“Lo dico, lo grido, lo proclamo: noi dobbiamo essere là dove c’è più bisogno. Costruire la pace non significa farlo soltanto nei luoghi dove non c’è la guerra. È proprio dove c’è la guerra, dove ci sono queste violenze, dove c’è più bisogno di pace, che dobbiamo impegnarci a costruirla. Anche attraverso queste scelte”. È il grido di aiuto e di coraggio che Maddalena Boschetti, missionaria fidei donum, affida ai media vaticani. Parla da Haiti, dove la violenza delle bande armate continua a sconvolgere la vita di milioni di persone e dove, negli ultimi giorni, la scomparsa di quattro militari salvadoregni ha innescato una nuova escalation. Il Paese caraibico, già segnato da anni di instabilità politica, crisi umanitaria e scontri armati, si trova ora a fare i conti con un massiccio rafforzamento della presenza militare proprio di El Salvador, deciso dal presidente, Nayib Bukele, per ritrovare i quattro uomini dispersi. E mentre gli eserciti si mobilitano, sono ancora una volta i civili a pagare il prezzo più alto.
Resistere a Port-au-Prince
La missionaria sta vivendo questa situazione sulla propria pelle. E lo racconta attraverso un episodio. “Domenica scorsa, il 18 ottobre, ho iniziato a ricevere messaggi su uno dei gruppi di sicurezza di cui faccio parte. Si parlava di attacchi, combattimenti, esplosioni provocate da droni. Tutto questo stava accadendo in una zona particolarmente delicata per me, perché lì si trovano alcuni dei miei ragazzi e una casa che gestiamo anche per conto della Comunità Papa Giovanni XXIII”. Si tratta di una struttura di accoglienza che da più anni offre sostegno ai bambini più vulnerabili e alle famiglie costrette a raggiungere Port-au-Prince per ricevere cure mediche. Sorge nelle vicinanze degli ospedali San Camillo e San Luca, in un’area strategica per i collegamenti con il resto del Paese, ma da tempo contesa dalle bande criminali. “Siamo due realtà ecclesiali che collaborano e si sostengono a vicenda per portare avanti un’opera di bene”, racconta Maddalena. Un’opera che, nel giro di poche ore, si è ritrovata a fare i conti con una guerra combattuta a pochi isolati di distanza. Proprio il 18 ottobre, nella zona di Croix-des-Bouquets, alla periferia della capitale, un veicolo blindato con a bordo quattro tecnici dell’aviazione militare salvadoregna è stato attaccato da uomini armati. Colpito da proiettili ed esplosivi, il mezzo ha preso fuoco. I quattro militari sono riusciti a uscire dal veicolo, ma da quel momento si sono perse le loro tracce. Erano membri della forza internazionale impegnata a sostenere la polizia haitiana nella lotta alle bande armate. L’episodio ha provocato la reazione del presidente salvadoregno Nayib Bukele, che ha annunciato un’operazione militare per recuperare i propri uomini. Il 27 ottobre, secondo quanto riferito all’agenzia Reuters da un funzionario della sicurezza haitiano, circa mille soldati di El Salvador erano già stati inviati nel Paese. Il 29 ottobre è emersa la prospettiva di un dispiegamento complessivo di oltre 2.000 militari, concordato nell’ambito dei contatti tra Bukele e il primo ministro haitiano, Alix Didier Fils-Aimé. Restano tuttavia da chiarire la catena di comando e la durata dell’operazione. “Nel giro di quattro o cinque giorni siamo passati da poche decine di militari salvadoregni, che erano soprattutto tecnici specializzati, all’arrivo di un contingente molto più numeroso, preparato per operazioni di guerra”, racconta Boschetti. “Stanno arrivando altri mezzi e si percepisce chiaramente la possibilità di una reazione molto forte. La popolazione ha iniziato a spostarsi. Ci sono già migliaia di persone che hanno lasciato quelle zone”.
Mettere in salvo i più bisognosi
In questo scenario, la prima preoccupazione della missionaria è stata mettere in salvo i ragazzi della casa di accoglienza. “Appena è stato possibile, ho chiesto di evacuare quelli più fragili. Tra loro c’era anche una ragazza non vedente, che conosciamo fin da quando era piccola. Si trovava lì anche perché nelle vicinanze esiste una scuola per non vedenti. I nostri bambini e i nostri ragazzi hanno storie molto particolari alle spalle e cerchiamo di proteggerli in tutti i modi possibili”. Non tutti, però, hanno lasciato la struttura. Davide, il giovane responsabile della casa, ha scelto di rimanere. “È uno dei ragazzi che, tre anni fa, erano venuti a salutare Papa Francesco. È una delle persone di cui mi fido maggiormente. Non è rimasto per incoscienza, ma perché sta vivendo una situazione nella quale tutti coloro che non hanno alternative concrete scelgono comunque di restare. Restano perché quella è casa loro”. La scelta di Davide racconta uno degli aspetti più drammatici della crisi haitiana. Abbandonare la propria abitazione può significare perderla per sempre: “quando una persona se ne va, i banditi spesso ne approfittano: entrano, occupano la casa e ne assumono il controllo, senza poi restituirla ai legittimi proprietari. È una situazione estremamente delicata”.
Una rete di solidarietà
Intorno alla struttura, intanto, si è creata una rete di solidarietà tra le comunità religiose ancora presenti. Nelle vicinanze operano anche i padri scalabriniani, con i quali la missionaria mantiene contatti costanti. “Quando abbiamo visto come si stava sviluppando la situazione, ho iniziato a contattarli per avere la certezza che sarebbero rimasti. La loro presenza rappresenta un segno importante: Davide e le altre persone possono contare su di loro, così come i padri possono contare su Davide e sulla sua capacità di destreggiarsi in situazioni tanto difficili”. Una solidarietà che assume un significato ancora più profondo in un Paese dove la violenza ha ormai assunto dimensioni nazionali. Secondo le Nazioni Unite, quasi un milione e mezzo di haitiani ha dovuto abbandonare la propria casa a causa dell’insicurezza. Più di 740.000 sono bambini. Tra luglio e settembre 2026, gli organismi delle Nazioni Unite hanno documentato oltre mille morti e più di cento sequestri. Il 28 ottobre scorso, una nuova analisi del World Food Programme, sulla base di studi compiuti dall’Integrated Food Security Phase Classification (IPC), ha rivelato che tra marzo e giugno 2027, 6,35 milioni di haitiani si troveranno probabilmente in una condizione di grave insicurezza alimentare. Si tratta di un incremento di oltre mezzo milione di persone rispetto allo stesso periodo del 2026. All’interno di questo gruppo, quasi due milioni di persone dovranno probabilmente affrontare livelli di fame classificati come “emergenziali” (fase 4 dell’IPC): ciò significa che andranno incontro a gravi carenze alimentari e potrebbero essere costrette a ricorrere a misure estreme per soddisfare i bisogni alimentari primari.
La risposta internazionale
La risposta internazionale, finora, non è riuscita a invertire questa tendenza. La Gang Suppression Force, la forza multinazionale autorizzata dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per sostenere la polizia haitiana, dispone di un contingente ancora molto inferiore ai 5.500 uomini previsti. A fine ottobre gli effettivi erano circa 2.000, secondo le informazioni disponibili prima dell’ulteriore rafforzamento salvadoregno. A complicare ulteriormente il quadro è la paralisi delle istituzioni. Haiti non tiene elezioni nazionali dal 2016 e, proprio nelle ultime ore, il Consiglio elettorale provvisorio ha nuovamente modificato il calendario: il primo turno delle elezioni presidenziali e legislative, inizialmente previsto per dicembre 2026, è stato rinviato al 18 luglio 2027.
“Noi restiamo a fianco della gente”
È una crisi nella quale si intrecciano dunque la violenza delle bande, la debolezza dello Stato, l’intervento di forze straniere e un’emergenza umanitaria che continua ad aggravarsi. Ma è proprio in questo scenario che Maddalena Boschetti chiede di non dimenticare la presenza quotidiana della Chiesa e di quanti continuano a lavorare accanto alle comunità più vulnerabili. “Le comunità religiose che ho contattato immediatamente mi hanno detto con chiarezza: ‘Noi restiamo a fianco della gente’. Credo che questa sia la testimonianza più grande e più bella che la nostra Chiesa continua a offrire in mezzo a tanta violenza”. Anche i ragazzi che collaborano con lei hanno maturato la stessa convinzione. “Nonostante tutto quello che sta accadendo, sono ancora lì perché desiderano essere presenti. Attraverso le loro scelte dimostrano di sapersi assumere delle responsabilità, di voler aiutare e di voler continuare l’opera dei missionari”.
