Colombo, 5. La gente di Colombo ha atteso sette anni per avere giustizia. Il massacro del 21 aprile 2019, che è passato alla storia come “la strage di Pasqua”, attende ancora chiarezza e verità. Il 22 settembre, l’Alta corte ha emesso una sentenza che molti familiari delle vittime aspettavano da tempo: quindici uomini sono stati condannati per il loro ruolo negli attentati del 2019. Le pene, comprese tra 200 e 260 anni di carcere, si accompagnano alla confisca dei beni. Nove imputati sono stati invece assolti per insufficienza di prove.
È una sentenza importante, ma in Sri Lanka non è considerata ultimativa, piuttosto è l’apertura di un altro capitolo: è il sentimento che emerge dalle reazioni della Chiesa, delle famiglie e della società civile, che apprezzano una giustizia finalmente arrivata, ma ancora incompleta.
«Tra la gente, specialmente fra le famiglie delle vittime, si percepisce una certa consolazione, per un passo verso la giustizia», rileva in un colloquio con «L’Osservatore Romano» don Kasun Madusanka Fernando, sacerdote dell’arcidiocesi di Colombo. Ma la ferita è ancora aperta e ha bisogno di un cammino che continui il processo di guarigione, nota. Infatti, il processo e le condanne hanno riguardato gli esecutori materiali degli attentati che colpirono tre chiese — Sant’Antonio a Colombo, San Sebastiano a Negombo e la Chiesa di Sion a Batticaloa — e tre alberghi, uccidendo 279 persone, tra cui circa 45 stranieri, e ferendone più di 500. Il processo ha accertato chi ha organizzato gli attacchi, ma «restano da appurare responsabilità a più alto livello, quelle di persone che, negli apparati dello Stato, hanno pianificato o lasciato che la violenza avvenisse», al fine di creare instabilità e trarne vantaggi politici.
Per questo, se la condanna ha un valore concreto — come hanno detto alcuni parenti delle vittime presenti davanti al tribunale —, la sete di verità non è stata placata dalla sentenza. La domanda più delicata riguarda ciò che sta dietro agli attentati, per verificare perché gli avvertimenti dei servizi di intelligence non furono adeguatamente seguiti e se vi furono omissioni o complicità.
La Chiesa cattolica in Sri Lanka insiste da anni sulla necessità di arrivare a una risposta e le autorità stanno continuando le indagini proprio su possibili collegamenti tra apparati dello Stato e responsabili della strage: la sentenza è considerata “un buon inizio”, ma la piena giustizia dipenderà dall’esito degli altri procedimenti.
«La comunità cattolica cammina seguendo una doppia fedeltà: alla memoria delle vittime e alla ricerca della verità, senza trasformare il dolore in una nuova spirale di odio», rileva il sacerdote, ricordando le tante veglie di preghiera e di commemorazione che, in sette anni, comunità e parrocchie hanno organizzato, rimettendo il loro dolore nelle mani di Dio.
Il cardinale Malcolm Ranjith, arcivescovo di Colombo, ha continuato a chiedere chiarezza sulle responsabilità e sulle eventuali complicità, ma la Chiesa, nel contempo, come ha rimarcato l’agenzia Fides, ha ribadito la sua posizione contraria alla pena di morte, richiamando la dignità della persona, anche nel caso di chi ha commesso crimini gravissimi.
E, in sette anni, un cammino pur doloroso ha dato frutti: «Posso dire di aver visto una fede forte e profonda della gente. Questi atti di violenza disumana hanno rinsaldato la fede dei piccoli, hanno spinto le persone a essere più vicine a Dio, a frequentare la Chiesa assiduamente, a esprimere profonda devozione a Maria e ai santi», rileva il sacerdote che, di recente, ha svolto servizio apostolico nella parrocchia di Maria Regina degli Apostoli a Colombo.
Le celebrazioni e i momenti commemorativi spesso riportano alla mente le persone uccise mentre partecipavano alla Messa di Pasqua. Per 167 di loro, vittime cattoliche delle chiese di Sant’Antonio e San Sebastiano, il ricordo ha assunto anche una dimensione ecclesiale universale: sono stati inseriti nel Catalogo dei «Testimoni della fede» del XXI secolo, preparato dalla Commissione per i nuovi martiri nel Dicastero delle Cause dei Santi e presentato durante il Giubileo 2025.
È una memoria che porta frutto nel presente: le famiglie hanno continuato a vivere, i bambini sono cresciuti, alcuni con un genitore in meno, altri portando traumi e ferite che solo un cammino psicologico di accompagnamento riesce a lenire. Nella comunità srilankese si respira un senso di speranza che convive con le domande: la sfida è continuare a custodire la memoria senza alimentare rancore, piuttosto accompagnando le famiglie — pur nella richiesta che la piena verità venga alla luce — in un percorso di guarigione, perdono, riconciliazione. Per dimostrare che la giustizia non è solo punire chi ha colpito, ma anche, conclude don Kasun, «ricostruire la fiducia in un futuro in cui Dio sarà sempre presente».
