Sotto la pioggia hanno continuato a camminare. Da Liniers a Luján, sessanta chilometri attraverso quell’immensa periferia occidentale di Buenos Aires dove la capitale lentamente si sfrangia e diventa conurbazione. Giovani, anziani, famiglie, gruppi parrocchiali. E tanti arrivati da soli. Scarpe bagnate, impermeabili improvvisati, immagini della Vergine strette fra le mani. Al 52° Pellegrinaggio giovanile al santuario di Nuestra Señora de Luján, patrona della Repubblica Argentina, il 3 e 4 ottobre hanno partecipato, secondo stime locali, due milioni di persone.
La colonna principale è partita dal santuario di San Cayetano, accompagnando l’immagine della Madonna affidata a una delegazione della diocesi di Lomas de Zamora. Con i pellegrini hanno camminato anche gli arcivescovi di Buenos Aires, Jorge Ignacio García Cuerva, e di La Plata, Gustavo Oscar Carrara. Domenica mattina, davanti alla basilica, García Cuerva ha presieduto la Messa conclusiva, invitando gli argentini a diventare «artigiani di fraternità» in una società attraversata da divisioni e intolleranza.
Una moltitudine. E anche un apparente paradosso. Perché l’Argentina verso la quale si prepara a partire Leone XIV non è più il Paese cattolico quasi per definizione come era nel Novecento. Tra il 2008 e il 2019, la percentuale di quanti si dichiaravano cattolici è scesa dal 76,5 al 62,9 per cento. Nello stesso periodo, gli evangelici sono passati dal 9 al 15,3 per cento e le persone senza appartenenza religiosa dall’11,3 al 18,9 per cento. Soprattutto, si è spezzata un’equivalenza antica, essere argentino non significa più, quasi automaticamente, essere cattolico.
Eppure Luján è lì. E continua a riempirsi. Anno dopo anno. La sua storia attraversa mezzo secolo di vicende nazionali. Il primo pellegrinaggio giovanile risale al 25 ottobre 1975. In trentamila si misero in cammino con una dichiarazione d’intenti La juventud peregrina a Luján por la Patria. Il Paese viveva già nella spirale della violenza politica, alla vigilia della dittatura militare. Da allora, Luján ha accompagnato le ferite e le speranze dell’Argentina. Di generazione in generazione, quella strada è diventata anche una memoria collettiva. Un luogo dove la fede e le vicende personali incontrano quelle della nazione. È una delle espressioni più riconoscibili di una religiosità popolare che continua a resistere a una lenta perdita di centralità delle istituzioni ecclesiastiche.
Le periferie che Papa Francesco avrebbe portato nel vocabolario della Chiesa universale esistevano prima che diventassero una categoria del pontificato. Erano le villas di Buenos Aires, i curas villeros, San Cayetano, Luján, le parrocchie della conurbazione, le mense, i santuari. Una geografia umana e religiosa nella quale la Chiesa aveva imparato che, per incontrare il suo popolo, non poteva limitarsi ad aspettarlo. Bergoglio fu figlio e, insieme, interprete di quella Chiesa.
I due milioni di pellegrini di quest’anno non sono necessariamente altrettanti cattolici praticanti. Non sappiamo quanti torneranno a messa la domenica successiva, quanti condividano l’insegnamento della Chiesa o quanti si riconoscano pienamente nelle sue strutture.
Quando Leone XIV arriverà in Argentina incontrerà dunque una Chiesa meno dominante di quella del passato, dentro una società più secolarizzata, pluralista e autonoma. Ma incontrerà anche un popolo nel quale il religioso continua a cercare forme per esprimersi. Un popolo che guarda all’avvento delle nuove tecnologie con curiosità, ma anche con inquietudine; che avverte il rischio che le proprie risorse naturali, anziché diventare una promessa di sviluppo, si trasformino in una nuova causa di disuguaglianza e conflitto.
Per capire dove sia oggi il cattolicesimo argentino, forse, non basterà contare quanti entrano nelle chiese. Bisognerà guardare anche quelli che camminano sotto la pioggia.
