«La situazione in Libano è catastrofica»

«Israele non otterrà mai niente con la guerra. Deve accettare ai suoi confini un paese pluralista come il Libano. Nel nome di Dio, possiamo costruire insieme la pace». Intervista a monsignor Mounir Khairallah, vescovo maronita di Batroun

Monsignor Mounir Khairallah, vescovo maronita di Batroun, città portuale fondata dai Fenici e affacciata sul Mediterraneo, ha appena terminato di raccontare sul palco del Meeting la sua drammatica storia personale. Aveva appena 5 anni quando un uomo fece irruzione in casa e uccise i suoi genitori davanti ai suoi occhi. «Ricordo ancora che mia zia, monaca, prese me e i miei fratelli e ci fece pregare per l’assassino e perché Dio ci desse la forza di perdonare», racconta. Monsignor Khairallah l’ha fatto, ha perdonato. Ora, però, è tutto il paese che avrebbe bisogno della stessa forza per uscire da una spirale di violenza che non sembra avere fine.

«La situazione in Libano è catastrofica, da 51 anni non conosciamo altro che guerra. Siamo stanchi, ma continuiamo a lottare per la pace», dichiara in un’intervista a Tempi a margine dell’incontro nella fiera di Rimini, dove sono state offerte poche ma significative cifre sullo stato del paese: da quando la guerra tra Hezbollah e Israele è ricominciata in Libano, il 2 marzo, altre 4.348 persone sono state uccise (sono 8.915 in totale dall’8 ottobre 2023), 12.307 i feriti, più di 70 villaggi rasi al suolo da Israele nel sud del paese e più di 350 mila persone che restano sfollate, senza una casa.

«Il Libano è in mezzo a una galleria buia»

È come se il Libano, spiega il vescovo di Batroun, «fosse entrato in una lunga galleria, come quelle che avete in autostrada in Liguria, e si trovasse proprio in mezzo, dove è buio pesto. Ora non vediamo niente, abbiamo pagato tanto a livello sociale, economico, politico e umanitario. Ma sappiamo che l’uscita c’è e presto inizieremo a intravedere la luce in fondo al tunnel».

I sette round di colloqui a Roma tra Israele e Libano per definire allo stesso tempo il disarmo di Hezbollah e il ritiro di Israele dai 600 chilometri quadrati che occupa nel sud del Libano potrebbero rappresentare una prima avvisaglia di quella luce , che splenderà davvero solo quando finirà questa guerra che «il Libano non ha mai voluto».

«Israele deve accettare un Libano plurale»

Ma per monsignor Khairallah il problema è più profondo dell’attuale conflitto:

«Voglio dire una cosa che l’Occidente fatica a capire e che non vuole sentire. Il punto non è Hezbollah, perché prima c’erano i palestinesi e i siriani. Il problema è che il Libano nella sua essenza è l’opposto di Israele come Stato, che il movimento sionista vuole come un paese monocolore per un popolo, una religione e una cultura, a esclusione di tutti gli altri. E questo tipo di Israele non vuole alle sue porte uno Stato multiforme e pluralista come il Libano. Per questo il mio paese viene continuamente destabilizzato».

Ecco perché, continua il vescovo Khairallah, «io voglio dire una cosa sia ai miei fratelli ebrei, perché il popolo ebraico non è identificabile con il sionismo, che ai miei fratelli musulmani, che non possono essere sovrapposti agli estremisti: liberatevi dall’odio, liberatevi dal rancore, liberatevi dal desiderio di vendetta. Nel nome di Dio, costruiamo insieme la pace».

I sacrifici di Al-Rahi e Rabin

Nelle parole del vescovo maronita di Batroun riverberano quelle che Leone XIV ha consegnato al Meeting di Rimini: «Al falso realismo, che riarma le menti, le parole e le nazioni, la cultura cattolica ha oggi da opporre il realismo della misericordia», ha detto il Santo Padre. Monsignor Khairallah sottoscrive: «Che cosa ha ottenuto Israele in 70 anni di guerra con i palestinesi? Che cosa ha ottenuto dal 7 ottobre attaccando un paese dopo l’altro? Niente. La sicurezza non si ottiene attraverso l’esercizio della forza».

Il Libano oggi si aggrappa a qualunque appiglio di pace, ma non si fida più di nessuno. «Stati Uniti e Israele pensano solo ai loro interessi. Se muovendo guerra a un paese come l’Iran provocano la morte di migliaia di persone e causano danni economici a tutto il mondo, se ne fregano. Sono ipocriti e i valori di Donald Trump non sono i nostri».

Quando parla di “valori”, il vescovo di Batroun non pensa a dei concetti astratti ma a delle persone ben precise. «Ci sono tanti individui che hanno sacrificato la propria vita per la pace: potrei citare padre Pierre al-Rahi, che ha perso la vita il 9 marzo scorso in un bombardamento israeliano mentre soccorreva dei suoi parrocchiani feriti nel villaggio libanese di Al-Qlayaa». Ma monsignor Khairallah ci tiene a fare un altro esempio: «Voglio ricordare anche l’ex premier israeliano Yitzhak Rabin, che nacque in Palestina nel 1922, a Gerusalemme, che aveva rispetto per il popolo palestinese e che capiva qual è il significato della terra per tutti. Lui voleva davvero la pace e fu ucciso dagli estremisti ebraici per questo».

«La Terra Santa è benedetta per tutti»

Un altro esempio luminoso è quello dei cristiani che vivono in un pugno di villaggi nel sud del Libano e che nonostante la guerra tra Israele e Hezbollah hanno scelto di restare nella loro terra e nelle loro case. «La forza di questa gente nasce dalla fede», commenta il vescovo maronita.

«Dalla memoria collettiva e dalla coscienza della propria identità. La Terra Santa è benedetta per tutte le religioni monoteiste, c’è una cultura che ci riunisce tutti e questa consapevolezza ci dà la forza di continuare a lottare per la pace e la riconciliazione. In questo lavoro solo Dio ci aiuta e noi continueremo a lasciarci guidare da Lui».