Una madrassa in Santa Sofia. Ma Erdogan perde consensi

Ali Erbas, il capo del Diyanet, ha annunciato l’intenzione di aprire in Santa Sofia una madrassa (scuola coranica). Per completare la riconversione in moschea della storica basilica, museo laico dal 1935. Nonostante queste mosse propagandistiche, la politica di Erdogan convince sempre meno i turchi. I sondaggi lo danno addirittura perdente La destinazione di Santa Sofia a moschea forse non ha aumentato la popolarità di Erdogan tra i suoi connazionali e invece, come era scontato, ha suscitato reazioni contrastanti nel resto del mondo. È stata letta giustamente come una provocazione, un'offesa all’Occidente e ai cristiani, che hanno risposto debolmente, a dir poco. Più ancora, è stata una dimostrazione ostentata di forza, rivolta al mondo islamico. L’immagine di nuovo sultano, capace di ricostituire il Califfato, che Erdogan si sta creando gli guadagna sia alleati che avversari. Va letto in questo contesto l’annuncio che in Siria sarà costruita una chiesa intitolata alla Divina Sapienza che riprodurrà in dimensioni ridotte Santa Sofia.

Ali Erbas, il capo del Diyanet, il dicastero turco per gli affari religiosi, ha annunciato l’intenzione di aprire nella basilica di Santa Sofia una madrassa, una scuola coranica, in linea con il progetto del presidente Recep Tayyip Erdogan di intensificare l’istruzione religiosa in Turchia al fine di far crescere una “generazione pia”. Il Diyanet, creato nel 1924 dal presidente padre fondatore della Turchia moderna Mustafa Kemal Ataturk come organo di supervisione statale sugli affari religiosi, con l’ascesa dell’AKP, il Partito della Giustizia e dello Sviluppo, è diventato invece strumento di islamizzazione nel paese e di promozione dell’islam turco all’estero. Dispone di 84.684 moschee in Turchia e 2.000 all’estero. Negli ultimi dieci anni è stato notevolmente potenziato. Attualmente conta su un bilancio pari a circa 1,4 miliardi di euro e su170.000 funzionari.

Erbas è la più importante personalità islamica del paese. È stato lui a guidare le prime due preghiere del venerdì a Santa Sofia trasformata in moschea. Lo ha fatto brandendo una spada sulla cui lama è inciso un versetto del Corano. AsiaNews riporta in un lancio di agenzia del 4 agosto che non sono stati universalmente graditi alcuni passaggi dei suoi sermoni: quelli in cui ha attaccato Ataturk per aver trasformato in museo nel 1935 Santa Sofia, all’epoca una moschea. Il presidente Erdogan è intervenuto ammonendo che “attaccare il capo di Diyanet è come attaccare lo Stato. Quanto ha detto nel suo discorso è corretto in ogni sua parte”.

Ma l’impronta laica impressa alla Turchia da Ataturk è profonda. Una parte non piccola della popolazione non approva il processo di “islamizzazione” del paese e non si identifica con la politica imperiale del “sultano”. Lo confermano i risultati di un sondaggio svolto tra il 25 e il 29 luglio dal centro studi Avrasya Research su un campione di 2.460 intervistati rappresentativi di fasce d’età e status sociale diversi, pubblicato dal giornale indipendente Bianet. Alla domanda se la apertura di Santa Sofia a luogo di culto islamico modificava le intenzioni di voto, il 99,7 per cento degli intervistati ha risposto negativamente. Quanto alla persona del presidente e al suo operato, il 28,9 per cento degli intervistati ha risposto di apprezzarne il lavoro “improntato al nazionalismo e all’islam”, il 40,2 per cento si è detto contrario e il 30,9 per cento né favorevole né contrario. Inoltre il 30,3 per cento del campione apprezza il governo dell’AKP, il 41,9 per cento lo disapprova e il 27,8 per cento è incerto sul giudizio da dare.

Nell’insieme i risultati della ricerca dell’Avrasya Research sono coerenti con quelli di uno studio sull’orientamento elettorale dei turchi realizzato dall’Eurasia Public Opinion Research e pubblicato a maggio dal quale è emersa una perdita di consenso di Erdogan. Se si presenterà per un secondo mandato, meno del 40 per cento degli intervistati si è detto disposto a votarlo e il 46,9 per cento ha dichiarato che non intende votarlo. Il sindaco di Istanbul Ekrem Imamoglu eletto nel 2019 potrebbe sconfiggerlo con un buon margine: se si candidasse, si aggiudicherebbe il 45,5 percento delle preferenze. Imamoglu è il candidato del partito all’opposizione, CHP, Partito popolare repubblicano, erede del kemalismo e principale forza politica laica del paese, che per la prima volta dopo 15 anni ha sottratto Istanbul al partito di governo.

La perdita di consenso di Erdogan può in parte dipendere dal forte scontento per il sistema presidenziale, in vigore in seguito al referendum costituzionale del 2017, manifestato da oltre i due terzi degli intervistati. Dall’indagine dell’Avrasya Research si ricava inoltre che i problemi che stanno più a cuore a quasi tutti gli intervistati sono la situazione economica, la disoccupazione, il tasso di inflazione e la crescente ingiustizia, mentre religione e islam risultano di rilevanza decisamente minore.

La destinazione di Santa Sofia a moschea forse non ha aumentato la popolarità di Erdogan tra i suoi connazionali e invece, come era scontato, ha suscitato reazioni contrastanti nel resto del mondo. È stata letta giustamente come una provocazione, un’offesa all’Occidente e ai cristiani, che hanno risposto debolmente, a dir poco. Più ancora, è stata una dimostrazione ostentata di forza, rivolta al mondo islamico. L’immagine di nuovo sultano, capace di ricostituire il Califfato, che Erdogan si sta creando gli guadagna sia alleati che avversari. Va letto in questo contesto l’annuncio che in Siria sarà costruita una chiesa intitolata alla Divina Sapienza che riprodurrà in dimensioni ridotte Santa Sofia. L’edificio sorgerà nel governatorato centro-occidentale di Hama. Sembra che il progetto sia nato da Nabeul al Abdullah, leader di una milizia di autodifesa composta da cristiani ortodossi schierata durante la guerra con Assad contro l’Isis. Abdullah avrebbe messo a disposizione un terreno nella cittadina di Suqaylabiyah dove prima della guerra vivevano circa 20.000 cristiani ortodossi. L’agenzia Fides riportava il 29 luglio l’informazione diffusa sui social network da “attivisti e propagandisti vicini al governo siriano” che la cerimonia della posa della prima pietra sarebbe già stata svolta.