La guerra più sanguinosa del decennio in corso – quella fra il Fronte popolare di liberazione del Tigray (Fplt) e il governo federale dell’Etiopia – è ricominciata e, quel che è più grave, rischia di far precipitare l’intera regione in un conflitto generalizzato fra stati nazionali. L’ultima notizia in ordine di tempo l’ha data la Bbc, secondo cui «almeno 52 civili sono stati uccisi durante tre giorni di intensi combattimenti nei pressi di Alamata, nella regione settentrionale etiope del Tigray».
Dopo quasi due mesi di scaramucce, il 23 settembre scorso i gruppi riuniti sotto la sigla Alleanza delle forze dei popoli etiopici per la sopravvivenza (Afpes) hanno lanciato un’offensiva su più fronti contro l’esercito federale (Forza di difesa nazionale etiopica, Fdne), occupando gli aeroporti di Macallé, Axum e Shire nel Tigray e impegnando le truppe governative negli adiacenti stati di Afar e Amhara oltre che nel Tigray occidentale.
Gli attacchi compromettono definitivamente gli accordi di Pretoria del 3 novembre 2022, che avevano messo la parola fine ai combattimenti fra tigrini e federali (affiancati da milizie tribali e dalle forze armate della vicina Eritrea) iniziati nel novembre 2020 che avevano causato direttamente e indirettamente per le carestie e il collasso del sistema sanitario ben 600 mila morti in appena due anni.
La guerra ricomincia
Il ritorno della parola alle armi era stato preparato il 5 maggio scorso, quando il Fplt aveva dichiarato decaduto il governatore della regione Tadesse Werede nominato dal governo centrale in base agli accordi di Pretoria, e lo aveva sostituito col suo proprio leader Debretsion Gebremichael, che era alla guida del Tigray negli anni della guerra. Il colpo di mano era stato giustificato col fatto che una volta scaduto il termine del mandato di Werede nell’aprile scorso, Addis Abeba lo aveva rinominato senza consultare il Fplt. Dopo che quest’ultimo aveva avviato una campagna di reclutamento per il proprio braccio armato, le Forze di difesa del Tigray (Fdt), il 20 settembre veniva annunciata la creazione dell’Afpes, una coalizione di gruppi armati uniti attorno all’obiettivo di far cadere il governo centrale etiopico guidato dal 2020 dal primo ministro Abiy Ahmed.
Inizialmente veniva annunciata l’adesione di sette formazioni politiche a base etnica: oltre al Fplt avrebbero aderito l’Amhara Fano National Movement (Afnm), l’Oromo Liberation Army (Ola), l’Ogaden National Liberation Front (Onlf), l’Afar Revolutionary Democratic Unity Front (Arduf), il Benishangul Peoples’ Liberation Front (Bplf) e il Gumuz Peoples’ Democratic Movement (Gpdm). Successivamente il Gpdm smentiva di avere un’ala militare e di avere aderito alla coalizione, e l’Onlf dichiarava che solo la fazione guidata dal suo ex presidente aveva sottoscritto, all’insaputa della maggioranza dell’organizzazione, la partecipazione all’Alleanza. Di fatto, sul terreno i combattenti che stanno attaccando le Fdne in tre stati diversi della federazione sono le Fdt, l’Afnm e l’Arduf.
L’Eritrea cambia campo
Fin da subito la lista dei gruppi aderenti alla coalizione antigovernativa ha fatto sensazione: nel precedente conflitto l’Afnm aveva combattuto al fianco dei governativi contro i tigrini, e lo stesso dicasi di varie formazioni dell’etnia afar, oggi schierata coi ribelli. Ma il cambio di campo che fa più sensazione -scontata la smentita degli interessati – è senza dubbio quello dell’Eritrea, le cui forze armate parteciparono all’occupazione del Tigray durante la guerra del 2020/22 come alleati di Abiy Ahmed macchiandosi anche di atrocità contro la popolazione civile, e che ora invece arma e sostiene i ribelli tigrini e i loro alleati.
Il presidente praticamente a vita dell’Eritrea Isayas Afeworki aveva addirittura biasimato gli accordi di pace di Pretoria perché erano stati conclusi senza tenere conto delle esigenze eritree e perché con essi il governo etiopico rinunciava a distruggere il Fplt, secondo Afeworki unica soluzione definitiva ai problemi che avevano causato la guerra. Successivamente i rapporti fra Asmara e Addis Abeba sono peggiorati perché la prima ha cominciato a sospettare che la seconda voglia garantirsi l’accesso al mare – di cui è priva da quando nel 1993 l’Eritrea è diventata indipendente staccandosi dall’Etiopia – riprendendo il controllo del porto di Assab sul Mar Rosso perso a causa della trentennale (1961-1991) guerra di secessione eritrea. Attualmente la maggior parte dell’import-export etiopico passa attraverso il lontano porto di Gibuti.
Il ruolo di Israele
Questo particolare allarga ancora di più il quadro delle ricadute internazionali del rinnovato conflitto in Etiopia: nel conflitto sudanese gli Emirati e in misura diversa il Ciad appoggiano le Rsf, mentre Egitto, Arabia Saudita e in misura minore Turchia e Qatar sostengono le Saf. L’Egitto in particolare è coinvolto in una storica controversia con l’Etiopia a causa della costruzione della Grande diga della rinascita etiopica sul Nilo Azzurro, entrata in funzione nel settembre 2025 e considerata una minaccia alla stabilità idrica di Sudan ed Egitto.
All’equazione andrebbe poi aggiunto il ruolo di Israele, che all’inizio di settembre per bocca del suo ambasciatore in loco ha sostenuto che il suo paese appoggia la richiesta etiopica di uno sbocco sicuro sul Mar Rosso. Israele, come è noto, è e resta l’unico paese al mondo che ha ufficialmente riconosciuto lo stato del Somaliland, che ha ottimi rapporti con l’Etiopia (l’import-export etiopico che non passa attraverso Gibuti passa attraverso il porto di Hargheisa, capitale del Somaliland).
Un’alleanza di convenienza
Gli osservatori dubitano che l’Afpes possa abbattere il governo di Abiy Ahmed e prendere il potere, non solo per la sua inferiorità dal punto di vista militare ma anche perché si tratta di una coalizione che ha come unico obiettivo quello di far cadere il governo attuale dell’Etiopia. Gli amhara vantano rivendicazioni territoriali nei riguardi del Tigray (per questo si schierarono coi governativi nella guerra precedente) e Asmara continua a coltivare il proposito di disarticolare il Fplt, visto come una durevole minaccia sul suo confine meridionale.
Si tratta dunque di un’alleanza di convenienza che non sopravviverebbe a un successo militare. Tuttavia la nuova guerra è in grado di destabilizzare sia l’Etiopia che l’intera regione: l’Etiopia perché le forze federali sono già impegnate a reprimere insurrezioni locali nella regione amhara e nell’Oromia, e questa nuova esplosione di violenza le costringe a disperdere le proprie forze su territori molto vasti, gli stati della regione per via del reticolo di alleanze ufficiali e ufficiose che sono state sopra descritte.
