Tutte le strade di Di Maio: vice, Viminale o stare fuori

L’obiettivo è andare a Palazzo Chigi oppure al ministero dell’Interno Le parole «nostalgiche» per la Lega. Il leader politico dei 5 Stelle non è mai stato convinto fino in fondo di percorrere la strada con il Pd. Partito di cui è stato uno dei principali avversari, cosa della quale si vantava fino a poche settimane fa. Di recente aveva definitivo il Pd un partito «subdolo».

E alla villa di Bibbona si era schierato tra gli incerti, quelli più dubbiosi sull’avventura. Alla quale parteciperebbe volentieri, ma da protagonista. In una posizione di riserva, l’entusiasmo sarebbe di certo inferiore.

Ma Di Maio, che in queste trattative ha dimostrato una grande ostinazione, sorprendendo anche i dem, non ha intenzione di mollare. Ha solo rinviato la battaglia, mettendo sulla bilancia della definizione della squadra governativa, e quindi anche della sua sorte personale, la composizione del programma. Se c’è stato un momento nel quale Luigi Di Maio si è trovato solo nel Movimento, è stato ieri mattina. Da una parte il muro del Pd, che resiste alla sua richiesta di diventare vicepremier, dall’altra la rivolta dei parlamentari, che lo accusano di protagonismo, di narcisismo politico. Sullo sfondo, il post di Beppe Grillo che, con la solita ironia surreale e decifrabile in più modi, si chiama fuori dal «dominio dell’avidità» e da un mondo di «poppanti» e «mediocri».

Si sa com’è, Beppe, lo hanno consolato. Scherza. Eppure il post è arrivato nel momento peggiore, al culmine della scommessa fatta da Di Maio sulla sua persona. Scommessa che, secondo le accuse, avrebbe messo a rischio il governo per vanità personale. Per questo, in mattinata, la comunicazione ha fatto partire una raffica di comunicati di solidarietà a lui. Non tutti hanno aderito volentieri, ma alla fine quel che si voleva era dimostrare che il gruppo è compatto al suo fianco. Cosa che non è. I fedelissimi «Agli Interni il Pd accettò perfino Angelino Alfano, ora non può dire di no» Di Maio ha lavorato per tutto il giorno a stretto contatto con i due capigruppo e al Quirinale si presenta con un discorso che ha un occhio al passato. Spiega di aver «rinunciato al ruolo di candidato premier», offerto dalla Lega, e precisa di non rinnegare l’esperienza con il partito di Matteo Salvini. Il ringraziamento a Trump non è proprio un favore al Pd. Così come la mossa a sorpresa, cioè, la richiesta di posticipare il discorso sulla compagine di governo (le «poltrone») a un momento successivo alla «creazione di un programma omogeneo».

La mossa A sorpresa, dopo gli attacchi, Di Maio chiede di rinviare la discussione sui posti Non è una rinuncia, in realtà. Perché per Di Maio il ruolo di vicepremier è cruciale per mantenere la leadership del Movimento e non cedere troppo spazio a Conte. Dunque, la richiesta resta ferma. Lo schema su cui sta puntando, d’intesa con il premier in attesa di incarico, vede due vicepremier, ministri di peso per il Pd, e parità di dicasteri per i due partiti. L’ostinazione Nelle trattative il capo M5S ha dimostrato grande ostinazione, stupendo anche i dem Schema che potrebbe non funzionare, per l’ostilità del Pd. In quel caso si aprirebbe un baratro.

Resterebbe il Viminale, che era uno dei primi obiettivi e che si torna a chiedere. Esponenti 5 Stelle già avvertono: «Il Pd non può dire di no. In quel ruolo ha accettato persino Angelino Alfano, di cosa stiamo parlando?». Ma quella casella sarebbe già occupata. Così come non sarebbe gradito alla Difesa. Rimarrebbe quindi solo il ministero del Lavoro. A quel punto, per evitare l’umiliazione di un ridimensionamento così pesante, Di Maio potrebbe anche decidere di restare fuori dal governo. È il piano B, naturalmente, la risposta a un demansionamento. Risposta estrema. Ma è anche una minaccia che potrebbe far presa su un Pd che non gradirebbe un governo debole, con il leader pronto a sparare dall’esterno (per quanto sia Zingaretti sia Renzi non saranno, quasi sicuramente, nell’esecutivo).

Del resto il leader politico dei 5 Stelle non è mai stato convinto fino in fondo di percorrere la strada con il Pd. Partito di cui è stato uno dei principali avversari, cosa della quale si vantava fino a poche settimane fa. Di recente aveva definitivo il Pd un partito «subdolo». E alla villa di Bibbona si era schierato tra gli incerti, quelli più dubbiosi sull’avventura. Alla quale parteciperebbe volentieri, ma da protagonista. In una posizione di riserva, l’entusiasmo sarebbe di certo inferiore.

Ma Di Maio, che in queste trattative ha dimostrato una grande ostinazione, sorprendendo anche i dem, non ha intenzione di mollare. Ha solo rinviato la battaglia, mettendo sulla bilancia della definizione della squadra governativa, e quindi anche della sua sorte personale, la composizione del programma.