Usa 2020, comunque vada a finire Trump anche questa volta è stato sottovalutato

Donald Trump si è rivelato competitivo in molti Stati democratici. Perché fa breccia tra i ceti popolari, che i democratici, per come sono diventati, faticano a rappresentare

La colpa non è solo dei sondaggisti. La responsabilità non è solo dei trumpiani non dichiarati, che dei sondaggisti sembrano farsi beffe. L’errore culturale è di (quasi tutti) noi europei, e pure dei democratici americani; i quali non si sono ancora resi conto che Donald Trump non è un candidato debole. Nonostante la chioma dal colore introvabile in natura, il linguaggio improponibile, i modi aggressivi – o forse anche per questo -, Trump è un candidato fortissimo. Perché tiene tutti gli Stati, tutti i voti repubblicani; ed è competitivo in molti Stati democratici. Perché fa breccia tra i ceti popolari, che i democratici, per come sono diventati, faticano a rappresentare. A lungo i repubblicani hanno pensato di riconquistare la Casa Bianca con un centrista. Un moderato, alla Mitt Romney. O un conservatore classico, magari interventista in politica estera, com’è stato Bush junior e come sarebbe stato John McCain.

Invece sono tornati alla Casa Bianca, e la stanno difendendo con le unghie e con i denti, grazie a un radicale. Che però riesce a pescare voti anche nel campo avverso. Trump vince gli Stati in bilico come Ohio, Florida, Iowa. E si conferma competitivo anche in Stati democratici come Wisconsin, Michigan, Pennsylvania. Per due motivi. Perché non si presenta come un moralista bacchettone (tanto i voti dei moralisti bacchettoni li ha già), ma come uno sgargiante miliardario newyorkese, incarnazione del sogno e del modo di vivere americano. E soprattutto perché non è un politico di professione, non ha passato la vita a Washington, non sopporta i rituali e il linguaggio della politica. Riconoscere questo non significa amare Trump, anzi. Significa cercare di capirlo. E di capire quella metà dell’America che vota per lui. Sarebbe sbagliato anche sottovalutare Joe Biden.

Battere un presidente in carica non è mai facile. A maggior ragione battere un lottatore come Trump, che è riuscito non solo a fare cinque comizi al giorno in cinque Stati diversi ancora convalescente dal Covid, ma pure a usare il Covid – come simbolo nel nemico cinese, come segno dell’irriducibilità e della quasi invulnerabilità americane – pur avendo sbagliato la gestione della pandemia. Biden è quasi il presidente. Trump farà di tutto per non riconoscere una vittoria che però si delinea, sia pure molto meno netta di quanto indicato dai sondaggi. Biden è riuscito a mobilitare il voto latino in Arizona e – sia pure in misura insufficiente – il voto nero in Georgia e North Carolina. Ma non è riuscito a recuperare, se non in parte, il voto bianco e operaio degli Stati postindustriali e impoveriti. Un candidato più giovane e fresco forse avrebbe fatto meglio di lui. Ma è anche possibile che un esponente della sinistra ribelle e socialisteggiante, lanciato contro Trump, si sarebbe schiantato.