TROPPI MORTI IN LOMBARDIA?/ “Non c’entra la sanità ma il virus nascosto in gennaio”

Una ricerca dell’Università San Raffaele mostra che in Lombardia si sono verificati percentualmente meno decessi che a New York e Madrid

Uno studio dei ricercatori di igiene e sanità pubblica dell’Università Vita-Salute San Raffaele sulla diffusione dell’epidemia da Covid-19 in diversi ambiti metropolitani a livello mondiale rivela che, a 30 giorni dall’inizio dell’epidemia, Milano e la Lombardia hanno avuto meno morti che nelle aree di New York (81,2 per 100mila abitanti) e Madrid (77,1 per 100mila). In Lombardia abbiamo invece 41,4 per 100mila. Non solo: Milano è l’unica di queste grandi metropoli a non essere stata investita in modo così massiccio dall’epidemia.  Questi dati, secondo Carlo Signorelli, ordinario di Igiene e Salute Pubblica presso l’Università Vita-Salute San Raffaele e primo autore dello studio, dicono che parlare di eccesso di mortalità in Lombardia è falso.

Abbiamo chiesto un commento a Fabrizio Pregliasco, virologo, direttore sanitario dell’Irccs Istituto Ortopedico Galeazzi di Milano.

La ricerca dell’Università Vita e Salute-San Raffaele mostra che la percentuale di decessi nelle grandi città come New York, Madrid e l’area di Bruxelles è più alta che a Milano e Lombardia. Questo vuol dire che non esiste un “caso Lombardia”?

Il caso Lombardia esiste nel senso che la Lombardia ha vissuto la peculiarità di una situazione epidemiologica che è stata devastante. Ormai ci sono prove che tra dicembre e gennaio sono circolati casi nascosti. Presumibilmente l’epicentro è stato a Codogno, che è centro di logistica importante, con interscambi di persone e dove arrivavano 20mila persone alla settimana dalla Cina.

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L’ipermobilità – persone, lavoratori, densità produttiva, rete dei trasporti – di queste conurbazioni, Milano compresa, che effetti ha avuto sulla diffusione del virus, rispetto ad altre aree più “ordinarie” della provincia italiana o all’estero?

Rispetto ad altre zone abbiamo avuto una situazione particolare, in cui il virus si è diffuso in modo quasi che non ci fosse. Il cosiddetto paziente uno non era il caso uno, ma il primo caso complicato di una situazione complicata. In quella fase non si poteva fare nient’altro.

In che senso?

Dal 21 febbraio in poi abbiamo visto una crescita esponenziale, tutti casi cresciuti in poco tempo dal 20 febbraio. Il primo dato di Codogno parlava di 33 casi, poi diventati 124, 270, 340, 400, 500 fino a mille. Sono peraltro ancora casi sottostimati, perché una gran parte di persone non è arrivata alla diagnosi, ma è deceduta prima.

Questo nel primo periodo?

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Abbiamo avuto una quota importantissima di casi impegnativi che hanno portato a trascurare una serie di persone poi decedute. Tanti anziani sono arrivati tardi in ospedale. Ricordo che in quei giorni i tempi di arrivo erano spaventosi, era una situazione drammatica di cui ancora non ci si rende pienamente conto.

Nelle altre grandi città il coronavirus ha colpito più tardi che in Lombardia. Potevano trarre qualche lezione dall’esperienza italiana?

Sono tutte aree più difficili da gestire. Madrid, New York e la regione dell’Île-de-France hanno caratteristiche simili tra loro. Sicuramente abbiamo fatto errori di gestione, ma sono state messe in atto azioni che alla luce dei livelli di conoscenza che avevamo sono state salvifiche. Gli altri si sono mossi con ritardi da una o due settimane.

Lo studio riconosce “l’efficacia e la sicurezza delle cure erogate dalle strutture ospedaliere che hanno ricoverato i pazienti Covid-19″. Non crede che il modello sanitario lombardo, basato sul sistema pubblico-privato, oggi sotto accusa, in realtà abbia risposto bene di fronte a un’emergenza di drammatica intensità e violenza?

Il pubblico e il privato hanno lavorato in modo sinergico. Posso citare il Galeazzi, che si è reso disponibile come hub per la traumatologia e accogliendo pazienti Covid. In queste accuse non vedo se non elementi strumentali. Che poi tutto questo abbia dimostrato quanto sia necessario coinvolgere i medici sul territorio nel gestire i pazienti cronici conferma che bisogna trovare nuove modalità sanitarie sul territorio.

Finora su Milano gli effetti del Covid-19 sono stati mitigati. Quali sono i rischi da evitare e le misure da adottare per evitare un ritorno improvviso della pandemia?

I danni della pandemia non sono solo la malattia e la morte, ma sono anche psicologici. Bisogna ancora insistere perché ci sia un livello accettabile di rischio e garantire spazi alle terapia intensiva.

Alla luce di questi dati, la Lombardia può rivendicare una fase 2 a partire già da inizio maggio?

Ci vuole una progressione dal 4 maggio. In questo momento purtroppo ci sono state riaperture su disposizioni del tipo silenzio/assenso da parte della prefettura. La priorità va alle aziende e agli ambiti strategici ma con grande attenzione soprattutto alla socializzazione. Le riaperture delle discoteche, per esempio, possiamo scordarcele.