Vaccino Covid, perché le campagne di Ungheria e Serbia funzionano meglio (e non sono replicabili in Europa)

Orbán presenta la copertura più alta dell’Unione europea, al 27% della popolazione. Belgrado è al 34,1%: i dati sembrano reali, ma i modelli non funzionerebbero nel Vecchio Continente

Uno degli aspetti spiazzanti di questa drammatica terza ondata della pandemia in Europa è che i regimi i più illiberali, repressivi e corrotti mostrano – per il momento – i risultati migliori nelle vaccinazioni. L’Ungheria del premier Viktor Orbán presenta la copertura più alta dell’Unione europea, al 27% della popolazione secondo Our World in Data. La Serbia del presidente Aleksandar Vučić può vantare la più alta dell’Europa continentale, al 34,1%. Sistemi opachi e autoritari possono sempre manipolare l’informazione per sembrare migliori, ma è probabile che in questo caso non sia andata così. I dati sembrano reali. La campagna vaccinale di due sistemi dominati da leader autocratici e da un piccolo gruppo di fedelissimi, in gran oligarchi e cleptocrati di varia natura, sta davvero procedendo più in fretta. In proporzione, l’Italia, la Francia o la Germania hanno coperto poco più della metà della popolazione rispetto all’Ungheria e meno di metà in confronto alla Serbia.

Le vaccinazioni gratis ai turisti in Serbia

Il governo Belgrado sembra così sicuro di sé che, dallo scorso weekend, ha lanciato un’operazione di pubbliche relazioni pensata per rilanciare il turismo: offre vaccinazioni immediate e gratis a qualunque straniero di presenti ai centri sanitari della Serbia. Ai confini con la Bosnia-Erzegovina, il Montenegro e la Macedonia del Nord si sono formate lunghe code, con intere famiglie disposte a passare una vacanza in Serbia pur di mettersi al sicuro da Covid-19. Albawings, una piccola compagnia aerea low cost di Tirana che fa la spola con l’Italia, improvvisamente lo scorso fine settimana ha organizzato ripetuti charter per rapidi voli di andata e ritorno con Belgrado.

Sputnik V e Sinopharm prima dei test

Non è la natura del sistema politico a garantire questa apparente efficienza degli autocrati. Sono alcune scelte che gli altri Paesi del continente e gran parte delle loro popolazioni, quasi ovunque, non accetterebbero: Orbán e Vučić hanno acquisito e somministrato Sputnik V e Sinopharm prima di avere qualunque solida informazione sulla loro efficacia e sulla loro sicurezza. I due leader mostrano alle loro popolazioni, impoverite e traumatizzate dalla pandemia, che assoggettarsi alla tutela dei regimi di Mosca e di Pechino è stato utile. Eppure ancora oggi il vaccino russo non è ancora autorizzato dalle agenzie del farmaco occidentali, mentre sul principale vaccino cinese mancano persino studi preliminari consultabili nel resto del mondo. Intanto però Orbán se lo è fatto somministrare. E Vučić ha baciato la bandiera cinese, accogliendo a Belgrado una piccola squadra di medici inviati da Pechino.

Il problema delle dosi

Si tratta di un modello impossibile replicabile nel resto d’Europa. Lo sarebbe anche se in futuro l’Agenzia europea del farmaco dovesse raccomandare l’uso di Sputnik V e si dovesse scoprire qualcosa di più sul conto di Sinopharm, che per il momento non ha presentato domanda di autorizzazione in Europa. Il vaccino russo infatti è infatti in grado di avere un certo impatto in Paesi relativamente piccoli come l’Ungheria (meno di dieci milioni di abitati) o la Serbia (meno di sette milioni). Non nell’Unione europea nel suo complesso o nei suoi Paesi più grandi. Semplicemente, non esiste un numero sufficiente di dosi di Sputnik V per poter fare una differenza.

Divide et impera

Come osserva Fabrizio Dragosei sul Corriere, la Russia non ha i bioreattori e le capacità industriali necessarie produrre il proprio vaccino; una parte importante della manifattura è stata delocalizzata in India, che però di recente ha chiuso le frontiere all’esportazione delle dosi fino a quando non avrà protetto almeno un quinto della propria popolazione di 1,4 miliardi di abitanti. Quanto a Sinopharm e agli altri vaccini cinesi, resta impossibile usarli in Paesi democratici senza avere alcuna certezza sulle conseguenza della somministrazione. Dunque Serbia e Ungheria non sono un modello. Neppure sui vaccini. Eppure l’operazione di pubbliche relazioni messa a segno da Pechino e da Mosca resta potente. È l’antica partita del “divide et impera”, giocata sul suolo e ai confini dell’Unione europea. Il messaggio — per chi vuole crederci — è che la sottomissione alla Russia e alla Cina porta protezione e sicurezza. Soprattutto per i regimi illiberali e i loro leader.