“Vi racconto la storia di mio figlio Carlo, influencer di Dio”

Parla la madre di Carlo Acutis, morto a quindici anni e da oggi beato

Assisi  – “Le ultime parole che ha detto? “Muoio felice perché non ho sprecato la mia vita”. Mi ha detto che avrei avuto altri figli. Così è stato. E che mi sarebbe stato vicino mandandomi segni. Ne ho avuti tanti”.
Antonia Salzano è la madre di Carlo Acutis, il giovane milanese morto nel 2006 per leucemia fulminante e che oggi viene beatificato ad Assisi dove il corpo è esposto dopo essere stato trattato con tecniche di conservazione. Nato a Londra nel ’91, figlio di Andrea Acutis, presidente di Vittoria assicurazioni, Carlo era quindicenne quando si ammalò e morì.

Come ha vissuto gli ultimi giorni?
“Sembrava avesse una normale influenza. Al liceo Leone XIII tanti compagni erano influenzati. A tavola se ne uscì con una frase strana: “Offro le mie sofferenze per il Papa e la Chiesa, per non andare in purgatorio ma dritto in paradiso”. Eravamo abituati a queste stranezze, non gli demmo peso. Dopo quattro giorni di febbre fu colpito da astenia. In ospedale, in pochi minuti avemmo la diagnosi: leucemia fulminante. Disse: “Il Signore mi ha dato una bella sveglia””.

Lei come reagì?
“Fu un duro colpo”.

Era credente?
“Nella mia vita ero andata a Messa solo tre volte, il giorno del battesimo, della cresima e del matrimonio. Ma con Carlo mi ero dovuta per forza riavvicinare alla fede. Lui parlava sempre di Gesù. Così non arrivai del tutto impreparata alla sua morte”.

Dove morì?
“Al San Gerardo di Monza. Quando entrò mi disse: “Io da qui non esco più”. In pochi giorni ci lasciò. Ricordo che sorrideva, era calmo, nonostante questa leucemia dia dolori lancinanti. “C’è gente che soffre più di me”, mi disse. Era preoccupato per le infermiere. Non riusciva a muoversi e dovevano spostarlo loro, era alto 1,85, pesava 70 chili”.

Cosa accadde dopo la sua morte?
“Ci fu il funerale. C’era tantissima gente, anche alcuni senzatetto ed extracomunitari che non avevo mai visto. Erano gli amici di Carlo. Lui conosceva tutti. Aiutava i clochard ed era amico dei portinai della zona, per la maggior parte extracomunitari”.

Perché?
“Girava per il nostro quartiere in centro a Milano in bicicletta. Salutava tutti gli extracomunitari. Diceva che pensava spesso a quanto soffrissero ad avere lasciato il loro Paese per venire da noi. Era loro amico”.

E i senzatetto?
“Molti dormivano presso l’Arco della Pace. La sera portava loro del cibo, a volte parte della sua cena. Mi chiese anche il permesso di poter comprare loro delle coperte, e così fece”.

Dove imparò questa generosità?
“Era innata. Frequentava una parrocchia di gesuiti vicino a casa. Aveva un rapporto particolare con Gesù. Per lui era una persona viva, con la quale dialogare. Volle fare la prima comunione a sette anni. Andava a Messa tutti i giorni. Poi si fermava in chiesa davanti al Santissimo per dialogare con lui. Credeva realmente che lì vi fosse il corpo e il sangue di Cristo. Quando andavamo all’estero, la prima cosa che faceva in albergo era informarsi sulla chiesa più vicina dove andare a Messa”.

Come è arrivata la beatificazione?
“Fin dal giorno del funerale Carlo era santo per molti. Iniziarono ad arrivare testimonianze di miracoli. Un bambino in Brasile, durante una novena rivolta a Carlo, guarì da una malformazione al pancreas. L’organo si rigenerò. Capita raramente. Ma in quel caso avvenne. Fu questo il miracolo che aprì la strada della beatificazione”.

Si dice che la Chiesa potrebbe farlo patrono di Internet, perché?
“Era molto bravo con il computer. Lo usava per ideare mostre che poi hanno fatto il giro del mondo, una è andata in migliaia di parrocchie americane. Evangelizzava via web”.

Molti ripetono una sua frase: Tutti nascono originali, molti muoiono fotocopie.
“Diceva che c’è un progetto unico e irripetibile su ognuno di noi. Occorre soltanto trovarlo ed essergli fedele. Diceva che anche le impronte digitali dicono che siamo unici e irripetibili”.

Aveva molta fede?
“Gesù disse che se si crede si possono spostare le montagne. Lui ci credeva. Parlava sempre con il suo angelo custode. Gli chiedeva aiuto”.

È vero che pensava che sarebbe morto presto?
“Dopo la morte trovai un suo video, una sorta di testamento. Diceva che era destinato a morire. A Milano, il primo dell’anno, a catechismo si usa pescare un santino in un cestino come accompagnamento durante l’anno. Nel 2006 pescò sant’Alessandro Sauli, nel ‘500 vescovo a Pavia. Morì l’11 ottobre, lo stesso giorno in cui fu decretata la morte cerebrale di mio figlio”.