Perché i monaci vivono più a lungo degli altri uomini? Lo rivela uno studio europeo

Una ricerca condotta su circa 16.600 religiosi in Germania e Austria mostra come la vita comunitaria, la preghiera, una routine ordinata e uno scopo condiviso possano favorire un invecchiamento più sano.

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La differenza nell’aspettativa di vita tra monaci e monache si riduce quasi completamente all’interno del chiostro. La vita comunitaria, scandita da una regola, da orari di preghiera e da uno scopo ben definito, sembra inoltre favorire un invecchiamento più sano.

Sono alcuni dei risultati emersi dal German-Austrian Cloister Study, lo studio sui monasteri di Germania e Austria condotto da Marc Luy, ricercatore dell’Istituto di Demografia di Vienna dell’Accademia Austriaca delle Scienze.

La ricerca ha analizzato i fattori legati alla salute, all’invecchiamento e alla longevità, concentrandosi sul cosiddetto “invecchiamento sano”, inteso come la possibilità di vivere a lungo mantenendo buone condizioni fisiche e mentali.

Lo studio è tornato al centro dell’attenzione in Europa dopo che il monaco benedettino David Steindl-Rast ha compiuto cento anni il 12 luglio, secondo quanto riferito da CNA Deutsch, il servizio in lingua tedesca di EWTN News.

Uno studio su circa 16.600 religiosi

La ricerca ebbe inizio nel 1997 e si concentrò sui membri degli ordini religiosi maschili e femminili. Monaci e monache, infatti, conducono stili di vita molto simili e rappresentano quindi una popolazione particolarmente utile per questo tipo di analisi.

I religiosi condividono generalmente ritmi quotidiani, alimentazione, condizioni di vita, fede e numerosi altri aspetti che possono influire sulla salute e sulla longevità.

Allo studio hanno partecipato circa 16.600 membri di ordini religiosi: più di 9.000 monache e, per la parte restante, monaci. La maggioranza viveva in Germania e Austria, mentre alcuni risiedevano in Svizzera e Italia.

La ricerca ha incluso questionari anonimi compilati da più di 1.100 religiosi, ma ha preso in esame anche gli archivi di numerose comunità, risalendo fino al 1890 per raccogliere dati utili sull’aspettativa di vita.

I risultati sono stati per certi aspetti sorprendenti.

Nei monasteri diminuisce il divario tra uomini e donne

Secondo lo studio, all’interno delle comunità religiose la differenza nell’aspettativa di vita tra uomini e donne si riduce a circa un anno, attribuibile principalmente a fattori biologici.

Il divario più ampio che si registra nella popolazione generale non sarebbe quindi dovuto a una mortalità femminile particolarmente bassa, come spesso si pensa, ma soprattutto alla maggiore mortalità maschile legata a cause non biologiche.

Gli uomini appartenenti agli ordini religiosi vivono in media circa cinque anni più a lungo rispetto agli uomini che conducono una vita fuori dal monastero. La vita monastica sembra quindi ridurre alcuni dei rischi che possono abbreviare l’esistenza.

Perché la vita monastica può favorire la longevità?

Le comunità religiose offrono una giornata ordinata, con orari definiti per il lavoro, i pasti e la preghiera. A ciò si aggiungono relazioni durature, uno scopo condiviso e un forte senso di appartenenza.

Tutti questi elementi possono creare condizioni favorevoli al benessere fisico e mentale.

All’interno di una comunità monastica, inoltre, le persone si prendono cura le une delle altre. Eventuali segnali di deterioramento fisico o cognitivo possono così essere individuati più rapidamente.

Anche la riduzione dello stress cronico e la stabilità emotiva favorita dalla preghiera potrebbero contribuire a un invecchiamento più sano.

Marc Luy, sociologo tedesco e principale promotore del progetto, attivo in Austria dal 2008, ha spiegato a EWTN News che sarebbe «interessante» estendere la ricerca agli ordini religiosi di altri Paesi.

«Si tratta tuttavia di una questione di risorse», ha precisato.

«Non mi aspetto, comunque, risultati diversi da quelli ottenuti analizzando i vari ordini religiosi in Germania e Austria», ha aggiunto.

«La vita religiosa non è necessariamente facile»

«Essere monaco o monaca non significa necessariamente condurre una vita facile e tranquilla», ha spiegato a EWTN News la religiosa slovacca suor Cecília Kasanová.

Da sei anni la domenicana vive nel monastero dei Santi Domenico e Sisto di Nostra Signora del Rosario, a Roma. La comunità custodisce l’antica icona mariana conosciuta come Advocata, che secondo la tradizione fu portata in processione per le strade di Roma da san Domenico.

Pur riconoscendo che uno stile di vita equilibrato possa favorire la longevità, suor Cecília ha ricordato che molti religiosi conosciuti per aver vissuto a lungo hanno attraversato privazioni, guerre, persecuzioni a causa della loro fede o persino la prigionia.

La loro forza nel perseverare senza arrendersi, ha sottolineato, è «ammirevole».

Preghiera, silenzio e vita comunitaria

La religiosa ha evidenziato i benefici di una giornata suddivisa tra momenti di silenzio, preghiera personale, studio, lavoro, Messa quotidiana, confessione e pasti comunitari.

La vita monastica comprende anche occasioni di dialogo, incontri e celebrazioni della comunità, oltre a momenti di riposo e all’accoglienza dei visitatori.

Secondo suor Cecília, la vita consacrata può portare benefici non soltanto alle religiose, ma anche alle persone che visitano il monastero.

È «un grande dono per me personalmente, per la Chiesa e per il mondo», ha affermato, perché «viviamo esclusivamente per il Signore» e preghiamo per coloro che arrivano nel monastero.

I visitatori «spesso si sentono meglio perché vengono ascoltati e accolti e perché sanno di non essere soli in ciò che stanno vivendo: noi li accompagniamo con la preghiera», ha spiegato.

La vita monastica, ha concluso, mostra la necessità di «mettere Dio al primo posto», perché è Lui a «dare senso a tutto ciò che facciamo e a ciò che siamo. È il nostro Dio e, allo stesso tempo, un amico fedele».

Leone XIV: la comunità è luogo di santificazione

In una lettera datata 16 luglio e pubblicata dal Vaticano il 22 luglio, Papa Leone XIV ha commemorato il 70º anniversario della Conferenza dei Superiori Maggiori degli Istituti Religiosi Maschili degli Stati Uniti.

Il Pontefice ha invitato i religiosi a considerare la vita comunitaria «come luogo di santificazione e fonte di ispirazione, testimonianza e forza nel loro apostolato».

Secondo Leone XIV, appartenente all’Ordine di Sant’Agostino, «è proprio condividendo ogni cosa in comune — compresi i beni materiali, le esperienze spirituali, gli ideali apostolici e il servizio caritatevole — che la presenza nascosta del Signore risorto si manifesta in mezzo a voi».