Le armi tornano a far sentire la loro voce in Tigray, regione settentrionale dell’Etiopia. Il 23 settembre sono riprese apertamente le ostilità. Le milizie del Fronte popolare di liberazione del Tigray (Tplf) hanno preso il controllo di tre aeroporti regionali. L’azione ha scatenato la reazione dell’esercito federale etiope. Nei giorni successivi i combattimenti si sono estesi oltre i confini locali, raggiungendo le regioni di Amhara e Afar. Le forze governative hanno risposto con una forte controffensiva, riprendendo la capitale regionale Macallè.
«Gli accordi di Pretoria che avevano posto fine alla guerra tra Addis Abeba e Macallè non hanno mai portato a una vera pacificazione – afferma Giuseppe Mistretta, ex ambasciatore d’Italia in Etiopia, ex direttore per l’Africa subsahariana al Ministero degli Affari Esteri e autore del saggio “Tigray. La guerra invisibile” -. Nel territorio tigrino non è mai iniziato un reale rilancio economico. La regione è rimasta povera e segnata dalle ferite del precedente conflitto ».
La nascita di un’alleanza operativa composta da sette gruppi di opposizione ha reso la situazione politica ancora più tesa. Tra le sigle protagoniste figurano il Tplf, l’Ola (Esercito di liberazione oromo), le milizie Fano della regione Amhara e i combattenti della regione di Gumuz. «Questa coalizione ha dichiarato l’intenzione di unire le forze per scalzare dal potere il primo ministro Abiy Ahmed – osserva Mistretta -. Si tratta di un cartello eterogeneo che evidenzia quanto l’Etiopia si sia parcellizzata e frammentata rispetto al passato».
Le alleanze interne vanterebbero appoggi anche oltre i confini nazionali. L’Etiopia, infatti, ha accusato l’Eritrea – sua alleata tra il 2020 e il 2022, ma esclusa dagli accordi di Pretoria – di essersi schierata con i ribelli. Oggi Asmara è in forte rotta con Addis Abeba, soprattutto a causa delle ambizioni del premier Abiy di ottenere uno sbocco sul Mar Rosso. Le recenti tensioni hanno causato la rottura dei rapporti diplomatici tra i due Paesi. Lo scenario si ripete con l’Egitto: il Cairo, da tempo ai ferri corti con l’Etiopia per il dossier della Grande diga del millennio, sosterrebbe, secondo le autorità etiopi, il Fronte di liberazione del Tigray (Tplf).
Sul fronte opposto, il governo federale mantiene saldo il sostegno strategico e finanziario degli Emirati Arabi Uniti, attore con ingenti investimenti nel Paese e una marcata presenza infrastrutturale.
A soffrire è la popolazione locale. «Molte famiglie sono già provate dal precedente conflitto, dagli sfollamenti, dalla povertà, dalla carenza di cibo e dall’assenza di servizi essenziali – spiega una fonte locale che chiede l’anonimato -. Ora, con il riacutizzarsi dell’insicurezza, le persone hanno paura a spostarsi, lavorare o far uscire i propri figli. L’incertezza è forse l’aspetto più doloroso, poiché nessuno sa come evolverà la situazione».
Di fronte a questa crisi, la Conferenza dei vescovi cattolici dell’Etiopia (Cbce) ha lanciato un appello per la pace e la riconciliazione. I prelati chiedono la cessazione dei conflitti armati che stanno devastando Tigray, Afar, Amhara e Oromia. Nel documento diffuso dal Segretariato generale, i presuli hanno espresso dolore per le violenze in corso. Hanno ricordato che la guerra non risolve i problemi, ma moltiplica le sofferenze, provocando un tragico bilancio di vite umane, devastazioni e risentimenti destinati a durare generazioni.
I vescovi hanno evidenziato come le conseguenze dei combattimenti ricadano sulle fasce più vulnerabili, tra cui bambini, donne, anziani e malati. Una pace autentica deve fondarsi su verità, giustizia, perdono e rispetto della dignità umana.
La presa di posizione della Chiesa locale si unisce al richiamo di Papa Leone XIV che il 30 settembre ha espresso preoccupazione per la ripresa delle ostilità nel nord dell’Etiopia. Il Pontefice ha esortato tutte le parti coinvolte a intraprendere la strada di un dialogo onesto.
