C’è anche il santuario di Harissa, in Libano, tra i luoghi che si preparano a entrare nella rete dei santuari mariani formalizzata ieri ad Assisi. Dalla diocesi maronita di Zahlé, ne parla ad Avvenire don Wissam Abou Naser, membro della Pontificia Academia Mariana Internationalis, tra i fondatori della Commissione mariana internazionale musulmana cristiana e fondatore e presidente del Centro mariano del dialogo interreligioso in Libano. Negli scorsi mesi ha contribuito alla preparazione del convegno “Maria, via di dialogo e pace per il Mediterraneo” promosso da Oikos e in questi giorni avrebbe dovuto trovarsi ad Assisi, ma dopo l’attentato del 23 ottobre, che in Giordania ha causato nove morti e più di trenta feriti tra i fedeli della chiesa ortodossa di San Giorgio ad Hamoud, nel governatorato di Karak, ha deciso di non partire. «Dobbiamo rimanere vicini alle nostre comunità», dice il sacerdote, parlando del clima che si respira in questi giorni in Medio Oriente, «anche in Siria i cristiani subiscono sempre più soprusi; i musulmani del Libano che conosciamo sono moderati, ma non sappiamo cosa può succedere, se e quando può arrivare qualcuno con intenzioni diverse, anche da fuori dal nostro Paese».
A mostrare che le comunità sciite, sunnite e druse non siano estranee ai cristiani è anche il fatto che nel 2007 Naser con loro sia arrivato a proporre al governo di fare della festa dell’Annunciazione, il 25 marzo, la prima festa nazionale islamo- cristiana della storia: «Non solo una festa nazionale – ripete –, ma una festa religiosa per entrambi». L’idea fu di un musulmano, lo sceicco Mohammad Nokkari, allora segretario generale di Dar-al-Fatwa, che assieme a don Wissam ne ha raccontato la genesi a Leone XIV, in visita in Libano.
Un dialogo possibile anche grazie alla devozione condivisa per la Madre di Dio, resa evidente dai tanti musulmani che frequentano il santuario di Harissa, dedicato a Nostra Signora del Libano. Un luogo di culto a circa 20 chilometri a nord di Beirut e a 650 metri di altitudine, da dove la statua della Madonna rimane visibile fino alla città, come faro di un luogo sicuro, risparmiato anche nei momenti più duri della guerra, dal momento che lì accanto si trovano la sede della Nunziatura apostolica in Libano, la sede patriarcale maronita di Bkerké, la sede del patriarcato siro-cattolico e quella del patriarcato armenocattolico. «La devozione a Maria caratterizza il popolo libanese fin da quando è stato visitato da san Pietro – racconta Abou Naser – e anche il santuario di Harissa, da quando è stato fondato, circa un secolo fa, è stato visitato anche da musulmani, molto devoti a Maria, tanto da essere più sicuri di alcuni cristiani della sua verginità». Metterlo in rete con le altre realtà del Mediterraneo adesso è un’opportunità in più per «far vedere che è possibile vivere assieme: ci sono molti musulmani che sono pronti a questo », afferma. Il sacerdote immagina già «pellegrinaggi organizzati di volta in volta in un santuario diverso del bacino». Un’opportunità per fare ciò che in Libano non si stancano di fare nonostante «la guerra qui non sia mai finita, ma torni a intensificarsi periodicamente»: pregare per la sicurezza del Medio Oriente e per la pace. «Non solo per una pace fatta da mani d’uomo, che non è eterna, ha su di sé una scadenza e dipende dai profitti che i partiti possono trarre per sé stessi – spiega –, ma per la pace che viene da Dio, capace di non finire mai».
Una pace che nel suo Libano il sacerdote coltiva, a dispetto della guerra, «proteggendo il dialogo», dal basso. Preservandolo a partire dai piccoli gesti, «come un “buongiorno” al proprio vicino», che «quando vengono a mancare segnano il discrimine sui passi avanti che il linguaggio della guerra sta facendo». Per tutelarlo, dopo la visita di Leone XIV, «sono nati tantissimi centri per il dialogo interreligioso, sollecitati dalla presentazione che il nostro fece al Papa della festa nazionale dell’Annunciazione», fa sapere. Passi avanti a cui si aggiungono nuovi frutti: «Il primo è già visibile – dice –: è questa rete di santuari, che già esiste nel Mediterraneo ». E che con ogni probabilità è destinata ad allargarsi.
