Ucraina, un’insegnante: tanta paura, non cediamo al panico per più piccoli

Nonostante la guerra nel Paese europeo, la scuola cerca di non fermarsi. Per bambini, genitori e insegnanti la continuità dell’istruzione richiede ogni giorno un grande sforzo: cambiare aula, interrompere una lezione, scendere in un rifugio, aspettare che passi l’allarme e poi ricominciare. La storia di Oksana a Kyiv: siamo tutti stremati dagli allarmi continui ma vogliamo continuare a vivere dove sono le nostre radici

Giovedì primo settembre 2026, nel quartiere Solomianskyi di Kyiv, un drone russo colpisce una scuola. È mattino, l’allarme aereo aveva suonato, bambini e personale scolastico si trovano nel rifugio quando avviene l’esplosione e nessuno resta ferito. La notte del 30 settembre, invece, un ragazzo di 14 anni resta ucciso durante un attacco russo a Vyshhorod, nella regione di Kyiv. La sua famiglia si era trasferita lì dalla regione di Sumy, per sfuggire ai bombardamenti continui. I genitori del ragazzo e sua sorella sopravvivono. Pochi giorni prima, il 29 settembre, una bomba aerea guidata russa aveva colpito una scuola di Sumy. In quel momento nell’istituto si trovavano gli alunni delle classi dalla prima alla quarta. Le lezioni si svolgevano in presenza, nel turno pomeridiano. Bambini e personale scolastico non sono rimasti feriti: al momento dell’attacco erano scesi nel rifugio della scuola.

È questa, purtroppo, una parte della quotidianità di bambini e insegnanti ucraini. È la realtà di un Paese che da più di quattro anni e mezzo vive le conseguenze dell’invasione russa su larga scala, con la guerra che continua a condizionare profondamente la vita di bambini, genitori e insegnanti.

Essere madre in mezzo alla guerra

Oksana è un’insegnante e vive a Kyiv con la figlia di otto anni, proprio nel quartiere Solomianskyi, dove il drone russo ha colpito la scuola. È separata dal marito, mentre i suoi genitori hanno lasciato la città. Come si vive da madre durante la guerra? «Non ho mai vissuto una guerra prima d’ora, quindi sto imparando», racconta ai media vaticani. Ma dopo quasi cinque anni, ammette, la stanchezza è profonda: «Devo controllare tutto, organizzare tutto, prevedere tutto. E a Kyiv, soprattutto dalla fine di agosto, sembra esserci un’allerta permanente: per poche ore, a volte solo per pochi minuti, c’è il cessato allarme e poi ricomincia tutto. Arrivano di nuovo i droni, la nostra antiaerea cerca di abbatterli. Ma oggi sono più veloci e difficili da intercettare. È un vero esaurimento emotivo», confida.

Essere insegnante sotto le bombe

Per Oksana, che oltre a essere madre è anche insegnante, le difficoltà della scuola in tempo di guerra sono particolarmente concrete. Nella sua scuola privata c’è un rifugio ricavato nei locali al piano terra di un complesso residenziale, ma gli spazi non sono sufficienti per garantire a ogni classe un ambiente separato. Durante gli allarmi, bambini di classi diverse si ritrovano così a seguire le lezioni nello stesso spazio. C’è poi il continuo spostamento tra le aule e il rifugio. Sono soprattutto gli insegnanti a doversi occupare dei bambini e a portare con sé il materiale didattico, dai libri ai quaderni, avanti e indietro. Dopo una notte di bombardamenti, inoltre, molti bambini arrivano a scuola stanchi e nervosi, alcuni ancora segnati dalla paura e dalla mancanza di sonno. Anche per i genitori la situazione è difficile. Non tutti possono restare a casa con i figli durante le allerte: alcuni devono continuare a lavorare, e quando le condizioni lo permettono, preferiscono portare loro figli a scuola, dove c’è quasi sempre un’insegnante ad accoglierli. La situazione cambia da scuola a scuola e dipende anche dalla disponibilità di rifugi. Nella scuola pubblica frequentata dalla figlia di Oksana, per esempio, non c’è un vero rifugio. Quando scatta l’allarme, gli alunni vengono spostati in un locale seminterrato senza finestre, dove devono continuare le lezioni tutti insieme, in uno spazio ristretto.

Nastia, figlia di Oksana, ha quasi otto anni e del tempo di pace conserva ricordi molto vaghi, quando è iniziata la guerra aveva appena tre anni e mezzo. Questo, però, non significa che non conosca la paura. «Viviamo al quindicesimo piano – racconta la mamma – e quando ci sono i bombardamenti si sente tutto molto bene e si vede tutto. Viviamo vicino a infrastrutture critiche. Quando ci sono attacchi con missili balistici, lei si spaventa. Ci spostiamo nel corridoio, non andiamo nei rifugi. Cerchiamo di pregare ogni sera».

Ogni bambino reagisce alla guerra a modo suo. Oksana racconta un episodio che l’ha particolarmente colpita. Durante un’allerta, mentre Nastia giocava con due compagne, una delle bambine ha iniziato a gridare in preda al panico: «Mamma, l’allarme! Mamma, scappiamo!». La madre l’ha presa e si sono riparate sotto l’ingresso di un edificio. Oksana ha poi saputo che quella reazione di paura si ripete ormai da tempo. Per cercare di tranquillizzarla, qualcuno ha messo della musica, mentre intorno continuavano a sentirsi le esplosioni. «Mia figlia reagisce a tutto questo in modo abbastanza tranquillo, – aggiunge Oksana – forse perché semplicemente guarda come reagisco io e assume il mio stato d’animo. Cerco di non farmi prendere dal panico. Certo, a volte ho paura, ma cerco di dirle: “Dai, stai tranquilla, andrà tutto bene”».

Le regole della paura

«Il sistema nervoso davvero non regge più», ammette Oksana. Nelle scuole pubbliche esistono regole precise per gli allarmi: a seconda del livello di pericolo, i bambini possono non essere mandati a scuola. Nelle scuole private, invece, la situazione è diversa. Molti genitori continuano a portare i figli a scuola anche durante le allerte, perché devono lavorare e non possono rimanere a casa con loro. Di conseguenza, gli insegnanti devono essere presenti e occuparsi dei bambini anche in queste condizioni. Per Oksana, che vive a circa venti minuti a piedi dalla scuola, significa anche trovarsi personalmente in situazioni pericolose. Una mattina aveva accompagnato la figlia a scuola e stava andando al lavoro quando è iniziata un’allerta. «Ero per strada. Dopo appena cinque minuti ho sentito che qualcosa stava arrivando. Questi “Shahed” a reazione fanno un rumore simile a quello di un aereo e si capisce che sono vicini, anche se non sai esattamente dove. Poi ho sentito le esplosioni e i colpi della contraerea che cercava di abbatterli. Dopo pochi minuti ho sentito di nuovo quel rumore. E io ero lì, in strada… Sono queste le nostre giornate».

“Perché distruggere un popolo?”

L’insegnante ucraina spera che la guerra possa finire presto. Racconta di vedere intorno a sé una profonda stanchezza, sia fisica sia morale. Allo stesso tempo, dice di non incontrare nelle persone che conosce la disponibilità a rinunciare a ciò che considerano essenziale. Le notizie quotidiane sulle vittime, anche tra i bambini, alimentano rabbia e incomprensione verso l’aggressore. «Proprio ieri leggevo la notizia di un bambino ucciso qui, nella regione di Kyiv. È difficile capire perché tutto questo debba accadere. Perché ucciderci qui? Perché distruggere un popolo? Solo perché qualcuno, dall’alto, ha detto loro che siamo una “non-nazione”, o chissà cos’altro».

Alcune persone che Oksana conosce hanno deciso di lasciare la regione di Kyiv, dove la situazione, dice, in alcuni luoghi è più difficile che nella capitale. Anche a lei capita spesso che le venga chiesto perché non se ne vada. «Perché dovrei partire? Questa è la mia città, il luogo in cui sono nata, dove ho trascorso la mia infanzia e dove lavoro. Qui ho tutto: la casa dei miei genitori, le mie radici, tutto ciò che mi è familiare. Perché dovrei lasciare una città che sento mia per andare in un posto dove non so come sarò accolta?». Oksana ha viaggiato in Europa e suo fratello vive all’estero da quasi dieci anni. Ma questo, dice, non significa che desideri trasferirsi. «Mi chiedono: “Perché non vai da tuo fratello?”. Io rispondo: “Non voglio”. Non sento questo desiderio. Forse psicologicamente non sono ancora pronta ad andare a vivere all’estero. Io voglio vivere nella mia città». E, aggiunge, non è l’unica a pensarla così.