Trump: se l’Iran attacca, reazione sproporzionata. Teheran: «Ecco come colpiremo»

L’Iran dopo l’uccisione di Soleimani: «La risposta sarà militare». Il presidente Usa minaccia ritorsioni anche su luoghi della cultura

Quella tra Iran e Usa è una guerra strisciante. Una strana guerra, con tregue e picchi innescati da episodi. In questo caso l’uccisione di Qassem Soleimani in un raid Usa. I pasdaran hanno avvisato gli avversari: abbiamo nel mirino 35 basi nella regione. Donald Trump, come ha fatto spesso con Teheran e Nord Corea, ha reagito con i suoi toni. Siamo pronti a colpire 52 siti importanti per l’ Iran e la sua cultura, è stato il messaggio, con quel numero a ricordare gli ostaggi dell’ ambasciata Usa durante la crisi del 1979. «Se l’Iran dovesse attaccare qualunque persona o obiettivo americano gli Stati Uniti colpiranno subito anche in maniera sproporzionata».

Il riferimento alla cultura ha spinto gli avversari a denunciare le violazioni delle leggi internazionali. Ed ecco la correzione del segretario di Stato Mike Pompeo: agiremo in base alle convenzioni. A condire lo scambio, l’ offerta dei militanti di una ricompensa da 80 milioni di dollari a chi «consegnerà la testa dell’ uomo pazzo con i capelli giallastri» e l’ annuncio della fine dei limiti alla realizzazione di centrifughe nucleari.

Ben più interessanti le dichiarazioni alla Cnn di Hossein Dehghan, consigliere della Guida Suprema Ali Khamenei. Primo: la risposta per l’uccisione del generale sarà militare contro obiettivi militari. Secondo: gli Usa devono subire un colpo identico a quello sofferto da noi. Terzo: non devono a loro volta contrattaccare. Quarto: non vogliamo la guerra. Le parole, per quel che valgono, sembrano fissare dei paletti. Un modo per vendicarsi senza arrivare ad un conflitto totale, necessità peraltro condivisa da tutti. Almeno nelle intenzioni, anche se poi sono il campo e le opportunità a condizionare la linea.

La carta militare peraltro è stata evocata anche dall’ alleato più fedele dei mullah, il movimento libanese Hezbollah. I suoi esponenti hanno sottolineato come navi, aerei e basi statunitensi siano dei bersagli. Dunque un’operazione nell’intera regione, magari lungo una delle rotte marittime o in un Paese che ospita contingenti nemici. L’ex capo dei pasdaran Mohsen Rezai, invece, ha incluso le città israeliane Haifa e Tel Aviv come i comandi dello Stato ebraico. Un auspicio pericoloso in quanto potrebbe innescare rappresaglie altrettanto devastanti da parte di Gerusalemme.

L’esclusione dell’arma terroristica — molto temuta in quanto le fazioni sciite sono state tra le prime a far ricorso agli attacchi suicidi — potrebbe rispondere alla necessità di non fare il gioco di Washington.

È comunque presto per giurare che sarà così. Troppe le variabili, c’è molta cortina fumogena. L’arma si è spesso rivelata vincente: il comando della forza di interposizione a Beirut e l’ ambasciata statunitense vennero spazzate vie da operazioni di questo tipo nel 1983 con il ricorso a camion-bomba. Quanto ai tempi, gli osservatori insistono sulla pazienza dell’ Iran — non hanno fretta — e sulla possibilità che il compito sia lasciato a un gruppo amico. Forse potremmo ricordare la famosa frase usata dai khomeinisti per giustificare la mancata revoca della fatwa contro Salman Rushdie: la freccia è già stata scoccata, prima o poi arriverà.