V day, mistica per mascherare il fallimento euroitaliano

La comunicazione del governo alimentata da mainstream media ha costruito un'imponente macchina propagandistica sull'arrivo in Italia delle prime dosi di vaccino Pfizer/Biontech, culminante nella narrazione devota del viaggio in toni di misticismo estatico come una sorta di epifania divina. Il tutto per gettare fumo negli occhi e confondere le acque sulla autentica situazione nella quale versa attualmente la “risposta nazionale” al Covid. La politica dell'Unione in materia inoltre, si è rivelata un pasticcio clamoroso, che avrà riflessi sociali ed economici enormi.

Negli ultimi giorni la comunicazione del governo italiano – alimentata da mainstream media che è un eufemismo definire servili – ha costruito una imponente macchina propagandistica intorno all’arrivo in Italia delle prime dosi di vaccino Pfizer/Biontech, culminante nella narrazione devota del viaggio in toni di misticismo estatico come una sorta di epifania divina, o come la processione di un’icona sacra, e nel “V day” organizzato in pompa magna per le prime somministrazioni dell’antidoto.

A questa “liturgia” si affianca un’altro tipo di processione: quella di ministri ed “esperti” del Comitato tecnico-scientifico che in coro unanime magnificano l’arrivo di quelle poche fiale – non sufficienti nemmeno per immunizzare gli infermieri degli ospedali di una sola regione – come la svolta decisiva, il sole che sorge dopo le tenebre, e via con altre simili immagini dall’effetto piuttosto comico se rapportate all’entità del fatto.

Il “culto” associato ai vaccini si inserisce pienamente, portandola alle estreme conseguenze, all’interno della retorica para-religiosa dispiegata a piene mani in questi mesi dall’establishment politico-mediatico del nostro Paese, favorita dalla psicosi diffusa in una società privata della dimensione del sacro. Ma ha in questo caso anche uno scopo molto più specifico e pratico: gettare fumo negli occhi, confondere le acque sulla autentica situazione nella quale versa attualmente la “risposta nazionale” al Covid. Enfatizzando a dismisura l’esordio poco più che simbolico delle vaccinazioni il governo cerca, infatti, chiaramente di distogliere l’attenzione da una realtà molto più cruda e nota: il fatto che prima della fine di marzo non si avrà in Italia un numero di dosi sufficienti a vaccinare le fasce di cittadini più a rischio, gli operatori sanitari e quelli di altri servizi essenziali; e che per arrivare ad una copertura di una porzione maggioritaria della popolazione si dovrà aspettare addirittura fino all’autunno del 2021.

Tale realtà è in flagrante contraddizione non soltanto con l’enfasi salvifica di questi giorni sull’arrivo dell’antidoto, ma anche con la reiterata insistenza, al limite della minaccia, di ministri e componenti del Cts sulla necessità di vaccinare la stragrande maggioranza della popolazione, e sulle possibilità addirittura di un obbligo di legge o di forti condizionamenti qualora ciò non avvenisse per scelta volontaria dei cittadini.

A parte il fatto che la prima fornitura all’Italia è stata, come è noto, di sole 9750 dosi, contro le 150.000 della Germania e quelle molto maggiori di altri paesi europei in relazione alla popolazione, il ministro della Salute Roberto Speranza asserisce che da oggi la Pfizer dovrebbe inviare all’Italia 470.000 dosi alla settimana: il che significa che per fine gennaio saranno arrivate meno di 2.500.000 dosi, e per fine marzo circa 7.000.000. A cui si dovrebbero aggiungere entro fine marzo 1,3 milioni di dosi del vaccino di Moderna, per un totale di 8 milioni e mezzo. Quindi per fine marzo, se tutto andrà come previsto, si potranno al massimo vaccinare 4 milioni di persone su 60: un numero molto al di sotto anche solo della quota di operatori e fasce anagrafiche più a rischio, che è intorno ai 10 milioni di persone.

Una tabella di marcia a dir poco sconfortante, che non a caso si accoppia – a dispetto di tutta la retorica sulla “rinascita” e sul “nuovo giorno” – alla altrettanto sconfortante affermazione, da parte di Speranza e del premier Conte, che almeno per tutto l’inverno e la primavera saranno ancora necessarie misure restrittive e distanziamento sociale: peraltro suffragata dalla già dichiarata intenzione, da parte del governo, di prolungare per l’ennesima volta almeno fino a marzo lo stato d’emergenza. E che trova riscontri anche, sia pure non in misura così eclatante, negli altri paesi dell’Unione europea: se si pensa che anche in Germania, nonostante la partecipazione tedesca alla produzione del vaccino Pfizer/Biontech, il governo prevede di non riuscire ad immunizzare tutta la popolazione prima dell’estate. Tutto ciò mentre in molti paesi extra-Ue la campagna vaccinale è già cominciata e sta procedendo a pieno ritmo. Ad oggi, infatti, 3,3 milioni di persone sono state vaccinate nel mondo: negli Stati Uniti e in Cina già più di un milione, nel Regno Unito 800.000, in Israele 250.000.

A cosa è dovuto questo forte ritardo europeo? Al fatto che l’Unione nel corso dell’estate e fino ai primi dell’autunno ha perso tempo prezioso per trovare un compromesso tra gli interessi dei paesi più forti sulle “cordate” dei vaccini. In particolare – come ricordava un articolo comparso il 23 dicembre sul “Daily Telegraph” – non solo l’Agenzia medica europea ha approvato il vaccino Pfizer con due settimane di ritardo rispetto a quelle dei principali paesi anglosassoni, ma la Commissione ha deciso di ordinarlo solo a metà novembre e in dosi ridotte, e ha declinato le offerte della Moderna: perché  ha “spalmato” le ordinazioni su molti altri vaccini che si sono rivelati un fiasco, e soprattutto perché ha “dovuto” investire una parte delle sue risorse nel vaccino Sanofi, con partecipazione francese, che però non sarà pronto prima della fine del 2021.

La politica dell’Unione in materia, insomma, si è rivelata un pasticcio clamoroso, che avrà riflessi sociali ed economici enormi: in particolare, essa ritarderà notevolmente la ripresa economica del continente rispetto alle economie leader del mondo e ad altre aree geopolitiche. Se poi si considera che nel treno dell’Ue l’Italia è uno dei vagoni di coda, e raccoglie le briciole degli altri, ecco spiegato lo stallo clamoroso in cui oggi il paese si trova rispetto ai vaccini, che contrasta in modo stridente e quasi comico con la retorica trionfalistica somministrata al riguardo dalle nostre autorità in questi giorni.

A questo quadro già inquietante si aggiunge, infine, il fatto che il governo italiano e le sue emanazioni “tecniche”, nella loro insistenza monomaniaca sui presunti effetti risolutivi del vaccino, hanno finora completamente trascurato in maniera inspiegabile tutte le soluzioni terapeutiche e farmacologiche alternative o almeno complementari a quest’ultimo.

Come si evince dalle linee guida del ministero per l’assistenza domiciliare  dei malati, che ancora incredibilmente sconsigliano l’uso di  antivirali e antinfiammatori per prescrivere soltanto l’uso del paracetamolo. E come si evince soprattutto dal ripetuto rifiuto da parte dell’Aifa di autorizzare la sperimentazione degli anticorpi monoclonali, oggi ufficialmente cominciata in Gran Bretagna, e su cui ancora l’Agenzia italiana esita: con il probabile risultato che l’Italia non si potrà giovare di queste cure altamente efficaci quando esse, alla fine di marzo, diverranno disponibili in via ordinaria.

Potremmo dire, in conclusione, che l’Italia ha investito tutta la posta su un cavallo zoppo, dipingendolo ostinatamente come un campione emulo di Varenne. Una scelta così evidentemente autolesionista da far sospettare anche i meno complottisti che essa non sia del tutto involontaria, ma che vi sia dietro di essa un calcolo di assai corto respiro, il solito: tenere in piedi il  più possibile una situazione di emergenza grazie alla quale continuare a invocare un regime di emergenza, tenere artificialmente in piedi l’esecutivo e impedire lo scioglimento delle Camere fino al semestre bianco