Trump invia 750 soldati a Baghdad. Cresce la tensione con l’Iran

Marcia indietro americana sul ritiro dei soldati dall’Iraq. Il presidente Usa: «L’Iran pagherà, è una minaccia». Khamenei: «Colpiremo senza esitazione»

L’Iraq diventa sempre più luogo privilegiato dello scontro tra Stati Uniti e Iran. E ciò non può lasciare indifferenti neppure i responsabili della Difesa a Roma, visto che in Iraq sono stazionati quasi mille soldati italiani sotto il comando americano: una missione volta ad addestrare le forze di sicurezza irachene, oltre a monitorare l’eventualità di un ritorno in forze di Isis. Donald Trump annuncia l’invio di altri 750 soldati americani, destinati ad aggiungersi ai 5.000 che già stazionano in Iraq. Un netto mutamento di strategia, dopo i ripetuti annunci di voler ridurre drasticamente le truppe Usa nella regione. Ciò avviene mentre la retorica della guerra vede una drammatica impennata. «L’Iran sarà ritenuto pienamente responsabile per le vite perse e i danni di qualsiasi delle nostre sedi. Pagheranno un prezzo salato! Non è un avvertimento, è una minaccia.

Buon Anno Nuovo!», ha twittato la sera di Capodanno il presidente Usa. «Se qualcuno ci minaccia, con confronteremo senza esitazione e lo colpiremo», replica dura la Guida Suprema dell’Iran, Ayatollah Ali Khamenei.

Le tensioni sono cresciute dopo che la difficile e controversa alleanza dei soldati americani con esercito iracheno e milizie sciite irachene alleate e sovvenzionate dall’Iran nella comune guerra contro Isis era venuta a scemare con la sconfitta di quest’ultimo a Mosul oltre due anni fa. Negli ultimi tre mesi però lo scenario iracheno si è ulteriormente destabilizzato. È dalla fine di settembre infatti che le piazze si sono sollevate per chiedere pane, lavoro, lotta alla corruzione e un mutamento radicale dei vertici politici alla guida del Paese. La dura repressione voluta dai vertici militari ha poi causato circa 600 morti e migliaia di feriti tra i manifestanti. Originariamente nate come «apartitiche», le rivolte hanno però gradualmente visto la crescita tra i loro ranghi di gruppi guidati dalle varie fazioni in lotta. Gli attacchi contro i consolati iraniani di Najaf e Karbala hanno avuto come reazione l’arrivo nelle piazze di miliziani armati legati all’Iran privi di qualsiasi scrupolo nell’uso di mitra contro la folla.

La settimana scorsa la situazione è poi degenerata quando un missile sparato contro una base irachena ha provocato la morte di un contractor statunitense. I jet americani hanno replicato domenica bombardando le basi nell’Iraq occidentale e Siria orientale della milizia sciita filo-Teheran Kataib Hezbollah. Raid mirati, ben coordinati, che hanno causato almeno 25 morti tra i guerriglieri. Le piazze irachene, istigate da elementi fedeli all’Iran, hanno dunque reagito: la folla ha dato l’assalto al compound difeso da alti muri di cemento dell’ambasciata americana nella «zona verde» di Baghdad. Ieri e nelle ultime ore gli attacchi sono stati molto violenti. Alcuni manifestanti sono riusciti a penetrare le prime barriere e a dare fuoco ad un’area destinata al ricevimento del pubblico. Tanto che i soldati americani di guardia hanno dovuto reagire facendo largo uso di gas lacrimogeni. La polizia irachena è stata quindi inviata in forze a controllare il quartiere. Ma le manifestazioni continuano anche oggi.