Tweet, accuse e veleni. La guerra infinita tra il priore e il Vaticano

A tre mesi dalla rimozione, Enzo Bianchi non lascia la Comunità di Bose

CITTÀ DEL VATICANO. Tra le celle e gli eremi dei monaci di Bose la pace e la serenità fraterne sono ancora un miraggio. È in corso un duro braccio di ferro, a colpi di tweet di Enzo Bianchi, indiscrezioni, veleni e comunicati vaticani. Il nodo che non si scioglie e che provoca scintille è la presunta resistenza dell’ex priore a lasciare la Comunità. Così, a tre mesi dal decreto della Santa Sede, approvato – con sofferenza – dal Papa, che ha disposto l’uscita dal monastero del celebre fondatore e di tre confratelli, l’atmosfera dentro le «sacre mura» nel biellese continua a essere segnata da spaccature, prese di posizione e difficoltà di governo.

Il provvedimento, che ha riguardato anche altri tre confratelli – Lino Breda, Goffredo Boselli e Antonella Casiraghi – faceva riferimento a problemi interni relativi a «una situazione problematica per quanto riguarda l’esercizio dell’autorità». La tensione ora ruota attorno al destino di Bianchi, con informazioni divergenti che nei giorni a cavallo di Ferragosto hanno delineato un vero e proprio «giallo», innescato dalla voce, amplificata da blog e social, secondo cui «Enzo Bianchi è ancora a Bose». I suoi 61mila follower hanno letto la replica piccata, e dettagliata: «Non ascoltate notizie fantasiose su di me. Mi sono allontanato dalla comunità da tre mesi, senza aver avuto più contatti con essa. Vivo in radicale solitudine in un eremo fuori comunità e date le mie condizioni di salute (non sono più autonomo) ho un fratello che mi visita. Amen».

A quel punto decide di intervenire il delegato pontificio, il padre canossiano Amedeo Cencini, inviato dal Pontefice nella frazione del Comune di Magnano sulla Serra di Ivrea, con il compito di supervisionare questa fase di transizione così travagliata. Cencini, molto contrariato, ha scelto di uscire dal riserbo con cui sta provando a riconciliare e riformare, per puntualizzare con una nota ufficiale che Bianchi si trova tuttora nel suo «eremo», cioè «nello stesso edificio composto da più locali e situato a poche decine di metri dal nucleo centrale della Comunità, nel quale vive da oltre quindici anni».

Lì, oltre al fratello che «provvede alle necessità quotidiane, riceve regolarmente altri membri della Comunità, e da lì si muove, da solo o con altri, in auto, per diverse ragioni, come ha sempre fatto». Peraltro, l’emissario vaticano e la Comunità si dicono «comunque fiduciosi che la situazione possa sbloccarsi al più presto». Bianchi, 77 anni, è provato anche a causa di alcuni problemi di salute, uno dei motivi per cui gli attuali vertici non paiono pretendere traslochi eclatanti e drammatici, quanto piuttosto trovare una soluzione chiara e di buon senso.

In ogni caso, i grattacapi di Cencini non finiscono qui. Il Monastero è segnato da divergenze e fazioni su vari temi. Le principali questioni le ha individuate da tempo Stefania Palmisano, sociologa delle Religioni all’Università di Torino, con l’indagine accademica che ha condotto negli anni scorsi e che hapubblicato nel volume «Exploring New Monastic Communities. The (Re)invention of Tradition» (Farnham, Ashgate). Sono soprattutto tre. L’ospitalità: «Si può individuare un’opposizione tra chi la vuole “illimitata” e chi “regolamentata”, con i primi che accusano i secondi di fare di Bose il “salotto di casa” e i secondi che rimproverano i primi di “mancanza di equilibrio”». La sovraesposizione mediatica: «Il dilemma è tra l’agire per senso di responsabilità o per desiderio di successo». E poi, l’uso del denaro nella vita quotidiana come, per esempio, nell’arredamento dei locali: «C’è una contrapposizione tra “pauperisti” e “consumisti”, con i primi che contestano ai secondi una “mentalità da ultima moda” e i secondi che ne fanno “una questione di stile”».