VACCINI, DECESSI, PIL/ “Draghi sa che dobbiamo riaprire e lo farà in anticipo”

Le riaperture saranno doverose e automatiche, perché i contagi sono in calo e le vaccinazioni aumenteranno. E potrebbero partire con il ponte del Primo maggio

“C’è la volontà del governo di vedere le prossime settimane come di riaperture, non di chiusure”. Così il premier Mario Draghi giovedì in conferenza stampa. Alle sue parole hanno fatto eco, sulla stessa lunghezza d’onda, quelle del ministro per gli Affari regionali, Maria Stella Gelmini (“Aperture ci saranno, soprattutto da maggio, forse qualcosa già dal 20 di aprile si potrà riaprire”) e del presidente dell’Istituto superiore di sanità, Silvio Brusaferro: “È importante procedere verso lo scenario di riaperture che tutti auspichiamo ma con grande cautela e flessibilità.

In questo contesto non esistono soglie definite per riaprire, ma esistono modelli e indicatori come il numero progressivo di popolazione vaccinata, la circolazione delle varianti e il livello che rende possibile il tracciamento di 50 casi per 100mila”. Insomma, nonostante una campagna vaccinale partita tra mille difficoltà, si comincia a vedere una luce in fondo al tunnel, con la prospettiva che si entri finalmente in un circolo  virtuoso tale per cui nuove ipotesi di strette, restrizioni e lockdown finiscano nei cassetti. Sarà davvero così? Cosa dobbiamo aspettarci? Che cosa ci dicono le parole di Draghi?  “Sono parole che derivano dal fatto che i contagi sono in calo e le vaccinazioni sono in aumento – risponde Giovanni Cagnoli, presidente di Carisma Holding –. Le due tendenze insieme portano naturalmente alla possibilità di avviare delle riaperture anche abbastanza rapide. Draghi ha dunque chiarito che questi processi porteranno realisticamente a una progressiva ripartenza già nelle prossime settimane”.

“Chi vaccinerà di più aprirà prima”. Si può aprire una competizione virtuosa fra Regioni?

Finora i problemi non sono dipesi dalle Regioni, ma dalla disponibilità dei vaccini, a causa dei pasticci combinati dalla Germania con AstraZeneca e dei contratti sui generis stipulati con le case farmaceutiche dalla Commissione europea.

Ma non crede che le Regioni si siano mosse in ordine sparso?

Guardiamo i dati. Le percentuali di somministrazione delle Regioni sulla base delle dosi ricevute sono molto allineate. Anche in tutta Europa finora si è vaccinato il 20% della popolazione, con differenze minime. Resta il punto indicato da Draghi: d’ora in avanti, quando arriveranno anche le dosi di Johnson&Johnson e ci sarà un’accelerazione di quelle di Pfizer e Moderna, grazie all’azione diretta del nostro presidente del Consiglio, potrà capitare che qualche Regione si muova con maggiore o minore efficienza, ma la capacità o meno di vaccinare sarà una discriminante. Finora non lo è stato.

È d’accordo con la strategia che è importante e prioritario vaccinare le fasce più fragili e anziane, cioè dagli over 75 in su?

Sì. Anzi trovo scandaloso che 1,8 milioni di dosi siano state somministrate a persone sotto i 60 anni con vari privilegi tipici di questo paese. Ancora due giorni fa, a fronte di oltre 200mila dosi inoculate, 100mila riguardavano la voce “Altro”, e non anziani o affetti da fragilità vere. Bisogna fare come la Svizzera: ha una percentuale di vaccinazioni leggermente superiore, ma a parità di copertura totale quella degli over 70 è il doppio della nostra.

Draghi non ha voluto indicare una data precisa per la riapertura, ma è auspicabile avere una road map come ha fatto Boris Johnson in Gran Bretagna?

Credo che Draghi lo farà molto rapidamente. Tra una settimana avremo un calo abbastanza sensibile dei contagi, anche se inferiore a quello della Gran Bretagna che ha vaccinato più di noi, e già martedì mezza Italia diventerà arancione. A quel punto la road map potrebbe essere anche un po’ più rapida. Bisogna poi vedere quanti rischi vorrà assumersi Draghi su una riapertura un po’ anticipata. Credo che li prenderà.

Perché?

Il costo di queste chiusure prolungate è ormai esorbitante. Si prenderà qualche rischio in più rispetto a Conte, che ha impostato una idiotica campagna terroristica di cui adesso paghiamo le conseguenze.

Il ministro Gelmini ha fatto notare che l’esecutivo vuole “riaprire il paese in sicurezza” e maggio potrebbe essere “il mese della riapertura delle attività economiche”. Che cosa occorre fare da qui in avanti per farsi trovare pronti?

Non vedo la necessità di attività preliminari, se non stilare un calendario delle riaperture e vaccinare il più velocemente possibile. Le riaperture in sicurezza dipendono solo da quante persone saranno vaccinate. Bisogna darsi una mossa, passando dalle attuali 300mila dosi alle 500mila indicate dal commissario Figliuolo, e farlo già dalla prossima settimana, perché è possibile. E poi bisogna tenere conto di un altro dato.

Quale?

Il 70% dei decessi riguarda gli over 80 e già oggi siamo a una copertura dell’80% di questa fascia di età. C’è poi un ulteriore 15-20% di decessi fra gli over 70: se a metà maggio al massimo arriviamo a una sostanziale copertura di questa categoria, il problema dei decessi sarà praticamente eliminato. A quel punto le riaperture saranno automatiche e doverose.

Giusto pensare già da ora a nuovi protocolli di sicurezza, specie per alcuni settori come ristorazione e turismo?

Io penso che bisogna riaprire e basta. Di protocolli ne abbiamo già fin troppi. Le chiusure – e qui le colpe del governo Conte sono gravissime – servono a evitare l’intasamento degli ospedali e delle terapie intensive. Siamo già in calo e il trend sarà più marcato nei prossimi giorni: a che scopo facciamo i protocolli? Il Covid resterà con noi per tanti anni ancora e dobbiamo sapere che dovremo tornare a vaccinarci ogni anno.

C’è però chi ricorda che anche l’anno scorso si è riaperto a metà maggio dopo due mesi di lockdown e poi ci siamo ritrovati in autunno con la seconda ondata. Potremmo correre lo stesso rischio?

A novembre avremo di nuovo una recrudescenza stagionale del virus. Ma avremo almeno l’85% della popolazione vaccinata e quindi gli effetti saranno limitati. Se poi ci saranno quelli che non vorranno vaccinarsi, non potremo certo fermare per loro tutto il paese.

Il ministro Garavaglia parla di possibile riapertura del turismo dal 2 giugno. Il turismo è un’industria che vale il 13% del nostro Pil: riusciremo a salvare la stagione estiva?

Ritengo che si dovrebbero riaprire bar e ristoranti molto prima di quella data, penso per esempio già dal ponte del 1° maggio. La stagione turistica non sarà a rischio per la somma di tre fattori positivi: primo, l’avanzamento della campagna vaccinale; secondo, una soglia di immunità di gregge generale legata al fatto che un 30-40% di italiani non vaccinati sono già venuti a contatto con il Covid sviluppando anticorpi; terzo, l’arrivo della stagione calda che rallenta la trasmissibilità del virus, perché le persone stanno più all’aperto.

Insomma, non vede alcuna controindicazione, incognita o pericolo?

L’unico fattore contrario, che può rappresentare un’incognita pesante, è rappresentato dall’insorgere di nuove varianti più “cattive”.

Ci sono settori che faranno più fatica a ripartire?

Saranno soprattutto la filiera della ristorazione e del turismo con tutto l’indotto e i servizi accessori che vi gravitano attorno, categorie drammaticamente penalizzate, che hanno subìto cali anche del 50%.

Come hanno fatto Stati Uniti, Israele e Gran Bretagna a riavviare le attività? Possiamo imparare qualcosa da questi paesi?

Certo: chi vaccina prima, prima viene fuori dai pasticci. In Israele e Stati Uniti la vita è ripresa in modo del tutto normale.

Quando si ripartirà che tessuto economico troveremo?

Molte attività saranno chiuse, non tutti i bar, ristoranti o alberghi riapriranno, quindi troveremo un tessuto economico più “scarso”, perché mancherà l’offerta rispetto a una domanda che sarà molto forte. È un grosso problema, perché significa non avere Pil, entrate fiscali, risorse per sostenere il welfare. Non sarà facile recuperare i livelli pre-pandemia.

Ma che ripartenza sarà?

Sono moderatamente ottimista: appena riaprirà la filiera turistica, con i ristoranti aperti anche la sera fino alle 23 come in Spagna e, auspicabilmente per l’estate, senza alcun limite di orario, potremmo assistere a una ripartenza a molla di breve periodo. Poi, però, stabilizzata la situazione, torneranno a galla i mali endemici della nostra economia, a partire dalla scarsa produttività e da un’innovazione tecnologica carente. Sono zavorre che il Covid non ha cancellato, ma solo rimandato. Sarà quindi decisivo affrontare il tema della produttività.

Il governo ha intenzione di ridurre, fino ad azzerarli entro fine anno, i ristori così da poter destinare più risorse per le riaperture. Che ne pensa?

È una strategia doverosa. Purtroppo Draghi si trova a fare i conti con una colpa non sua. L’anno scorso demagogicamente Conte ha distribuito soldi a pioggia, anche a chi non ne aveva minimamente bisogno. Possiamo parlare di 30-40 miliardi di soldi sprecati fra bonus vacanze, bonus monopattini o cashback a soggetti che non hanno subìto il benché minimo danno. Ora bisogna aiutare selettivamente più imprese che non devono chiudere. Ci sono persone, come pensionati e dipendenti pubblici, e categorie, come le aziende pubbliche, pari al 70% della nostra economia, che non hanno avuto effetti negativi. Non possiamo permetterci ristori buttati alle ortiche.

Quanto ci è costato un anno abbondante di pandemia e lockdown vari?

Ci costerà tra i 300 e i 350 miliardi di debito pubblico, che è un’enormità, pari al 23-24% del Pil. Ci costerà qualche punto percentuale, anche se un calcolo preciso è molto complesso da stimare, in termini di offerta, cioè di imprese che c’erano e ora non ci sono più. E sul fronte dell’occupazione penso che abbiamo perso più del milione di addetti di cui parla l’Istat.

(Marco Biscella)