Viaggio nella città dei sepolti vivi “Solo Mosca può salvare noi cristiani”

A Martuni, devastata dalle bombe, gli abitanti vivono nascosti nelle catacombe. "L'Europa non aiuterà, ma la Russia tarda" Martuni. È stata la prima ad esser attaccata. La prima a piangere le vittime dei missili azeri. La prima città del Nagorno Karabakh a esser abbandonata dai suoi abitanti fuggiti in massa verso l'Armenia. È la città degli uomini perduti. Delle sue seimila anime ne restano quattrocento. Forse meno. Ma anche di quei pochi è difficile scorgere l'ombra.

Martuni è una città fantasma, addormentata e silenziosa. Il palazzo del Comune, un maestoso edificio circolare in pietra grigia, naviga su un mare di detriti e vetri infranti. Erano le sue finestre e i suoi portali. In venti giorni missili e bombe li han trasformati in un tappeto di rovine e distruzioni. Tutt’attorno non c’è pietra, pezzo d’asfalto o albero che non porti i segni di schegge ed esplosioni. E qua e là, infilzate nei prati e nell’asfalto, le sagome minacciose di missili ancora inesplosi. Dei sopravvissuti, invece, nemmeno l’ombra. Per scovarli bisogna costeggiare il palazzone grigio, raggiungere l’ala opposta alla linea del fronte distante solo due chilometri. Lì i fantasmi di Martuni s’affacciano lenti e guardinghi da una botola buia. S’arrampicano su una scala a pioli, sporgono la testa, fanno cenno d’attendere. Sono sospettosi, impauriti, frastornati. Prigionieri di questa Stalingrado in miniatura guardano in cagnesco chiunque possa svelare la loro tana, mettere a rischio i loro rifugi, render ancora più precaria la loro sicurezza. Ti tengono lì in sospeso tra il deserto e l’abisso per più di mezz’ora, poi uno salta fuori. Si chiama Armen. Ha il pallore grigio di chi da giorni non vede la luce, le occhiaie scavate da troppe notti insonni. «Vengo io con voi! Vi mostro cos’hanno fatto a questa città…». Sale a passo svelto, si butta di corsa verso la piazza. Venti passi dopo capisci il perché di tanta fretta.

Il primo colpo di mortaio cade con un sibilo a duecento metri da noi. Un secondo e un terzo s’infilano più lontano. «Questa era la casa di mio padre – ti racconta Armen indicando una voragine detriti – il missile l’ha colpita appena undici ore dopo l’inizio del cessate il fuoco, mio padre, un anziano di 79 anni che non faceva male a nessuno, è stato fatto a pezzi nel suo letto». Sempre di corsa Arman ci riaccompagna ai sotterranei del municipio. Tra le rovine della città non incrociamo un’anima. «Le donne – dice lui – sono andate in Armenia con i bambini. Noi uomini abbiamo ricevuto le armi e ci alterniamo tra il fronte e i rifugi in città. Chi, come mia moglie, non è partita per stare vicino a chi è in prima linea vive sottoterra».

Ora siamo di nuovo al municipio. Due piani sotto la luce fioca e giallastra di fioche lampadine illumina i volti scavati di donne e anziani. Siedono silenziosi sulle brande allineate alle mura incalcinate, tra bottiglie d’acqua, sacchi di pane, borse di patate, sporte di pomodori, mucchi di melograni. Una donna continua a piangere, un’altra si tiene il volto tra le mani. Solo Veniera, la moglie di Armen, si sforza d’abbozzare un sorriso. «Non ho figli, potevo solo restare accanto a mio marito e a chi combatte per la propria patria. Ma sono contenta che tu sia venuto dall’Europa e dall’Italia a raccontare la nostra disperazione». Le chiedo se può bastare. Veniera alza gli occhi, sorride. «Siamo cristiani come voi, ma dall’Europa sappiamo di non poterci aspettare molto. Se qualcuno ci salverà sarà solo la Russia. In passato è sempre stato così. Mi chiedo solo perché stavolta ci metta tanto tempo».