“Il nostro Paese è stato teatro di violenze inaccettabili”: così la Conferenza episcopale francese (CEF), all’interno di un comunicato, è tornata sui “gravi disordini” verificatisi a margine delle manifestazioni autorizzate del 17 ottobre. Membri delle forze dell’ordine sono stati aggrediti e feriti, negozi saccheggiati, infrastrutture pubbliche danneggiate ed edifici rappresentativi delle istituzioni dello Stato devastati. “Queste scene di sommossa hanno gettato il Paese nello sgomento, nella paura e nella desolazione, sollevando numerosi interrogativi sulle cause profonde di questa crisi”, ha osservato la presidenza della CEF. Le manifestazioni dello scorso fine settimana arrivano dopo un mese di proteste studentesche nelle scuole superiori. Diversi vescovi hanno incontrato i giovani che denunciano il progressivo deterioramento delle condizioni nei propri istituti, dove mancano i requisiti minimi per studiare adeguatamente, gli insegnanti sono spesso assenti e si registrano numerose assenze e una diffusa disorganizzazione.
Disagio individuale e convergenza di interessi
“Naturalmente ci sono rivendicazioni legittime”, ci spiega monsignor Vincent Jordy, uno dei vicepresidenti della CEF e firmatario del comunicato. “Credo che in una società democratica sia importante che quanti vivono interrogativi e sofferenze possano esprimerli”, siano essi giovani o appartenenti al movimento dei gilet gialli. Monsignor Jordy descrive la società odierna come “ansiogena”: il nuovo ordine mondiale, la crisi europea, le guerre, la questione ecologica e la precarietà. “Oggi ci chiediamo come sarà il futuro, perché mettere al mondo dei figli, perché alzarsi la mattina e, in fondo, perché vivere”. Una condizione di preoccupazione e angoscia che accomuna molti dei giovani intervistati, spesso incapaci di esprimere chiaramente il proprio disagio. Sabato, osserva monsignor Jordy, a questi giovani si sono uniti nelle piazze cittadini francesi che avvertono un sentimento di declassamento sociale. Il presule denuncia “un disagio piuttosto generalizzato in una società che fatica a trovare un punto di comunione e a costruire unità”, nella quale ciascuno rimane “un po’ chiuso nel proprio mondo, difendendo i propri interessi e dimenticando ciò che dovrebbe tenere insieme una società democratica, vale a dire la questione del bene comune”.
Contrastare la spirale della violenza
A questo disagio si è aggiunta, nello scorso fine settimana, la questione della violenza. La Conferenza episcopale francese parla di una vera e propria spirale. “È evidente che alcuni approfittano della temporanea disorganizzazione per intervenire con intenzioni completamente diverse, che non hanno nulla a che vedere con rivendicazioni legittime, ma mirano a sfruttare il caos per aggiungere violenza alla sofferenza”, sottolinea l’arcivescovo di Tours. “Una violenza talvolta del tutto cieca, che oggi lascia persone oneste a vedere distrutto il lavoro di una vita intera”, senza contare gli edifici pubblici saccheggiati o incendiati. “È evidente che alcuni intendono mettere in discussione anche qualcosa dell’ordine sociale”. Lunedì 19 ottobre, la presidenza della CEF ha invitato tutti a non lasciarsi trascinare nella spirale di questa violenza mortifera. “Il nostro Paese merita di meglio”, scrivono i vescovi. “Ho la sensazione che siamo arrivati alla fine di un sistema che non risponde a quella ricerca di felicità e di senso presente nel cuore di ogni essere umano”, dichiara da parte sua monsignor Olivier de Germay, intervistato dal collega, Olivier Bonnel. L’arcivescovo di Lione individua le responsabilità nei principi su cui si fonda la società contemporanea, “basata sul consumo, sull’edonismo, sull’individualismo. E in fondo oggi ci rendiamo conto che questo sistema distrugge il pianeta, genera frustrazioni e disuguaglianze crescenti e, soprattutto, ci fa perdere il senso della nostra esistenza. Vediamo infatti persone che hanno tutto il necessario per vivere, ma la cui sete di felicità non viene soddisfatta”.
Restituire voce ai cittadini per costruire l’unità
Nel suo comunicato, la Conferenza episcopale francese esprime solidarietà ai lavoratori che hanno visto vanificati i propri sforzi. Prega affinché cessino i disordini, “affinché le giuste rivendicazioni siano ascoltate e prese in considerazione e affinché, attraverso la pratica del dialogo e il rispetto della giustizia, possa tornare la pace”. Monsignor Vincent Jordy, vicepresidente della CEF, si dice “molto colpito” dall’atteggiamento degli esponenti politici, che si rimpallano le responsabilità dei disordini invece di “cercare insieme ciò che possa consentire di ristabilire una forma di pace sociale, nella quale il dialogo possa trovare spazio e diventare parte della normale vita di una società democratica”. Per favorire la distensione, il presule propone diverse soluzioni. Anzitutto, una rivalutazione dei corpi intermedi, fortemente indeboliti negli ultimi anni da una “nuova verticalizzazione e centralizzazione” del Paese. È necessario, afferma, che sindacati e associazioni, “luoghi che dovrebbero essere spazi di dialogo”, vengano rilanciati affinché possano tornare a svolgere il proprio ruolo.
Rimettere Dio al centro
L’arcivescovo di Tours ritiene inoltre necessario dare una risposta alla sofferenza, al senso di declassamento e a quelle domande “molto più profonde, che arrivano fino a questioni di ordine spirituale, senza necessariamente riferirsi alle religioni istituzionali: a cosa serve vivere? Verso dove stiamo andando?”. Il presule osserva che per decenni l’orizzonte religioso è stato accantonato, anche attraverso un irrigidimento del concetto di laicità, per concentrare le aspettative su un duplice orizzonte legato alle promesse della politica. Ma oggi, sottolinea, bisogna riconoscere che la politica non è più in grado di offrire la prospettiva della conquista di un ideale. “Si immaginava la grande svolta rivoluzionaria, un futuro radioso, ma oggi la politica è in crisi. Molti non hanno più fiducia nella politica”, che dovrebbe invece servire a gestire le tensioni all’interno della società. E, secondo monsignor Jordy, neppure il progresso ha mantenuto le proprie promesse. C’è anzitutto la questione ecologica: i giovani, osserva, soffrono perché una scienza priva di coscienza ha prodotto una società che subisce le conseguenze di ciò che essa stessa ha creato. C’è poi il progresso tecnologico: “Si mettono continuamente sotto gli occhi dei giovani nuovi smartphone ai quali non possono accedere perché non dispongono dei mezzi economici necessari, generando così frustrazione”. La Chiesa può offrire risposte a queste domande che, in definitiva, non trovano spazio nel dibattito della società francese. Il vicepresidente della CEF invita ad ampliare il confronto, il dialogo e la riflessione oltre la sfera politica, coinvolgendo “tutti coloro che possono contribuire a dare senso a un’epoca che ne è drammaticamente priva”. “La soluzione è Dio”, proclama monsignor Olivier de Germay. L’arcivescovo di Lione auspica che Dio torni al centro della società, perché “chi, se non Lui, può creare unità tra tutte queste persone che appartengono a culture diverse, spesso a religioni diverse, e hanno opinioni politiche differenti? Qual è il punto in comune? Il punto in comune è che apparteniamo tutti alla stessa umanità”.
Mettersi al servizio dei giovani
In vista delle elezioni presidenziali francesi del 2027, il primate delle Gallie auspica che i responsabili delle diverse confessioni religiose diano l’esempio organizzando una marcia per la pace, per dimostrare che gli eventuali disaccordi tra ebrei, cristiani e musulmani, “e persino all’interno delle nostre rispettive comunità, non fanno di noi dei nemici”. Per monsignor de Germay, i cristiani devono essere operatori di pace, invitando ciascuno a confrontarsi con opinioni differenti nel rispetto reciproco. Un impegno che deve naturalmente coinvolgere anche i giovani. “Dobbiamo guardare ai giovani con speranza. Quando parliamo con loro, ci rendiamo conto che aspirano, come tutti, alla felicità. Sono pieni di generosità. Ma spetta a noi offrire loro delle prospettive, mostrare che la loro vita ha un senso e liberarli da questa società edonista che fa credere loro che saranno felici soltanto consumando e pensando a sé stessi”. L’arcivescovo di Lione auspica che i giovani possano sperimentare una sorta di uscita da sé, mettendosi al servizio degli altri. “Mi colpiscono, per esempio, i giovani che accompagniamo a Lourdes e che si mettono al servizio dei malati. Gli adolescenti che frequentano i primi anni delle scuole superiori a volte partono controvoglia, ma quando tornano sono trasformati, perché hanno sperimentato la gioia di mettersi al servizio”, spiega il presule. Da qui il suo invito a non perdere la speranza nei confronti delle nuove generazioni, ma, al contrario, a offrire loro occasioni per vivere esperienze capaci di valorizzarle e dare significato alla loro esistenza.
