Koštepa (nella foto) potrebbe diventare il problema principale nelle relazioni dell’Afghanistan con i Paesi dell’Asia centrale in futuro: una volta che questo progetto sarà pienamente operativo, si porrà il problema della distribuzione dell’acqua dal fiume Amu Darya, e le sue implicazioni politiche, sociali e di sicurezza potrebbero avere un grave impatto sulla regione. Il possibile riconoscimento anche da parte degli Stati dell’Asia centrale non significherebbe necessariamente l’acquisizione di legittimità internazionale, e Azizi osserva che “preservare usi, costumi e tradizioni medievali impedirà ai talebani di ottenere approvazione internazionale; l’arretratezza delle loro idee e dei loro metodi di governo non è in linea con gli standard del mondo moderno”.
Giorni di attesa per la diocesi romagnola dove Leone si recherà in visita sabato 22 agosto. Prima la tappa al Meeting di Rimini, subito dopo l’incontro in cattedrale con poveri e malati e infine la Messa al porto. Monsignor Nicolò Anselmi auspica che per i giovani l’arrivo del Papa sia sprone per incoraggiarli a fare del bene
Dopo 44 anni, 29 agosto 1982, il Papa torna a Rimini. L’ultima volta era stato Giovanni Paolo II che fece tappa alla Meeting e poi celebrò la Messa sul lungomare, nel piazzale Boscovich, situato all’estremità del porto, davanti a duecentomila persone. Papa Leone torna nella capitale della riviera romagnola come Successore di Pietro in una visita che abbraccia l’appuntamento di Comunione e Liberazione, giunto alla 47.ma edizione, e la diocesi con una particolare attenzione alle anime più fragili della città, nota per essere in estate luogo della movida. In Cattedrale infatti incontrerà circa 650 persone tra ammalati, disabili e poveri assistiti dalla Caritas per concludere poi la sua giornata con la celebrazione della Messa.
Una sfida di testimonianza e accoglienza
La città è in fibrillazione per mostrare al Papa il suo volto migliore tra i fedeli che accorreranno dalla regione Emilia Romagna a tanti villeggianti che hanno scelto Rimini per passare la loro estate. Una visita, ne è convinto il vescovo monsignor Nicolò Anselmi, che lascerà un segno tra i giovani e anche tra i lontani magari attratti dalla curiosità di vedere il Papa.
Ascolta l’intervista del vescovo di Rimini, monsignor Anselmi
Rimini è la capitale del turismo estivo. Che significato ha per la diocesi accogliere il Papa in pieno agosto, nel cuore della stagione balneare?
I giornali e le statistiche riportano che nella nostra riviera durante questi quattro mesi passano circa 7-8 milioni di persone. Certo non saranno tutti in questa occasione qui, però è sempre, per la Chiesa riminese, una sfida di testimonianza, di accoglienza, di gentilezza, di capacità di dialogo, di sapere stare insieme, tra famiglie, giovani, vita diurna, vita notturna, sempre un modo di vivere quello che il Papa chiama una magnifica umanità. Qui è molto varia e proviene da tutto il mondo, da tutta Europa e da tutta Italia.
Monsignor Anselmi, il Papa inizierà la sua visita a Rimini partendo dal Meeting dell’amicizia tra i popoli. Lei personalmente cosa si aspetta che il Pontefice lascerà ai giovani e ai visitatori del Meeting?
Indubbiamente, durante la lunga estate riminese, la settimana del Meeting è una settimana molto particolare perché c’è una proposta culturale forte e quindi accompagnata da tante mostre, ma soprattutto da tante persone, anche da tanti volontari e anche da tanti giovani. Il Papa io penso che è una presenza che prima di tutto incoraggia, dà speranza, invita a continuare a cercare questo amore che muove le stelle, come riporta il tema del Meeting. Questo vale per tutti, vale in particolare per i giovani che, oggi più che mai, mi sembra che abbiano bisogno di essere incoraggiati nel bene, nel fare prevalere la civiltà dell’amore rispetto alla cultura della potenza, come dice il Papa nella sua enciclica.
Nel pomeriggio il Papa incontrerà i più fragili, gli ammalati nella cattedrale di Rimini. Per la chiesa riminese questo che momento sarà?
Questo è effettivamente un momento importante, abbiamo scelto tre tappe riminesi, la prima al Meeting e la seconda con l’incontro con i malati, ma anche con i carcerati, i disabili, i giovani che stanno facendo un cammino terapeutico nelle comunità Papa Giovanni XXIII, in quella di San Patrignano. Credo che questo sia un momento importante perché, nel grande movimento che caratterizza l’estate riminese, non vogliamo dimenticare che ci sono delle persone più fragili di altre, che stanno camminando in salita, vivendo un momento difficile della loro vita. Loro devono comunque essere al centro dell’attenzione del Papa, della vita della Chiesa e ma anche di tutta la società, per cui questo lo consideriamo un momento molto importante. Ci saranno circa 650 persone, altrettante saranno sulla spiaggia e poi molte altre ci seguiranno lungo le strade oppure da casa attraverso la televisione e la radio.
La visita alla città di Rimini del Papa si chiuderà al porto, proprio dove andò San Giovanni Paolo II nel 1982. Qual è il valore di questa messa sul mare?
L’Eucaristia è il momento più importante di tutta questa giornata, di tutta la giornata della vita della Chiesa, di tutta la giornata della vita di ogni cristiano e penso anche del Papa perché intorno a Gesù, presente sull’altare, nella sua parola e nella comunità riunita, si vive la sua presenza. E poi il mare che è presente nella predicazione della vita di Gesù, pensiamo anche al lago di Tiberiade. Il mare è luogo della vocazione, della missione, è il luogo della tempesta sedata, della pesca miracolosa. Gesù vive tanto in riva al mare. Poi sulla spiaggia tantissime persone si potranno avvicinare, forse fedeli, ma anche chi è incuriosito dalla persona del Santo Padre e raggiungere, anche attraverso i tanti volontari, la sua parola, la sua proposta. È un luogo molto importante anche dal punto di vista della testimonianza e della missionarietà.