Trump a sorpresa in Afghanistan «I talebani vogliono un accordo»

Firmata a Washington la legge di sostegno a Hong Kong. Irritazione di Pechino

Washington Tacchino e purè di patate ai militari. Un messaggio a sorpresa alla diplomazia mondiale: «I talebani vogliono a tutti i costi un accordo; li stiamo incontrando». Donald Trump era atteso nel suo resort di Mar-a-Lago in Florida. Ieri notte, invece, si è presentato nella base americana di Kabul per festeggiare il Thanksgiving tra i soldati. È accorso anche il presidente dell’Afghanistan, Ashraf Ghani. Le telecamere hanno ripreso Trump mentre serviva la cena in mensa e poi le sue parole, di fianco a Ghani: «Rimarremo qui fino a quando raggiungeremo un’intesa con i talebani, oppure fino alla vittoria totale». Nell’estate scorsa sembrava vicino almeno un cessate il fuoco, in una guerra che dura da 18 anni. Poi il 7 settembre il presidente annullò tutto, come reazione a una sanguinosa strage a Kabul, rivendicata dai talebani. Ora, altra svolta: la trattativa continua.

Nello stesso tempo il poster di Trump, versione Rocky, compare nelle strade di Hong Kong. Giovedì sera circa centomila persone, secondo gli organizzatori, si sono radunate nella Edinburgh Place per festeggiare la firma del presidente americano sul «Hong Kong Human Rights and Democracy Act». la legge di sostegno alle proteste approvata dal Congresso.

Per mesi il leader della Casa Bianca ha preso le distanze dall’iniziativa promossa dal senatore repubblicano Marco Rubio. E anche al momento del via libera finale Trump ha accompagnato un passo politico oggettivamente importante con una dichiarazione ambigua, mettendo di fatto sullo stesso piano il governo di Pechino e i manifestanti della città: «Firmo questa legge per rispetto del presidente Xi e per rispetto delle persone di Hong Kong…sperando che i leader e i rappresentanti della Cina e di Hong Kong siano in grado di comporre le differenza con l’obiettivo di raggiungere pace e prosperità per tutti».

In realtà Trump non aveva altra scelta. Il provvedimento era stato approvato all’unanimità dal Senato, nelle mani dei repubblicani, ed è poi passato alla Camera, controllata dai democratici, con 417 voti a favore e uno solo contrario. Uno schieramento, dunque, in grado di superare anche un eventuale veto presidenziale.

Il provvedimento prevede sanzioni contro «individui che commettono violazioni dei diritti umani a Hong Kong» e impone al Dipartimento di Stato di monitorare il grado di autonomia dell’ex colonia dalla Cina e di riferirne al Congresso con un rapporto annuale. In caso di gravi «violazioni» gli Usa potrebbero cancellare lo status di partner preferenziale, trattando Hong Kong come il resto della Cina, imponendo dazi.

Il governo di Pechino ha convocato l’ambasciatore americano Terry Branstand. E il ministero degli Esteri ha reagito con durezza: «La legge svela sinistre intenzioni e la natura egemonica degli Stati Uniti. Intimiamo agli Usa di non agire arbitrariamente, altrimenti la Cina dovrà contrattaccare fermamente».