Faisalabad (AsiaNews) – A tre anni dalle violenze che sconvolsero la comunità cristiana di Jaranwala, nel distretto di Faisalabad, i sopravvissuti continuano a chiedere giustizia, risarcimenti e garanzie di protezione. Il 16 agosto 2023, accuse secondo cui due cristiani avrebbero profanato pagine del Corano provocarono la più grave ondata di violenze degli ultimi anni contro i cristiani in Pakistan. Le accuse si diffusero rapidamente attraverso altoparlanti delle moschee e social media, trasformandosi in un attacco ai quartieri cristiani. Ben 26 chiese furono vandalizzate o incendiate e decine di abitazioni vennero saccheggiate o distrutte.
Nel terzo anniversario, la comunità di Jaranwala è tornata a manifestare. L’attivista locale Samson Salamat, rivolgendosi alle famiglie delle vittime, ha denunciato il fatto che, dopo tre anni, molti sopravvissuti siano ancora in attesa di giustizia. Ha assicurato che continuerà a chiedere che i responsabili delle violenze compiute a Jaranwala siano chiamati a rispondere di questi crimini.
P. Shakeel Gulzar, direttore della Commissione cattolica per il dialogo interreligioso ed ecumenico dell’arcidiocesi di Karachi, ha osservato che i danni materiali possono essere riparati, ma sarà molto più difficile ricostruire la fiducia. Secondo Gulzar, la vicenda dimostra come un’accusa possa rapidamente trasformarsi in violenza collettiva e solleva interrogativi sulla diffusione della disinformazione e dell’incitamento all’odio, oltre che sull’efficacia della risposta delle forze dell’ordine.
Sul piano giudiziario, un primo segnale è arrivato il mese scorso. Un tribunale antiterrorismo di Faisalabad ha condannato a 10 anni di carcere Irfan Yousaf, un operatore di gru, per il suo coinvolgimento nella demolizione di chiese durante gli attacchi. L’accusa ha utilizzato anche immagini video sottoposte ad autenticazione forense. La sentenza è stata accolta positivamente da leader cristiani e attivisti per i diritti umani.
Proprio questa condanna, però, evidenzia quanto sia ancora ampio il divario tra la portata delle violenze e le responsabilità accertate. Safina Javed, attivista per i diritti umani di Karachi, ha definito la condanna “una misura di speranza”, ma ha avvertito che la fiducia potrà essere ristabilita soltanto se gli altri procedimenti verranno portati avanti in modo equo e se alle vittime saranno garantiti i risarcimenti e la protezione promessi.
Le critiche alla lentezza della giustizia erano già emerse lo scorso anno: Amnesty International aveva denunciato che oltre il 90% dei sospettati risultava ancora a piede libero. Nel 2026, secondo quanto riferito da leader cristiani, persistono dubbi sull’applicazione da parte della polizia delle indicazioni della Corte Suprema relative agli arresti.
Lala Robin Daniel, attivista per i diritti umani di Faisalabad, ha sottolineato la gravità delle conseguenze subite dai sopravvissuti: perdita di abitazioni, beni, attività economiche e lavoro, ma soprattutto del senso di sicurezza. Per Safina Javed, la vicenda mette in luce problemi più generali del Paese: l’uso improprio delle accuse di blasfemia, la rapidità con cui informazioni infiammatorie possono diffondersi, la protezione delle minoranze religiose e la capacità del sistema giudiziario di perseguire i responsabili. La condanna di luglio rappresenta dunque un passo avanti, ma anche la conferma di quanto ancora resti ancora da fare.
