Com’è possibile coltivare la speranza sotto le bombe? Com’è possibile convivere con il sentimento di impotenza senza cadere in un odio sfrenato verso l’altro?
Partono da queste domande le testimonianze di Yaryna Grusha, scrittrice ucraina che risiede stabilmente in Italia dal 2015, e del vescovo latino di Kharkiv-Zaporizhzhia, Pavlo Honcharuk, durante una tavola rotonda svoltasi oggi al Meeting di Rimini e intitolata “La speranza per l’Ucraina”. Una sfida già nel titolo – dice Bernhard Scholz, presidente della Fondazione Meeting per l’amicizia fra i popoli e moderatore dell’incontro – per cercare di evitare il dubbio di un punto di domanda: “Perché già dall’anno scorso, riflettendo sulla guerra, spiega, è diventato chiaro che sono le persone, che vivono una speranza certa che permette loro di affrontare le ingiustizie, ad essere esse stesse la speranza. Sono loro che vivono la speranza”.
La guerra come normalità
Di fronte alla brutalità del conflitto, scoppiato nel 2014 e diventato su larga scala a partire dall’invasione russa del 24 febbraio 2022, “semplicemente noi ogni giorno cerchiamo di sopravvivere”, esordisce il vescovo Honcharuk. “Anche questa notte la mia città” è stata bersaglio di missili. “I droni sono normali, arrivano ogni giorno, e quasi ogni giorno per 10-12 ore c’è un pericolo vero” a causa del quale “la gente non può uscire per strada”, spiega. La guerra è la nuova normalità. “Però viviamo”.
Honcharuk: l’odio uccide chi odia
Per non farsi sopraffare dall’odio, allora, occorre coltivare l’amore e chiedere che questo riempia il cuore, aggiunge il presule. “L’odio uccide chi odia. L’odio uccide il cuore della persona che porta quest’odio, e chi porta nel cuore l’odio non sopravviverà”. Certo, riconosce, “abbiamo dolore, rabbia, forza per combattere: ma non permettiamo all’odio di entrarci nel cuore, perché esso rovina il pensiero e porta via la pace. La nostra forza invece è l’amore, per i nostri fratelli e sorelle, per le mogli… e questo ci spinge a difenderli” e a difendere il proprio Paese. “Non vogliamo essere ridotti a un organismo che poi viene chiamato a uccidere altri popoli”, aggiunge. “Vogliamo la pace e noi siamo per la pace. Siamo stati educati secondo il Vangelo, sui valori cristiani, per i quali l’uomo e la donna sono padre e madre, per i quali ci sono figli e padri, e ciascuno ha una grande famiglia”.
La persona è persona per l’amore
Quindi ritorna sul concetto di amore, che dà anche il titolo del Meeting: “Ciò che rende persona la persona è l’amore che c’è nel cuore”, e fa un esempio: “La lampadina, di per sé, anche senza elettricità può essere bella, ma non ha senso; così il cuore della persona può essere ben costruito, ma se non ha dentro l’amore è vuoto, e Dio mette l’amore nel cuore per far risorgere in me, in ciascuno di noi, la persona. Solo allora questa crea la cultura e conserva una civiltà della vita”. Il punto di partenza è che “io non posso cambiare il mondo – riconosce – ma importante è come sono io nel mondo”, di fronte alla realtà e alla vita.
Grusha: la cultura fattore di speranza
Segno distintivo di speranza e riconoscimento tra i popoli è la cultura. “Con il mio libro – afferma Yaryna Grusha, che nel febbraio 2026 ha pubblicato per Bompiani “L’album blu” – desideravo anche provare ad avvicinare la cultura ucraina a quella italiana, volevo raccontare quanto è lunga e ricca la nostra storia”. Grusha, che dal 2018 insegna Letteratura ucraina presso l’Università Statale di Milano, ma che è giunta in Italia una prima volta già a nove anni nell’ambito di un progetto di ospitalità e accoglienza per bambini allontanatisi con le famiglie dall’area di Cernobyl (dove nell’aprile 1986 esplose uno dei reattori della centrale nucleare), spiega che a suo parare “in Italia mancavano i tasselli per capire” il suo Paese, per impararne le ragioni e “comprendere perché le famiglie ucraine avessero deciso di resistere all’invasione russa. Ma questa storia di resistenza è profondamente radicata nell’Ucraina, fin dai tempi dell’Urss”.
Ridurre gli spazi per fake news e propaganda
Il suo testo ripercorre le tappe della vita del popolo ucraino andando a ritroso a inizio Novecento, raccontando anche vicende autobigrafiche dei suoi nonni e amici, e passando attraverso le esperienze di quattro amici posti di fronte al destino e ai rivolgimenti della Storia, fino all’indipendenza nel 1991 e alla rivoluzione arancione e a quella della dignità (Euromaidan). “Volevo farci conoscere meglio, riducendo così gli spazi per fake news e propaganda”, dice, confessando di essersi innamorata dell’italiano ascoltando la canzone “Felicità” di Al Bano e Romina Power: “Desideravo capire le particolarità della vostra lingua e scoprire così il significato della parola felicità”, dice, spiegando di aver compreso “stando qui” la differenza tra la vita “in uno stato democratico e quella in uno stato autoritario”, come quello dell’epoca sovietica, dove “non si potevano fare domande, si doveva mantenere il silenzio su tutto”.
Il cuore come un autobus che al volante ha l’amore di Dio
La parte finale dell’incontro è dedicata al perdono, nelle circostanze di oggi. “Ci sono tre tappe: perdono, scusa, riconciliazione”, osserva il vescovo di Kharkiv. “Il perdono lo do quando qualcuno me lo chiede; poi c’è la terza tappa che è la riconciliazione. E questa la vedo quando capisco il motivo del male nel mondo: il cuore è vuoto senza Dio, se non c’è l’amore. Attraverso il vuoto non passa il suono, non ci sono elementi che trasmettano la vibrazione, un cuore vuoto non sente la vibrazione dell’altro, e questo è il motivo delle guerre”. Ma – conclude con una metafora – “il mio cuore è come un autobus, dove stanno seduti il dolore, la rabbia… ci sono tante cose. Al volante però deve stare seduto l’amore. Tante cose possono turbarmi e non è realistico pensare di non provare ” sentimenti negativi. “Ma io sono una persona e devo preoccuparmi di rimanere persona: al volante deve esserci l’amore che viene da Dio”.
