Trump: «Volevano attaccarci a Bagdad». Ma il presidente tende all’Onu la mano

Il presidente Usa: «Soleimani progettava di far esplodere la nostra ambasciata». Nuove pressioni sugli alleati

I sospetti sull’aereo ucraino precipitato a Teheran stanno complicando le manovre americane per disinnescare la crisi con l’Iran. Donald Trump dice di «condividere» i dubbi, ma non forza le conclusioni e soprattutto evita di accusare direttamente gli ayatollah: «Forse qualcuno ha fatto un errore». A Washington è evidente lo sforzo di riportare lo scontro con Teheran sul piano politico e diplomatico. L’ambasciatrice Usa all’Onu, Kelly Craft, ha inviato una lettera al Consiglio di sicurezza e ad António Guterres, segretario generale delle Nazioni Unite. «Siamo pronti a impegnarci in negoziati seri e senza precondizioni con l’Iran, con l’obiettivo di evitare ulteriori pericoli per la pace e la sicurezza internazionale e di fermare un’escalation da parte del regime di Teheran».

Secca e immediata la risposta della delegazione iraniana al Palazzo di Vetro: «Impensabile dialogare con le sanzioni americane in vigore». Poco prima Trump aveva annunciato: «Abbiamo già rafforzato le restrizioni economiche. Erano già molto dure e incisive, ora lo saranno ancora di più». Così, accantonati droni e missili, la situazione resta bloccata. L’«eliminazione» di Soleimani continua ad avvelenare ogni tentativo di mediazione.

Trump, parlando con i giornalisti, ha rivendicato «la necessità» dell’operazione, rivelando pubblicamente ciò che il segretario di Stato Mike Pompeo e la direttrice della Cia, Gina Haspel, avevano taciuto mercoledì scorso nei briefing con i deputati e i senatori, sollevando aspre polemiche. «Soleimani stava cercando di far esplodere la nostra ambasciata a Bagdad. Le sue milizie avrebbero potuto prendere ostaggi e uccidere molte persone, se non avessimo agito rapidamente. Abbiamo evitato che Bagdad diventasse un’altra Bengasi», ha detto il presidente riferendosi all’assalto contro la sede diplomatica nella città libica, nel settembre del 2012, dove venne ucciso l’ambasciatore statunitense Chris Stevens.

A New York la stessa Craft prova a dare una veste legale alle parole di Trump, scrivendo nel messaggio a Guterres: «Abbiamo agito (contro Soleimani, ndr) in conformità dell’articolo 51 della Carta Onu, che ammette misure di auto difesa. Siamo pronti a prendere altre iniziative nella regione se dovremo proteggere il nostro personale e i nostri interessi». Ma per l’amministrazione Trump ora il problema è come spezzare l’isolamento internazionale. Il vice presidente Mike Pence ha detto in un’intervista a Fox News che «nei prossimi giorni il presidente chiamerà gli alleati e chiederà loro di ritirarsi dal disastroso accordo sul nucleare con l’Iran e di premere su Teheran perché abbandoni la sua lunga storia di sostegno al terrorismo, abbandoni le sue ambizioni atomiche e si riunisca alla famiglia delle nazioni». L’appello è rivolto ai governi di Gran Bretagna, Germania e Francia che però sono stati tagliati fuori nel momento decisivo del blitz contro Soleimani. Per gli americani sarà ancora più difficile trovare una sponda nella Russia e nella Cina, gli altri firmatari dell’intesa con Teheran del 2015.

Per il momento Trump incassa solo la «disponibilità» del Segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg: «Ho parlato con il presidente che ci ha chiesto un maggior coinvolgimento nel Medio Oriente. La Nato ha il potenziale per contribuire maggiormente alla stabilità regionale. Stiamo esaminando che cosa fare di più». C’è poi il fronte interno. Ieri la Camera dei Rappresentanti ha messo ai voti una risoluzione per limitare i poteri di guerra del presidente nei confronti dell’Iran. Il provvedimento, però, con tutta probabilità, verrà affossato al Senato, dove i repubblicani hanno la maggioranza. La Speaker Nancy Pelosi ha di nuovo criticato duramente la Casa Bianca: «Impedire la guerra è la nostra principale priorità. Trump ha messo a rischio l’America. Prego per la pace». Il presidente ha risposto via Twitter, definendo «folle» la mozione dei democratici.