Vaccini Covid, il «test Israele» sugli over 60: i contagi scendono di oltre un terzo

I primi dati che arrivano da Israele, dove il 90% degli over 60 ha già ricevuto la prima dose di Pfizer-BioNTech, fanno chiarezza su come può essere il mondo dopo la distribuzione capillare del vaccino

Da mesi ormai si parla dell’efficacia dei vaccini. Per esempio, 95% per Pfizer-BioNTech, altrettanto (o quasi) per Moderna. L’ultimo dato per AstraZeneca (il lavoro sarà presto pubblicato nel Lancet) è 76% di protezione dopo la prima dose e adesso sappiamo anche che questo vaccino riduce la trasmissione della malattia del 67%. Sputnik, il vaccino russo, ha un’efficacia del 92%, Johnson&Johnson del 72% e Sinovac, il vaccino cinese, del 78%, per quello che si sa. Tutto questo viene dagli studi di fase III, quelli che servono per presentare il dossier alle autorità regolatorie che ne dovranno certificare efficacia e sicurezza. Ma cosa succederà nel mondo reale? Davvero i vaccinati si ammaleranno di meno? E ci saranno meno persone in ospedale e di conseguenza meno morti? Sono domande semplici, che si fanno tutti, ma a cui finora nessuno sapeva rispondere con certezza. Da ieri però c’è qualcosa di più: sono i primi dati che arrivano da Israele.

Loro sono stati i primi a vaccinare (57 dosi ogni 100 residenti) e ad oggi quasi il 90% delle persone con più di 60 anni ha già ricevuto la prima dose di Pfizer-BioNTech. E allora? Sono davvero diminuite le infezioni? Sì, certo, per quella fascia d’età le infezioni sono scese del 41% e i ricoveri fra metà gennaio e i primi di febbraio sono diminuiti del 31%. È tanto o è poco? Dipende. Ma una cosa è certa: questa è la dimostrazione che il vaccino funziona non solo nell’ambito degli studi disegnati per ragioni regolatorie — che sono condotti per lo più su volontari adulti e sani ma anche nel mondo reale, su una popolazione per forza eterogenea. Poi in Israele hanno cominciato a vaccinare persone che avevano meno di 59 anni, qui sono arrivati per adesso al 30% della popolazione e, come ci si poteva aspettare, le infezioni si sono ridotte di molto meno — del 12% ad essere precisi — e i ricoveri sono scesi solo del 5%.

C’è da aggiungere però che dal 7 gennaio Israele ha imposto un lockdown e allora ci si potrebbe chiedere se non sia stato il lockdown, piuttosto che le vaccinazioni, ad aver ridotto la circolazione del virus e il numero di pazienti ricoverati. Questo non lo possiamo escludere, ma è improbabile se consideriamo la differenza nel numero di infezioni e nei ricoverati i fra gli anziani vaccinati (quasi tutti) e i più giovani, dei quali solo 3 su 10 hanno potuto avere il vaccino fino a questo momento. Fra l’altro i dati di Israele — comunicati dal Ministero della Sanità e commentati recentemente in un bellissimo lavoro di Nature — fanno vedere che le città che hanno avuto meno infezioni sono proprio quelle in cui si è vaccinato di più, e questo con il lockdown non c’entra.

I dati che abbiamo a disposizione hanno un limite però: non sappiamo se fossero proprio i vaccinati, e solo quelli, ad evitare l’ospedale. Nonostante ciò, se il vaccino ha un impatto così importante sull’intera popolazione vuol dire che chi si vaccina protegge un po’ anche gli altri. Ecco un altro aspetto di cui si è molto discusso in questi giorni, la possibilità che chi si vaccina possa comunque contagiare gli altri: dai dati che arrivano da Israele una risposta sicura a questa domanda non c’è ancora. E allora potremmo guardare all’Inghilterra, che ha cominciato a vaccinare molto prima degli altri Paesi dell’Europa: lì il vaccino Pfizer-BioNTech ha fatto calare del 53% il numero di operatori sanitari positivi a SARS-CoV-2 (rispetto a chi non era stato vaccinato) e questo già 12 giorni dopo la prima dose. Si tratta di dati non ancora pubblicati, ma che sono stati presentati da Tim Spector del King’s College di Londra in una conferenza del 3 febbraio.

Nemmeno dall’Inghilterra però ci arriva una risposta sicura sul fatto che chi è stato vaccinato non possa contagiare gli altri, meglio quindi continuare a portare la mascherina. Intanto il governo del Regno Unito ha stanziato sette milioni di sterline per finanziare una serie di studi clinici centrati sui vaccini Pfizer-BioNTech e Oxford-AstraZeneca per rispondere a molte delle domande che tanti di noi si sono fatti in questi giorni: due dosi a 21 o 28 giorni l’una dall’altra oppure a 12 o 14 settimane l’una dall’altra? E ancora: si può fare la prima dose con Pfizer e la seconda con AstraZeneca o viceversa? E poi, è vero che la risposta del sistema immune alla prima dose — come sostiene Stanley Plotkin, uno dei più grandi vaccinologi del mondo — dura almeno sei mesi? Ancora un po’ di pazienza e presto avremo una risposta a tutte queste domande, grazie anche alle 800 persone che hanno già accettato di prendere parte a questi studi e a cui va, ancora prima di sapere i risultati, la nostra gratitudine.