Le riserve di Sant’Agostino sulla “guerra giusta”

In merito al dibattito, sempre attuale, attorno al concetto di "guerra giusta", la posizione del vescovo di Ippona va letta non rigidamente ma nella complessità del contesto storico e all'interno di una visione globale. Ecco allora che, anche nel "De civitate Dei", non mancano su di essa giudizi di ambiguità, contraddizione, inammissibilità

Nel dibattito teologico e nelle dichiarazioni magisteriali, a rinforzo della dottrina della illiceità della guerra, sempre più si sta mettendo in discussione il concetto di “guerra giusta”. Che però continua a riemergere, e a sostegno è invocata l’autorità di sant’Agostino (354-430) che nel dibattito vulgato sulla guerra compare spesso come il primo teorico cristiano, se non addirittura come l’“inventore” della “guerra giusta”. Ma Agostino, si sa, è animo sempre in movimento (inquieto), attento alle mobili provocazioni della storia e il suo pensiero evolve. Gli studiosi sanno che le sue posizioni sono da leggere sia in contesto, storicizzandole, sia all’interno di una visione globale che le relativizza. Invece spesso sono imbalsamate o estrapolate, quando non addirittura tratte dall’agostinismo posteriore. Nel caso che ci interessa, a chi ha la pazienza e la fortuna di leggerlo direttamente non mancano segnali che indicano come alla sua acuta visione della storia non sia sfuggita la fondamentale ambiguità, anzi, perfino l’irricevibilità della “guerra giusta”.

Le constatazioni nel “De civitate Dei”

Dal suo capolavoro di teologia della storia, il De civitate Dei, meritano di essere rilevate almeno due non insignificanti riserve sulla guerra giusta. Una è di ordine storico, l’altra filosofico. Nella prima Agostino constata che nella storia del mondo, in una umanità peccatrice, la guerra giusta è una condizione che, rigorosamente parlando, non esiste, perché nella realtà fattuale anche la guerra giusta è effetto e causa di peccato e serve tutt’al più a mascherarlo. L’ultramillenario Stato romano aveva esteso il suo dominio proprio invocando il principio della “guerra giusta”. Prendendo infatti a pretesto atti di ingiustizia (reali o presunti) che emergevano in varie parti del mondo, Roma interveniva con la guerra, formalmente per sanarli ma in realtà per accrescere il suo impero e creare un suo ordine: «L’ingiustizia di quelli contro cui sono state fatte guerre giuste ha favorito l’accrescimento del potere di chi le ha fatte […] L’ingiustizia ha molto collaborato all’accrescimento del potere e creava gli ingiusti affinché ci fossero soggetti contro i quali si potessero fare guerre giuste e aumentare il potere» (De civitate Dei, IV, 15).

Da guerra nasce guerra

Ne consegue un’altra osservazione che storicamente mostra l’inanità e il pericolo di tale guerra: uno Stato «non  riuscirà mai a dominare  stabilmente su coloro che sia riuscito a soggiogare con le sue vittorie belliche» (De civitate Dei, XV, 5); la guerra non produce mai pace vera ma instabile e foriera di nuova guerra. Come annoterà Simone Weil nei suoi Quaderni, la giustizia è sempre «fuggitiva dal campo dei vincitori» perché una pace raggiunta con le armi eccede sempre la giusta misura e sparge inesorabilmente semi di rivalsa. La guerra giusta quindi storicamente si rivela fasulla e non può nemmeno aspirare a essere funzionale alla pace.

Il virtuoso usa le armi del confronto dialogico

Il secondo passo è di età più tarda e di natura filosofica. In un periodo lungo e involuto, che risente dell’assurdo apparente da cui scaturisce la verità, Agostino argomenta che “il sapiente” è insofferente verso le guerre “giuste” perché, in quanto giuste, egli si sente in dovere di farle, ma, così facendo, contravviene al suo ruolo di sapiente. Infatti, per restare fedele alla sua natura, egli non dovrebbe trarre necessità di guerra nemmeno dall’ingiustizia (De civitate Dei, XIX, 7). Mentre nella prima annotazione Agostino, da storico, sottolinea la volontà di potenza che è insita storicamente nella guerra giusta che serve piuttosto a promuovere l’imperialismo del più forte, nella seconda, da sapiente, vede la contraddizione insita nel concetto di guerra giusta. Diremmo che, nel nesso “guerra giusta”, la negatività del sostantivo (guerra) soffoca la positività dell’aggettivo (giusta) fino al punto da far deflagrare l’espressione “guerra giusta” e da ridurla a un impossibile ossimoro. La giustizia stessa imporrebbe infatti il divieto alla guerra, e con la scelta della soluzione violenta si contraddice la virtù e si priva del suo primato il logos, che è proprio del sapiente e del virtuoso. Nel caso del conflitto, compito della sapienza è quello di perseguire la ricerca razionale delle ragioni dei contendenti, che va condotta con le armi pacifiche del confronto dialogico e della persuasione.

Sapienza politica ottenere la pace con la pace

Mi pare che nella prospettiva agostiniana la guerra giusta rappresenti la latenza, sotto mentite spoglie, di quel peccato che, secondo l’oscura e suggestiva espressione genesiaca (Genesi, 4, 7), sta accovacciato alla porta del Caino violento. Ognuno veda quanto le considerazioni di Agostino possano penetrare fin dentro le logiche del nostro stesso sentire. Esse concordano con altra, luminosa e più perentoria affermazione di Agostino, sempre di età tarda, e quindi di carattere, diremmo, conclusivo: «È più glorioso uccidere la guerra con la parola che gli uomini con la spada, e acquistare e ottenere la pace con la pace, non con la guerra» (Epistolae, 229, 2). È un inno alla missione vera della sapienza politica. Contrasta infatti l’idea che la pace possa mai essere frutto della guerra e invoca la ricerca dialogica e persuasiva della soluzione dei conflitti, prima e piuttosto che essi degenerino in guerre; e incanala la stessa ricerca di gloria mondana (tipica dell’uomo politico) verso la pace. Confidiamo che ne possa così emergere una visione meno dura e meno rigida, anzi più complessa e comprensiva, e meno convenzionale, di quell’Agostino che — è bene ricordarlo — a Ippona aveva la sua cattedra nella Basilica Pacis.

*Docente emerito di Letteratura cristiana antica all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano