Vaticano, riparte con il Papa la “fabbrica dei Santi”

A causa della pandemia, anche il lavoro nella Congregazione delle Cause dei Santi, in questi mesi, è rallentato. Anche le beatificazioni previste per questo mese e per il prossimo, come riferisce la stessa Congregazione sul suo sito ufficiale, sono state rinviate per ragioni prudenziali e sanitarie. Ieri, però, il Bollettino della Sala Stampa ha riferito che, nell’udienza concessa al Prefetto, il cardinal Giovanni Angelo Becciu, papa Francesco ha autorizzato la promulgazione di nuovi Decreti, tutti relativi al riconoscimento delle virtù eroiche di cinque personaggi. Sono due sacerdoti impegnati nella direzione spirituale e nel continuo lavoro su di sé, un padre e una figlia uniti dal dolore e dalla fede e, infine, un giovane che voleva portare specialmente i suoi coetanei alla conoscenza di Dio e alla vera felicità.

Primo nell’elenco è don Francesco Caruso, nato a Gasperina, oggi in diocesi di Catanzaro-Squillace, il 7 dicembre 1879. Voleva diventare sacerdote, ma accantonò quel proposito per lavorare nei campi e così sostenere la sua numerosa (quindici figli in tutto) e povera famiglia. Dopo due anni di servizio militare, domandò di essere ammesso nel Seminario di Squillace: venne respinto perché aveva frequentato appena le scuole elementari. Fece allora domanda, questa volta accettata, al Seminario di Catanzaro. Affidato alle cure del rettore, Francesco recuperò la formazione in otto anni, così da essere ordinato sacerdote il 18 aprile 1908.

Il suo primo impegno fu come parroco a Sellia Superiore, in un ambiente rurale, a partire dal 14 aprile 1909. Nell’ottobre 1912 fu chiamato a essere rettore del Seminario Vescovile di Catanzaro, dove rimase come padre spirituale, nomina che ebbe il 14 dicembre 1919. Se come rettore aveva curato che i probabili futuri sacerdoti si formassero in scuole interne e aveva deciso di condividere in tutto la loro vita, come padre spirituale non venne meno all’impegno di pregare e offrire la sua vita per i seminaristi, molti dei quali divennero sacerdoti. Allo stesso tempo, era parroco di San Nicola Coracitano, una piccola parrocchia non distante dal Seminario.

Rinunciò all’incarico per motivi di salute, ma continuò a essere guida per moltissimi fedeli: nel 1923 divenne infatti Canonico Penitenziere della cattedrale di Catanzaro. Promosse il Terz’Ordine Domenicano come mezzo per l’impegno dei laici, sia a Catanzaro, sia a Gasperina. Negli anni della seconda guerra mondiale, i cui bombardamenti causarono anche la distruzione della cattedrale, dell’episcopio e del Seminario, accolse orfani e famiglie in parrocchia. Promosse, il 29 aprile 1944, l’apertura di una casa di accoglienza per minori, che presto risultò insufficiente. Morì a casa di un suo fratello, a Gasperina, il 18 ottobre 1951. La nuova Casa dei Sacri Cuori, da lui voluta, fu inaugurata dopo la sua morte. La diocesi di Catanzaro-Squillace ha seguito il suo processo dal 13 settembre 1998 al 21 ottobre 2012. Le sue spoglie sono conservate presso la parrocchia di Gasperina.

Anche monsignor Carmine De Palma dedicò molto del suo ministero alla confessione e alla direzione spirituale di fedeli laici e di religiose, ma fu anche un devoto consapevole di san Nicola di Bari. Proprio a Bari Vecchia nacque, il 27 gennaio 1876, terzo di cinque figli. Rimasto orfano di entrambi i genitori, entrò a dieci anni nel Seminario della Basilica di San Nicola, che all’epoca aveva un clero e un Capitolo propri, frequentandolo con profitto. Completò gli studi a Napoli, laureandosi in Lettere: nella stessa città fu ordinato sacerdote il 17 dicembre 1898.

Per motivi di salute, dopo l’ordinazione trascorse alcuni mesi nel monastero di San Benedetto a Montecassino. Rimase sempre legato alla spiritualità benedettina, tanto da diventare lui stesso Oblato della Famiglia benedettina cassinese e, in seguito, direttore spirituale delle monache di Santa Scolastica a Bari e degli Oblati e delle Oblate di San Benedetto. Prima ancora, a partire dal 1902, rivestì vari incarichi nella basilica di San Nicola, finché questa, per disposizione della Santa Sede, non fu affidata ai padri Domenicani, che la reggono ancora oggi. Fondò anche la sezione barese dell’Unione Apostolica del Clero.

Eroiche sono state decretate le sue virtù, ma già da tempo monsignor De Palma era noto come “eroe del confessionale”. Nonostante i suoi problemi di salute, a cui si aggiunse la quasi totale perdita della vista, continuava infatti a recarsi nella chiesa di Santa Scolastica, vicina a casa sua. Nel 1961 celebrò per l’ultima volta la Messa in pubblico: gli fu concesso di continuare a farlo nella sua stanza, dove, allo stesso tempo, riceveva ancora i suoi penitenti. Morì il 24 agosto 1961, sicuro di aver donato la sua vita a Dio fino all’ultimo respiro.

Il processo diocesano si è concluso a Bari il 15 giugno 2002, ma è stato necessario un processo suppletivo nel 2007, perché erano stati trovati i suoi scritti, che non aveva voluto pubblicare. Tra di essi, «I misteri della nostra salvezzaí, sul Rosario, e «Il mese consacrato a San Nicola»: da questi scritti sono tratte le meditazioni del Rosario per l’Italia promosso per questa sera dai media della Conferenza Episcopale Italiana, trasmesso proprio dalla cripta della basilica di San Nicola. La sua “Positio” è stata completata il 5 giugno 2018 ed è già in esame, come riferisce il sito dell’arcidiocesi di Bari-Bitonto, un presunto miracolo attribuito alla sua intercessione.

La storia di padre Francisco Barrecheguren Montagut e di sua figlia María Concepción Barrecheguren García è stata dolorosa, ma allo stesso tempo caratterizzata da una serenità, derivata dalla fede, che li accompagnò costantemente. Francisco nacque il 21 agosto 1881 a Lérida in Spagna, figlio di una famiglia benestante. Morti i genitori, si trasferì presso una zia paterna a Granada. Fu allievo di scuole prestigiose, ma nonostante il suo ceto sociale si mantenne umile; divenne anche membro delle Conferenze di San Vincenzo De’ Paoli e dell’Associazione dell’Adorazione Notturna.

Sposò, nel 1904, Concepción (Concha) García Calvo. Il 27 novembre 1905 nacque María Concepción, detta Conchita; fu la loro unica figlia. Nell’infanzia si ammalò di enterocolite acutissima; anche il padre, nel 1909, cominciò ad avere seri disturbi di stomaco. D’accordo con la moglie, Francisco decise di non mandare la bambina a scuola, per non causarle sforzi eccessivi e per proteggerla dai pericoli. Conchita venne istruita da loro stessi e preparata a ricevere la Cresima e la Prima Comunione.

Dopo quest’ultimo evento, cominciò a pensare sempre più seriamente alla consacrazione religiosa: il suo modello era santa Teresa di Gesù Bambino, alla quale anche suo padre era molto devoto. La madre, però, era portatrice di una malattia mentale, che la costrinse a frequenti ricoveri sin dal 1924. Conchita, affetta dallo stesso male, fu a sua volta obbligata al ricovero in una casa di cura. Questo non le impedì di recarsi in pellegrinaggio anche a Lisieux, dove chiese alla “sua” santa Teresina di ammalarsi, come lei, di tubercolosi.

Ebbe la prima emottisi il 29 ottobre 1926. Il cambiamento d’aria cui fu sottoposta dai genitori non migliorò le sue condizioni: si spense il 13 maggio 1927, a ventidue anni. La madre, invece, morì il 13 dicembre di dieci anni più tardi. In onore della figlia, Francisco creò il Patronato “Conchita Barrecheguren”, per l’istruzione dei bambini poveri, nel 1945; nello stesso anno donò parte dei suoi beni alla congregazione delle Schiave dell’Eucaristia.

Chiese quindi di essere ammesso nell’Ordine del Santissimo Redentore, ormai ultrasessantacinquenne. Il 24 agosto 1947 emise la professione temporanea; fu ordinato sacerdote il 25 luglio 1949, ottenuta la dispensa dalla Congregazione dei Religiosi. Trascorse i suoi ultimi anni a Granada, disponibile specialmente verso i malati e gli anziani. Un infarto pose fine alla sua vita il 7 ottobre 1957. Il processo diocesano di Conchita è iniziato molto tempo prima di quello di suo padre e, per lei, è già in esame un presunto miracolo attribuito alla sua intercessione. Padre e figlia riposano nella medesima tomba, presso il Santuario della Madonna del Perpetuo Soccorso a Granada.

Giovane come Conchita Barrecheguren e lucido osservatore della realtà giovanile fu Matteo Farina, che è anche il più vicino a noi dei nuovi Venerabili. Nato ad Avellino il 19 settembre 1990, secondogenito di Miky e Paola, è però vissuto a Brindisi, seguendo il catechismo in preparazione ai Sacramenti nella parrocchia dell’Ave Gratia Plena. Un sogno fatto a nove anni, nel quale gli parve di vedere san Pio da Pietrelcina, che l’incoraggiava a far capire agli altri che si può essere felici se si vive senza peccato, lo stimolò a cominciare ad annunciare il Vangelo a chi gli stava intorno. Cominciò a leggere il Vangelo di san Matteo, s’iscrisse all’Apostolato della Preghiera e frequentò attentamente la Messa domenicale.

Nel settembre 2003, poco dopo aver ricevuto la Cresima, il ragazzo cominciò ad avere mal di testa e problemi alla vista. Erano i primi sintomi di un tumore cerebrale di terzo grado. Matteo, nonostante questo, volle iscriversi all’Istituto Tecnico e continuare con la sua passione più grande, quella per la musica, ereditata dal padre. Nel gennaio 2005, ricoverato ad Hannover, subì una craniotomia. Inizialmente aveva pensato di diventare sacerdote, ma i genitori gli suggerirono di pazientare e di continuare a studiare, per quello che la salute gli permetteva. Nel 2007, però, conobbe Serena, con cui si fidanzò, basando il loro legame sulla purezza e sul rispetto reciproco.

L’anno successivo ebbe una recidiva e subì altre tre operazioni. Quando ormai non riusciva quasi più a parlare, registrò il Rosario recitato con la propria voce. Morì in casa sua, il 24 aprile 2009; poco prima, la madre aveva terminato di recitare per lui la Coroncina alla Divina Misericordia. La sua fama di santità è stata immediatamente colta dall’Apostolato della Preghiera della diocesi di Brindisi-Ostuni, che si è reso attore della sua causa. Il processo diocesano si è svolto dal 19 settembre 2016 al 24 aprile 2017. Nello stesso anno, il 29 settembre, le sue spoglie sono state traslate nella cattedrale della sua città.

In una riflessione datata 26 settembre 2005, Matteo scriveva parole valide per sé, ma anche per gli altri Venerabili a cui è accomunato ma anche per noi, momentaneamente rallentati dal coronavirus. Interrogandosi sul perché i suoi coetanei avessero difficoltà a credere in Dio, si rispose che la ragione risiedeva nella mancata attenzione da parte dei genitori e che, più che obbligarli a credere, bisognasse indurli alla conoscenza di Dio. «Per quanto mi riguarda», annotava, «spero di continuare la mia missione di “Infiltrato” tra i giovani, parlando loro di Dio (illuminato proprio da Lui), perché credo che solo un giovane possa riuscire a parlare ad un altro giovane, o comunque possa farlo meglio di un adulto. Medito… e intanto osservo chi mi sta intorno, per entrare tra loro silenzioso come un virus e contagiarli di una malattia senza cura: l’Amore!».