Vino, Italia in cima al mondo

I primi dati della vendemmia confermano: con 46 milioni di ettolitri, siamo i primi produttori davanti a Francia e Spagna

L’Italia del vino è campione del mondo anche nel 2019. La conferma viene dalla vendemmia in corso. Secondo le previsioni, il Belpaese delle vigne produrrà 46 milioni di ettolitri di vino, 9 milioni in meno dell’anno scorso (-16%). Quanto basta per guardare dall’alto del podio la Francia (il ministero dell’Agricoltura di Macron punta a 43,9 milioni di ettolitri) e la Spagna (la stima del governo di Pedro Sánchez si ferma a 40 milioni).

Se il 2017 era stato un anno terribile tra gelate, grandinate e alluvioni che avevano drammaticamente ridotto la quantità delle uve trasportate in cantina, il 2018 aveva consentito ai vignaioli di riscattarsi, con una produzione record che aveva sfiorato i 55 milioni di ettolitri. Questo è l’anno del ritorno alla normalità. L’inverno caldo, la primavera a tratti fredda e piovosa e l’estate siccitosa, in alcune zone, hanno rallentato la maturazione dei grappoli. E così sono scomparse, dal Piemonte alla Toscana, le vendemmie super anticipate, a cavallo di Ferragosto.

In un mondo, come quello del vino, popolato da associazioni e sodalizi spesso in contrasto tra loro, per la prima volta uniscono le forze tre capisaldi: Assoenologi, che riunisce più di 4 mila professionisti; Unione italiana Vini, con 500 aziende che rappresentano la metà del fatturato italiano del settore; e Ismea, l’ente pubblico che si occupa di ricerca e di credito per le aziende agricole. Al posto di tre dossier, oggi al ministero dell’Agricoltura e del Turismo ne sarà presentato uno congiunto. Una mappa che indica, regione per regione, come andrà la raccolta delle uve e cosa ci può aspettare da questa annata (se tutto il vino fosse imbottigliato ci sarebbero 6,1 miliardi di bottiglie da vendere).

«La qualità? Sarà tra il buono e l’eccellente. Guardiamo al futuro con ottimismo e fiducia», dice il barolista Ernesto Abbona, presidente dell’Uiv. «Ci sono differenze tra Comune e Comune, a volte tra vigna a vigna — spiega il presidente mondiale degli enologi Riccardo Cotarella — è il risultato del clima che cambia. Da temperato a caldo arido, una situazione che rende decisivo il ruolo degli enologi».

Ritorno alla normalità

Segnali positivi dopo il terribile 2017 e il 2018 record. La qualità? «Tra buono ed eccellente»

La regione che ha meno sofferto la crisi climatica è stata la Toscana, che punta a un aumento del 10% della quantità di vino. «Se settembre sarà favorevole la qualità dei vini diverrà alquanto interessante con punte di ottimo», si legge nel dossier. In Piemonte il calo sarà del 15% ma si stima che dalla patria del Nebbiolo arrivino vini targati 2019 «di ottimo livello, con diverse eccellenze».

La flessione della Lombardia è pari al doppio di quella piemontese: -30%, «anche a causa delle grandinate e degli attacchi di oidio». Soffre l’Oltrepò (-40/45%), meno la Franciacorta (-25/30%) con «qualità buona con punte di ottimo, salvo le zone colpite dal maltempo». Nella regione dei record enologici, il Veneto del Prosecco e dell’Amarone, si preannuncia un calo del 16%, maggiore a Ovest che a Est, con l’attesa di vini «buoni con diverse punte di ottimo». «Punte di eccellenza» è il vaticinio per l’Emilia-Romagna del Lambrusco, per le Marche del Verdicchio, per la Basilicata dell’Aglianico e per la Sardegna di Cannonau e Vermentino. «Ottima annata» in Umbria e in Puglia. «Promettente» nel Lazio e in Campania. «Più che buona» in Sicilia. «Interessante con picchi di ottimo» nell’Abruzzo del Montepulciano.

«Una vendemmia meno generosa — riassume il dossier — che non preoccupa i vignaioli e che sembra confermare anche per il 2019 la leadership mondiale dell’Italia»