Un grande aiuto verso il vaccino. Ma l’incognita sono le mutazioni

È il primo passo. Ed è fondamentale. Quando c’è in ballo un contagio, una malattia infettiva nuova che si trasmette da uomo a uomo e crea panico, bisogna capire innanzitutto chi è «l’agente provocatore». Ora l’Istituto Spallanzani di Roma, dove sono ricoverati i due turisti cinesi con l’infezione da nuovo coronavirus, in sigla il 2019-nCoV, è riuscito a isolare il virus che li ha colpiti.

1 L’isolamento del coronavirus in Italia è una novità?

È importante, ma non è una «prima mondiale». Già i ricercatori cinesi hanno identificato il nuovo coronavirus, il 10 gennaio , una quindicina di giorni dopo le segnalazioni dei primi casi di polmonite a Wuhan. Lo hanno isolato, sequenziato e i risultati li hanno subito inseriti in una banca dati (GenBank) il cui accesso è libero. Va dato atto ai ricercatori cinesi di avere svolto un buon lavoro e di avere messo a disposizione della comunità internazionale i dati (la risposta è di Marcello Tavio, presidente della Simit, Società italiana di Malattie infettive).

2 Perché è importante questo nuovo isolamento dei ricercatori italiani?

Perché permette di verificare se il virus si sta modificando. Una premessa: i coronavirus sono diffusissimi fra gli uomini e gli animali. A volte sono pure responsabili di raffreddori, nell’uomo. Ma hanno una grande capacità di mutare e, nel caso di Wuhan, sono diventati capaci di provocare polmoniti. Quindi vanno «monitorati» nel tempo (parla Carlo Federico Perno, ordinario di Malattie infettive all’Università di Milano).

3 Che differenza c’è fra isolamento e sequenziamento del virus?

Isolare un virus significa identificarlo nei campioni biologici prelevati dai pazienti, analizzando tamponi prelevati per esempio dalla gola, o la saliva. Il sequenziamento, invece, è un’attività di laboratorio. Questi campioni vengono analizzati per ricercare il virus su cui, poi, si fanno analisi per identificare la carta di identità genetica del virus stesso.

4 E se il virus isolato a Roma fosse diverso da quello di Wuhan?

Sarebbe una brutta notizia perché di solito i coronavirus non cambiano molto quando colpiscono una stessa specie: gli uomini per esempio (da notare che i coronavirus sono presenti in molte altre specie animali: i cani per esempio, ndr). Quindi, se il virus dovesse modificare il suo patrimonio genetico potrebbe significare che si sta adattando a vivere fra gli umani. E, quindi, in futuro, non si dovrebbe più parlare di epidemie, ma di endemie, cioè di una situazione in cui il virus circola nella popolazione, come del resto avviene per altre infezioni, come l’influenza (parla ancora Perno).

5 Che cosa ci possono insegnare i mutamenti del coronavirus?

Il motto, anche degli scout, è «estote parati»: siate pronti a ogni evenienza. Negli ultimi venti anni abbiamo visto tre epidemie di coronavirus: la Sars (la sindrome respiratoria acuta che è comparsa nel 2002 in Cina, si è diffusa nel mondo, ma poi si è esaurita), la Mers (la sindrome respiratoria Medio orientale, che è comparsa nel 2012 ed è ancora presente in alcune zone del Medio Oriente) e ora la polmonite da coronavirus di Wuhan (il virus in questione è simile a quello che ha provocato la Sars e la Mers). E di fronte a quest’ultima l’Italia, grazie all’Istituto Spallanzani ha dimostrato la sua capacità di risposta. Noi abbiamo un ottimo sistema sanitario che ci permette di far fronte a queste emergenze (il commento è di Alberto Mantovani, direttore scientifico dell’Istituto Humanitas di Milano).

6 L’isolamento del virus potrebbe aiutare a produrre un vaccino?

Certamente. Attualmente chi si sta occupando di costruire vaccini sta pensando di colpire le proteine di superficie del virus, quelle che permettono al virus di entrare nelle cellule (si chiamano spike, sono quelle palline che hanno conferito al virus il nome di coronavirus). Ma proprio queste proteine sono le più esposte al sistema immunitario dell’ospite, cioè di chi è colpito dall’infezione, e quindi si adattano e si modificano: ecco perché bisogna capire se cambiano nella trasmissione da paziente a paziente. Ed ecco perché monitorare i virus è importante (il commento è di Perno).

7 E per quanto riguarda i test diagnostici?

Certo, conoscere il virus significa anche mettere a punto test diagnostici capaci di intercettarlo in tempi rapidi e, di conseguenza, trovare il modo per arginarlo. Al momento si parla di «contenimento dell’infezione»: più sai del virus, meglio puoi combatterlo (risposta di Massimo Galli, professore di Malattie Infettive all’Università di Milano)

8 L’isolamento del virus potrebbe aiutare anche a testare nuovi farmaci?

La risposta è sì (e molte istituzioni ci stanno provando) (Lo conferma Giovanni Rezza, direttore delle malattie infettive all’Istituto Superiore di Sanità).