Virus fuggito dal laboratorio di Wuhan, l’ipotesi che torna

“Mentre la commissione parlamentare per l’intelligence continua a fare il suo lavoro, io posso dire che ci sono significative prove che questo virus è arrivato da quel laboratorio a Wuhan”. Lo ha affermato ieri Mike Pompeo, Segretario di Stato Usa. Fra le sue fonti, anche un rapporto dei Five Eyes (intelligence dei Paesi anglo-sassoni)

“Mentre la commissione parlamentare per l’intelligence continua a fare il suo lavoro, io posso dire che ci sono significative prove che questo virus è arrivato da quel laboratorio a Wuhan”. Lo ha affermato ieri Mike Pompeo, Segretario di Stato Usa, in conferenza stampa. Finora quella del laboratorio era un’ipotesi ritenuta poco probabile, se non del tutto falsa, mentre c’è un consenso scientifico maggiore attorno all’altra ipotesi: quella di un virus che si sarebbe diffuso a partire dal mercato “bagnato” (con animali macellati sul posto) di Wuhan. Su quali nuove fonti si basa l’affermazione di Pompeo? Una è quasi certamente il dossier stilato da Five Eyes, cioè l’accordo di cooperazione delle agenzia di intelligence di cinque Paesi anglo-sassoni: Usa, Regno Unito, Canada, Australia, Nuova Zelanda. Nel loro rapporto, un riassunto del quale è stato pubblicato dal quotidiano australiano The Daily Telegraph, si viene a conoscenza di molti nuovi dettagli e indizi sulla questione del laboratorio di Wuhan.

Le cinque agenzie di intelligence concordano sul fatto che la Cina abbia “deliberatamente soppresso o distrutto prove” sullo scoppio dell’epidemia di coronavirus, in quello che viene definito un “attacco alla trasparenza internazionale” che sta costando decine di migliaia di morti in tutto il mondo. Su chi sia il paziente zero e su dove abbia contratto la nuova malattia, c’è ancora un grosso margine di incertezza. Cosa sappiamo del laboratorio di Wuhan? Il dossier di intelligence si concentra soprattutto sul lavoro di una squadra di ricercatori, guidata dalla dottoressa Shi Zhengli. Il gruppo di scienziati raccoglieva, nelle caverne della Cina meridionale, esemplari di coronavirus dalle feci dei pipistrelli di razza rhinolophus per lo studio di nuove malattie infettive. Shi Zhengli, direttrice del Centro per le Malattie Infettive Emergenti dell’Istituto di Virologia di Wuhan, aveva raccolto almeno 50 esemplari di virus. Almeno uno di questi coincide al 96% con il nuovo coronavirus (il Sars Cov-2) che provoca la sindrome Covid-19. Allo scoppio dell’epidemia, la dottoressa aveva rilasciato un’intervista al Scientific American raccontando delle notti insonni passate a temere che quello fosse proprio uno dei virus coltivati e sfuggito per motivi ignoti dal laboratorio. Il timore di essere direttamente responsabile della pandemia è svanito quando la dottoressa Shi, stando a quel che dichiara lei stessa, ha confrontato il nuovo virus con quelli coltivati e ha constatato che non fosse lo stesso.

Il dubbio del virus sfuggito da un laboratorio dovrebbe essere dunque fugato. L’intelligence australiana valuta questa probabilità al 5%, mentre al 95% si sarebbe originato nel mercato bagnato di Wuhan. Ma ci sono altri indizi che non lasciano in pace le agenzie di intelligence anglo-sassoni, soprattutto quella statunitense, che finora è la più propensa a puntare sull’ipotesi della fuga del virus dal laboratorio.

Ci si chiede anche se il nuovo coronavirus sia stato deliberatamente modificato. Il dossier documenta il lavoro dei ricercatori di Wuhan: sintetizzare un coronavirus simile alla Sars per scoprire se fosse trasmissibile da animale a uomo. Una ricerca condotta a Wuhan, in collaborazione con l’Università della Carolina del Nord, ha concluso che un virus simile a quello della Sars può compiere il salto di specie dal pipistrello all’uomo senza passaggi intermedi (niente passaggio attraverso altri animali come il pangolino, tanto per intenderci). Si era trattato di una delle ultimissime cooperazioni fra gli Usa e la Cina in questo campo perché, per i rischi implicati da ricerche di questo tipo, gli Stati Uniti avevano ritirato i fondi nel 2014. Il vantaggio di prepararsi ad una nuova pandemia non valeva comunque il rischio di creare nuovi pericolosi agenti patogeni. La vicenda del 2015 è nota ed è stata rilanciata anche in Italia, il mese scorso, dallo speciale Tg3 Leonardo. In sé non costituisce una prova, perché i virus oggetto di studio nel 2015 sono diversi dal nuovo coronavirus. Ma era per lo meno uno spaccato del lavoro svolto dai ricercatori a Wuhan e sul livello di rischio di quelle ricerche.

L’intelligence statunitense, che è quella che pensa maggiormente alla tesi del virus sfuggito dal laboratorio, tende però ad escludere che si tratti di un virus prodotto da mano umana. Nel rapporto leggiamo: “La Comunità dell’Intelligence condivide l’idea che gode di un ampio consenso scientifico, in base alla quale il virus che provoca il Covid-19 non sia un prodotto umano o geneticamente modificato (…). La Comunità dell’Intelligence continuerà rigorosamente a esaminare ogni informazione che dovesse emergere per determinare se l’epidemia abbia avuto origine da un contatto con un animale infetto o sia il risultato di un incidente in un laboratorio di Wuhan”.

Invece la tesi sulla fuga di un virus (anche naturale) da un laboratorio di Wuhan resta aperta e lo rimarrà a lungo, perché le autorità cinesi hanno pensato bene di far piazza pulita delle prove. Il rapporto di intelligence parla chiaramente di: “ordini di distruggere gli esemplari del virus nei laboratori, cancellazione delle tracce sui banchi del mercato, mancata condivisione in pubblico della sequenza del genoma, chiusura del laboratorio di Shanghai per ‘correzioni’, articoli accademici soggetti alla revisione preventiva del Ministero della Scienza e della Tecnologia, segreto posto sui dati riguardanti gli infetti asintomatici”. Tutti quei dati che potrebbero essere utili anche alla ricerca occidentale, che potrebbero salvare vite anche da noi, insomma, sono stati secretati o cancellati e con un unico scopo apparente: nascondere l’origine dell’epidemia.

Fra le “prove” cancellate vi potrebbe essere anche una persona. Il rapporto di intelligence riprende il caso di Huang Yan Ling, ricercatrice all’Istituto di Virologia di Wuhan. Il South China Morning Post riportava, in febbraio, indiscrezioni secondo cui sarebbe stata lei il “paziente zero”. Ma di Huang non sappiamo più nulla: non solo risulta scomparsa, ma il sito Web dell’Istituto ha cancellato tutti i suoi dati e le sue foto.