Il 25 settembre 2010, al Santuario della Madonna del Divino Amore a Roma, Chiara “Luce” Badano veniva proclamata beata. Sedici anni dopo, quella giornata offre l’occasione per riscoprire la testimonianza della giovane di Sassello, morta a diciotto anni e proposta dalla Chiesa come esempio di fede e di carità. A presiedere il rito, durante il pontificato di Benedetto XVI, fu l’arcivescovo Angelo Amato, allora prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi.
Alla celebrazione parteciparono oltre ventimila persone, provenienti da più di settanta nazioni. La sera, nell’Aula Paolo VI, i giovani tornarono a raccontare la sua storia attraverso musica, testimonianze e teatro. La beatificazione diventava così anche un incontro tra ragazzi di Paesi diversi, raccolti attorno all’esperienza di una loro coetanea.
Il riconoscimento era arrivato al termine del cammino avviato nella diocesi di Acqui Terme. Nel 2008 Chiara era stata dichiarata venerabile; nel 2009 era stato autorizzato il decreto sul miracolo attribuito alla sua intercessione, relativo alla guarigione di un giovane colpito da una gravissima forma di meningite.
Nata a Sassello, nell’entroterra ligure, il 29 ottobre 1971, Chiara era figlia di Ruggero e Maria Teresa Badano, che l’avevano attesa per undici anni. Crebbe in una famiglia nella quale la fede si trasmetteva soprattutto attraverso l’esempio e l’affetto.
Amava lo sport, il mare, la montagna e il tempo trascorso con gli amici. Nel 1981, ancora bambina, incontrò il Movimento dei Focolari, fondato da Chiara Lubich, e iniziò il cammino con i suoi giovani, i Gen. Il Vangelo divenne sempre più il riferimento delle sue scelte quotidiane.
Questa familiarità con Gesù si esprimeva nell’attenzione alle persone: nell’ascolto degli amici, nella compagnia offerta agli anziani, nella disponibilità verso chi viveva ai margini. La sua storia permette di riconoscere quanto una vocazione alla santità possa crescere attraverso gesti semplici, ripetuti con amore.
Durante l’adolescenza, un dolore alla spalla comparso mentre giocava a tennis segnò l’inizio della prova più difficile. Gli accertamenti rivelarono un osteosarcoma. Seguirono ricoveri, interventi e cure, mentre la malattia avanzava e limitava progressivamente la sua autonomia.
«Se lo vuoi tu, Gesù, lo voglio anch’io!»: queste parole esprimono l’affidamento con cui Chiara attraversò la sofferenza. Chiese anche la guarigione e, insieme, la forza di perseverare qualora questa non fosse arrivata. Nella preghiera portava il desiderio di vivere e la fatica della propria condizione.
Fu Chiara Lubich a darle il nome di “Luce”. Chiara morì il 7 ottobre 1990, poche settimane prima di compiere diciannove anni. Alla madre, che le era accanto, rivolse un ultimo saluto: «Mamma, sii felice, perché anch’io lo sono. Ciao».
Pochi giorni dopo la beatificazione, il 3 ottobre 2010, Benedetto XVI la indicò ai giovani riuniti a Palermo: «Vi invito a conoscerla: la sua vita è stata breve, ma è un messaggio stupendo». Il Papa ricondusse la sua capacità di comunicare amore e serenità alla grazia di Dio, accolta dalla libertà di Chiara e sostenuta dalla vicinanza dei genitori e degli amici.
In particolare, Benedetto XVI sottolineò il ruolo della famiglia: erano stati il padre e la madre ad accompagnare i primi passi della sua fede e a sostenerla durante la malattia. Il ricordo di Chiara diventava così anche un invito a custodire quelle relazioni nelle quali una persona può crescere, credere e trovare sostegno nelle difficoltà.
La sua memoria liturgica ricorre il 29 ottobre, giorno della nascita. Il 25 settembre custodisce invece l’anniversario della beatificazione. A sedici anni da quella celebrazione, il suo esempio invita a vivere il Vangelo nelle circostanze di ogni giorno: dedicare tempo a chi è solo, ascoltare un amico, condividere ciò che si possiede, affidare a Dio le proprie paure. Sono scelte attraverso le quali anche una giovane vita può diventare un dono per molti.

