Viaggio alla frontiera dove nessuno controlla: “Ora abbiamo paura”

L’agente all’ex dogana: “Sono un poliziotto, non un medico mica posso misurare la febbre”. I gendarmi al Monginevro hanno i binocoli  puntati sulla montagna ma cercano clandestini. Lungo i 515 chilometri sul limitare di Italia e Francia la legge che impone tamponi non è ancora arrivata. Di qui passa chi vuole, purché non abbia la pelle scura.

Scendono insieme a valle i tir e la paura, i furgoni che nessuno controlla e il gran male invisibile, le automobili francesi, dieci, cento, cinquecento, e la minaccia della seconda ondata Covid che non conosce confini e si fa beffa delle frontiere. Liberi tutti. Qui non si gioca a nascondino, semmai a guardie e ladri. I tre gendarmi su al colle del Monginevro hanno i binocoli puntati sulla montagna, cercano clandestini, poveri diavoli africani che si arrampicano nel freddo con le scarpe da tennis, ma nessuno domanda la famosa autocertificazione a chi entra in Italia, non esistono presìdi sanitari, non si controlla la temperatura. Tamponi e test del sangue? Figurarsi.

Lungo i 515 chilometri sul limitare di due nazioni spaventate l’una dall’altra, Italia e Francia che si guardano in cagnesco come nella canzone di Paolo Conte, la legge fresca non è ancora arrivata e tutto è come tre o quattro giorni fa. Di qui passa chi vuole, purché non abbia la pelle scura. Era così a Ventimiglia ed è la stessa cosa lungo la cantilena montana che s’imparava alle elementari – Alpi Marittime Cozie Graie – in un vortice di traffico stradale. L’aria al valico odora di freddo, tra poco verrà a nevicare. Se di qui transitarono gli elefanti di Annibale, e Giulio Cesare, immaginate se non passa il virus. «Abbiamo paura». La signora Sara Agosti è la titolare dell’Hotel Pian del Sole a Claviere, il nome è francese ma sta in provincia di Torino (da clavis, chiave, e le chiavi chiudono). «Dalla frontiera arrivano senza mascherina, noi la regaliamo anche a chi prende solo un caffè: 50 centesimi la maschera, un euro e dieci l’espresso, insomma siamo sottocosto alla grande ma ci sembra giusto, e pazienza se i francesi si stizziscono. L’estate del turismo è andata bene, ma per la stagione dello sci abbiamo pochissime prenotazioni, sarà dura. I francesi sono la metà dei nostri clienti. Qui non c’è scuola d’infanzia e i bambini li mandiamo al Monginevro, ma adesso quell’asilo lo hanno chiuso».

Scendiamo con l’auto (targa italiana) fino a Briançon e nessuno ci ferma, nessuno controlla. Facciamo avanti e indietro e poi puntiamo verso il valico del Frejus da Bardonecchia. Anche quassù non esiste alcun presidio sanitario. Davanti alla stazione di servizio Tamoil, tra gentili aiuole di begonie sono parcheggiati diciassette camion arrivati dalla Francia, indisturbati. Il signor Francesco, operaio della ditta Casadio di Ravenna, manutenzioni edili, ha appena varcato il confine. Ha una faccia un po’ così. «Mi aspettavo almeno un controllo, che strano. Abbiamo un cantiere a Lione, facciamo su e giù e cerchiamo di non mescolarci troppo ai francesi perché non si sa mai, mangiamo sempre all’aperto pure se fa fresco. I numeri del Covid sono proprio brutti, viviamo di speranza ma non è così che funziona».

La Francia s’è inventata la zona scarlatta più rossa del rosso, le parole arrivano a volte a definire una realtà che non c’è. Passaporto, prego: non si dice più alle persone, e nemmeno alle malattie. La PAF, cioè la Police Aux Frontières, è concentrata sui fogli di via per i clandestini: “refus d’entrée” per qualcuno, apertura totale per gli altri ma in senso inverso, e pazienza se qualcuno ha la febbre a quaranta.
Giriamo la macchina, scendiamo lungo la Valsusa del famoso super treno che non vedremo mai, questo si è capito, e risaliamo in direzione Monte Bianco. C’è un altro confine da conoscere. Sarà come in Liguria, come tra Piemonte e Savoia? Sono 39 i comuni di frontiera tra Italia e Francia, dalla A di Acceglio alla V di Vinadio, quasi tutto l’alfabeto di una libertà che ora non si capisce tanto. Alle porte della Vallée piove, come sempre, forse ha ragione Rocco Schiavone a lagnarsi. I tornanti verso il traforo del Monte Bianco fanno ampie volute, sembrano fumo disegnato con l’asfalto. Il tunnel della morte: in 39 ci lasciarono la pelle il 26 marzo 1999, un tir in fiamme li soffocò. Francia e Valle d’Aosta rimasero isolate per tre lunghi anni. Dalla porta italiana uscì fumo per giorni come da un camino. C’è altra possibile morte in arrivo, adesso? Chi la vede? Qualcuno la ferma?
«Io sono un poliziotto, non un medico, mica possiamo misurare la febbre». L’agente all’ex dogana fa capire che non esistono punti di controllo sanitari né sul versante francese, né su quello italiano. Andiamo a verificare verso Châtillon. Dentro il tunnel, al chilometro 11 non si può non ripensare a quella povera gente, anche se adesso è tutto pulito e illuminato. Brividi. A Châtillon si arriva senza problemi e senza controlli, stessa cosa al ritorno. Evidentemente si fidano tutti, oppure è il fatalismo della stanchezza. A Entrèves, il borgo italiano dopo il traforo, la barista Betta Sarritzu ci scodella la prima cioccolata calda della stagione. Mancano solo Haidi e i camosci, il silenzio è avvolto da un bel freddo. «Io non ho paura, i francesi mica saranno tutti malati e comunque di loro abbiamo bisogno, portano soldi, sono amici nostri».