Iran, l’ultima mossa di Trump: assedio economico a oltranza

L’ipotesi del «blocco terrestre». Nel mirino le raffinerie del petrolio degli ayatollah

NEW YORK «Amo i lavori fatti a regola d’arte», spiegava felice ieri Donald Trump davanti alle telecamere. Non si riferiva purtroppo all’Iran, ma alla sua specialità di una volta: le costruzioni. Rientrato per una mattina nei suoi vecchi panni, quelli del palazzinaro, ha organizzato un tour per illustrare il progresso del cantiere dell’eliporto presidenziale da lui fortissimamente voluto (la gigantesca sala da ballo è stata bloccata da un magistrato e permane il cratere dei lavori).

Avendo di fatto esaurito le opzioni militari (a parte l’invasione di terra che dopo gli interventi di George W. Bush tra Medio Oriente e Asia centrale non pare più praticabile), incassato il parere asciutto del capo dello stato maggiore congiunto Dan «Razin» Caine (che Trump stima) secondo il quale «i bombardamenti hanno, per definizione, una riuscita limitata» senza attacco di terra, ecco allora che Trump pare puntare su una vecchia arma, di quelle di una volta, che lui tendeva a considerare obsolete: la pressione economica.

«Maximum pressure» l’ha definita Trump col solito brio per il «branding» aggressivo, pressione massima su Teheran. Perfino il solitamente pacato segretario al Tesoro Scott Bessent ha accantonato l’eloquio da ceo per minacciare «misure mai viste prima» in stile trumpiano, misure che non escluderebbero neanche potenziali sanzioni secondarie sui partner commerciali/militari di Teheran (tra i quali peraltro c’è la Cina, con tutte le controindicazioni geopolitiche del caso). Senza contare che il 24 settembre Xi Jinping sarà a Washington.

La minaccia

Il sottosegretario al Tesoro Scott Bessent ha minacciato «misure mai viste prima»

In realtà «Operation Economic Fury», «operazione furia economica», è partita in aprile e a metà agosto la situazione è quella che sappiamo. Tra soli 77 giorni l’America andrà al voto per senato, camera, governatori, e Trump rischia di perdere la già non massiccia maggioranza parlamentare.

L’economista John Kenneth Galbraith, consigliere e ambasciatore di John F. Kennedy e Lyndon Johnson, diceva che «la politica non è l’arte del possibile, è l’arte di scegliere tra il disastroso e lo sgradevole». Di sicuro è sgradevole la lista delle opzioni non militari che realisticamente restano in mano alla Casa Bianca: Trump insiste con le minacce di dazi sulle merci provenienti da Paesi che intrattengono rapporti commerciali con l’Iran (fingendo che la Corte Suprema non ne abbia già cancellato la base legale). Certo, la scorsa settimana il Senato ha approvato un ampio disegno di legge sulle sanzioni contro la Russia che includeva nuove sanzioni e misure contro l’Iran. Ma deve passare al vaglio della Camera dove la maggioranza repubblicana è risicata, e divisa da sempre sulla questione dazi tra isolazionisti e liberoscambisti.

C’è l’ipotesi del blocco terrestre oltre a quello navale: in bocca al lupo però per convincere, insieme: Iraq, Turchia, Pakistan, Afghanistan, Turkmenistan, Azerbaigian e Armenia, e monitorarne la riuscita. I dati dell’ Office of Foreign Assets Control (OFAC) del dipartimento del Tesoro mostrano che l’agenzia ha imposto sanzioni a più di mille persone che commerciavano con l’Iran, e le ultime misure hanno preso di mira la flotta petrolifera «ombra» dell’Iran, gli assicuratori marittimi, e i massicci scambi in criptovalute. Trump potrebbe sanzionare le raffinerie indipendenti che assorbono buona parte del petrolio iraniano comprato da Pechino (la Cina acquista circa l’80% del petrolio esportato dall’Iran), ma sono poco esposte al sistema finanziario Usa.