Una storica sentenza della Corte Suprema americana: cade il mito dell’irreversibilità dell’aborto

La sentenza con cui il 24 giugno la Corte Suprema americana ha annullato la sentenza Roe v. Wade del 1973, che stabiliva un diritto costituzionale all’aborto, ha una portata storica, che trascende i confini degli Stati Uniti.

giornali

Il preteso diritto all’aborto è una bandiera ideologica del progressismo, come dimostrano non solo le violente manifestazioni di protesta inscenate in molti Stati americani, ma anche l’ira dei leader della sinistra internazionale, come il segretario del Partito Democratico italiano Enrico Letta, il quale ha affermato, che la decisione della Corte americana «è figlia di una svolta ideologica. (…) Un ritorno indietro che genera sconforto, alimenterà sofferenze e farà divampare conflitti». Come se la legalizzazione dell’aborto, negli Stati Uniti e nel mondo, non fosse figlia di una perversa svolta ideologica e non avesse generato traumi, alimentato sofferenze e non avesse costituito una ferita sociale mai rimarginata, fino a produrre la salutare reazione che ha ribaltato la situazione americana.

Lo slogan di Enrico Letta «ritorno indietro» è quello che è rimbalzato da un capo all’altro del mondo progressista. Per cinquant’anni, l’America è stata presentata come la patria dei diritti civili e i paesi che non si allineavano alla sua legislazione venivano fustigati per la loro arretratezza culturale e morale. Ora gli Stati Uniti, battistrada della storia, sono accusati di aver fatto un “passo” o “salto” indietro”. L’ammissione della possibilità di “tornare indietro” segna la fine di una concezione della storia intesa come un perfezionamento necessario e infinito. Il che significa che la storia non è unidirezionale, ma può essere percorsa a due corsie e occorre un ordine oggettivo di valori di riferimento per stabilire quale di esse sia quella moralmente percorribile.

La sentenza della Corte suprema americana frantuma il mito della irreversibilità di un processo storico che comprende l’aborto, l’eutanasia, la legalizzazione dell’omosessualità e del gender. Su ognuna di queste conquiste della Rivoluzione anticristiana, la storia potrebbe fare presto voltare pagina, come accadde nel 1989 con la caduta del Muro di Berlino.

La Corte suprema nega che l’aborto sia un diritto costituzionale a livello federale e ne trasferisce la competenza ai singoli Stati dell’Unione,ma bisogna fare attenzione a non trasporre dal piano giuridico a quello morale l’affermazione del dispositivo secondo cui la valutazione dell’aborto «spetta al popolo e ai suoi rappresentanti eletti». Trasferire agli Stati un potere sovrano nell’ordine morale significa fare della volontà della maggioranza la fonte suprema della morale. «Ma se l’uomo può decidere da solo, senza Dio, ciò che è buono e ciò che è cattivo – osserva Giovanni Paolo II – egli può anche disporre che un gruppo di uomini debba essere annientato» (Memoria e identità, Rizzoli, Milano 2005, pp. 21-22). E’ esattamente quanto accade con l’aborto. Perciò, ribadisce con chiarezza Giovanni Paolo, citando san Tommaso, «la legge stabilita dall’uomo, dai parlamenti, e da ogni altra istanza legislativa umana può essere in contraddizione con la legge di natura cioè, in definitiva, con l’eterna legge di Dio» (ivi, pp. 160-161). La volontà degli Stati non è dunque l’ultima istanza morale, come non lo è il “tribunale della storia”.

La polarizzazione che si è creata all’interno degli Stati Uniti e della Corte Suprema, non è però politica, ma morale: è la frattura incolmabile che separa chi considera l’aborto un crimine e chi lo ritiene un diritto dell’uomo. Con la sentenza del 24 giugno gli Stati Uniti hanno confermato di non essere l’“Impero del Male” contro il quale si ergono gli pseudo-campioni dei diritti umani quali la Russia e la Cina, ma un paese ancora vitale capace di produrre una svolta destinata a cambiare la società contemporanea.

La Corte Suprema rappresenta il vertice dell’establishment americano, ma la maggioranza dei suoi giudici, nominati dai presidenti George W. Bush e Donald Trump, hanno dimostrato di essere uomini coraggiosi e indipendenti da ogni pressione. Ciò è ragione di grande speranza nel futuro. Sarebbe però ingenuo attribuire solo a questi pochi uomini il merito della storica sentenza. C’è dietro di essa, una deep America, come hanno giustamente sottolineato in una dichiarazione del 24 giugno il presidente della Conferenza episcopale americana José H. Gomez e il presidente della Commissione episcopale per la vita William F. Lori:«La sentenza è anche il frutto delle preghiere, dei sacrifici e della testimonianza pubblica di innumerevoli americani di ogni ceto sociale. In questi lunghi anni, milioni di nostri concittadini hanno lavorato insieme pacificamente per educare e persuadere i loro vicini sull’ingiustizia dell’aborto, per offrire assistenza e consulenza alle donne e per lavorare per alternative all’aborto, compresa l’adozione, l’affidamento e l’assistenza pubblica politiche a sostegno delle famiglie. Condividiamo la loro gioia oggi e gli siamo grati. Il loro lavoro per la causa della vita riflette tutto ciò che c’è di buono nella nostra democrazia e il movimento pro-vita merita di essere annoverato tra i grandi movimenti per il cambiamento sociale dei diritti civili nella storia della nostra nazione».

Purtroppo in Italia e nel mondo la destra politica non è unita nella difesa della vita, ma si esprime spesso in maniera equivoca, a differenza della sinistra, che propaganda ovunque l’aborto con estrema chiarezza di intenti. Gli stessi movimenti pro-life sono spesso sulla difensiva e conoscono tra loro divisioni che impediscono una battaglia coerente e compatta. Eppure la lezione che viene dagli Stati Uniti è evidente: quando si combatte con perseveranza, e soprattutto senza compromessi, l’aiuto di Dio interviene e determina la vittoria.

Roberto de Mattei