Trump prepara una trappola per Biden

Ancora due mesi per aprire crisi di politica estera. Via di colpo dall'Afghanistan, via dall'Iraq, via da ovunque (tranne che dalla Casa Bianca) 

Il presidente americano, Donald Trump, prepara una trappola per il suo successore Joe Biden. Secondo la bozza di un ordine che circolava già lunedì al Pentagono, sta per ordinare un ritiro massiccio dall’Afghanistan, dall’Iraq e dalla Somalia. Se Trump impartisse davvero quell’ordine metterebbe Biden in una posizione difficile.

Perché a partire dall’insediamento, il 20 gennaio, gli scenari possibili sarebbero soltanto due. Se la nuova Amministrazione accetterà di tenere il numero dei soldati così basso, anche se i comandanti sul campo lo sconsigliano, allora si dovrà anche prendere la responsabilità delle possibili crisi che verranno. Se invece decide di aumentare di nuovo i soldati per avere un margine di sicurezza, allora Biden diventerà “il presidente che ci riporta in guerra”. Sembra già di sentire le dichiarazioni degli avversari politici, che si scriverebbero da sole: Trump era il presidente che finiva le guerre, i democratici le fanno ricominciare. Il contingente attuale è di circa cinquemila uomini, che non combattono ma appoggiano con la loro presenza il governo di Kabul. Potrebbero diventare entro pochi giorni la metà. C’è anche la possibilità che tutto vada per il meglio ma considerati i precedenti fare affidamento sulla speranza di tempi migliori non è mai un buon piano in politica estera.

In Afghanistan la situazione è lontana dall’essere sotto controllo. Metà del paese è sotto il controllo dei talebani, che continuano a fare incursioni e a uccidere soldati del governo centrale di Kabul incuranti del processo di pace. Vogliono accumulare il maggior vantaggio possibile sul terreno prima che gli accordi su un’eventuale tregua e poi forse su una riconciliazione li costringano a fermare l’avanzata e questo spiega perché ottobre è stato il mese più violento dal settembre 2019. Se questo non bastasse, lo Stato islamico in Afghanistan – che combatte sia contro il governo sia contro i talebani –  compie attacchi in sequenza ravvicinata fuori e dentro la capitale.

Il rischio di aggravare la situazione a Kabul per colpa di una decisione d’impulso da parte di Trump è così alto che gli stessi repubblicani – di solito silenziosi su quasi tutto – stanno facendo molta resistenza. Il leader della maggioranza al Senato, Mitch McConnell, che da anni è considerato uno dei pilastri politici di Trump, due giorni fa ha detto che “un ritiro rapido delle forze americane dall’Afghanistan danneggerebbe i nostri alleati, delizierebbe quelli che ci vogliono fare del male” e darebbe ad al Qaida “una grande vittoria di propaganda e un posto sicuro dove pianificare di nuovo attacchi contro l’America”. Marco Rubio, senatore repubblicano a capo della commissione Intelligence  ex candidato alla presidenza, dice che si corre il rischio di “una situazione tipo Saigon, che precipita molto velocemente, e allora la nostra capacità di lanciare operazioni antiterrorismo in quell’area sarebbe gravemente compromessa”.

Altri repubblicani fanno dichiarazioni simili e parlano di regalo ai nemici. E’ possibile che con un ritiro in fasi graduali gli americani potranno un giorno lasciare il paese, ma c’è il sospetto molto forte che non sia quello che ha in mente Trump.

C’è lo spettro dell’errore del 2011 in Iraq, quando l’Amministrazione Obama ritirò felicemente i soldati americani dal paese e così dette allo Stato islamico una chance insperata di rimontare anche grazie ad altri fattori. E’ un capitolo di storia recente sempre ben presente nelle discussioni sul ritiro delle truppe. L’Amministrazione Obama fu costretta a mandare di nuovo truppe americane in Iraq nell’estate 2014, perché lo Stato islamico era cresciuto tanto da prendersi un terzo del paese. E’ un errore più volte menzionato anche da Trump in questi anni, che però ora si ritrova nelle condizioni di rifarlo.

Lo stesso problema dell’Afghanistan c’è in misura minore in Iraq dove c’è un contingente di circa tremila soldati, e in Somalia dove gli americani sono settecento e fanno da addestratori antiterrorismo per le forze locali. La ragione di una decisione così importante presa negli ultimi sessanta giorni del mandato e non prima potrebbe avere in teoria un significato politico: Trump aveva promesso ai suoi elettori che avrebbe riportato tutti i soldati a casa e avrebbe messo fine alle guerre senza fine dell’America (in Afghanistan va avanti dal 2001). Però è difficile capire dove finisce la promessa politica e dove comincia la volontà di fregare Biden. Questa non è una transizione ordinata. Nel 2000, quando lo staff di Bill Clinton lasciò il posto all’Amministrazione di George W. Bush, ci furono degli atti di vandalismo che costarono migliaia di dollari. Da molti computer mancava la lettera W come l’iniziale del middle name del nuovo presidente. Il problema è che questo schema rancoroso potrebbe ripetersi non con le suppellettili della Casa Bianca ma con la politica estera degli Stati Uniti. “Non è stato rieletto quindi ora è in modalità vendetta” dice Bob Deitz a Business Insider e ricorda che Trump potrebbe decidere anche di declassificare materiale segreto sulla Russia come ritorsione per le accuse ricevute in questi anni. Inoltre da quando ha perso nove uomini dell’Amministrazione in posizioni importanti sono stati cacciati o si sono dimessi prima di essere cacciati e fra questi c’era anche il segretario alla Difesa, Mark Esper. Gli uomini chiamati a riempire quelle posizioni sono a favore di questo Grande ritiro improvviso dalle missioni all’estero. Martedì, secondo il New York Times, Trump ha anche discusso le possibili opzioni per attaccare l’Iran, che nel frattempo sta incrementando le proprie scorte di materiale nucleare. I consiglieri nello Studio Ovale lo hanno dissuaso e gli hanno detto che le ultime settimane del suo mandato potrebbero non essere sufficienti per chiudere la crisi. Forse è quello che vorrebbe.