Tracciamento in tilt, migliaia di pezzi perduti nel puzzle dei contagi

Software mai comprati e poco personale. Ricciardi: se non disponiamo di quelle mappe l’epidemia va fuori controllo. «Le Asl — ha detto Ricciardi — non sono più in grado di tracciare i contagi, quindi la strategia di contenimento del virus non sta funzionando. Né manualmente, con le interviste ai positivi al virus sui loro contatti, né tecnologicamente, con l’app Immuni».

Il ministro della Salute, Roberto Speranza, insieme con i suoi tecnici e l’intero governo, aveva spiegato che la fase due sarebbe stata quella delle tre T: tamponi, tracciamenti e trattamento. Se la cura e il numero dei tamponi effettuati sembrano effettivamente dare risultati migliori rispetto a quelli di sei mesa fa (e d’altronde difficilmente poteva essere diversamente), il tracciamento è il sintomo più evidente della débâcle di questa seconda fase. Fallimento certificato ieri dalle parole autorevoli di Walter Ricciardi, il consigliere più ascoltato del ministro della Salute: «Le Asl — ha detto Ricciardi — non sono più in grado di tracciare i contagi, quindi la strategia di contenimento del virus non sta funzionando. Né manualmente, con le interviste ai positivi al virus sui loro contatti, né tecnologicamente, con l’app Immuni».

Ma perché? Cosa è successo? O, meglio, cosa non è accaduto? Ricciardi ha individuato due punti cruciali. Il primo: «Il mancato o ritardato rafforzamento dei Dipartimenti di prevenzione, anche a causa del basso numero di medici igienisti a disposizione». Questo è un fatto. Dovevano arrivare almeno mille assunzioni nei Dipartimenti e invece le Regioni non hanno dato seguito a questa indicazione. Non lo hanno fatto per motivi burocratici (non c’è stata una norma per snellire le procedure di selezione). Non lo hanno fatto perché erano pochi gli specialisti sul mercato. E non lo hanno fatto perché non c’è stata una strategia centrale di coordinamento che spingesse le Regioni su una direzione comune. «Il ragionamento è semplice — spiega uno dei tecnici del ministero, molto critico con chi in questi mesi ha coordinato il rapporto con le Regioni — La questione del tracciamento non poteva essere affrontata su scala locale, com’è evidente. Ma erano necessarie delle linee guide generali e, soprattutto, un’infrastruttura comune». Questo è probabilmente l’aspetto più grave. Il sistema di contact tracing necessita di una piattaforma informatica all’altezza, in grado, da un lato, di catalogare i positivi e, dall’altro, di mappare e incrociare i contatti stretti di ciascun malato in modo tale da ricostruire le «catene di contagio».

Bene, questo lavoro è stato in qualche maniera possibile nella prima fase con numeri bassi. In alcuni casi, con ottimi risultati (in Puglia, per esempio, dove però ieri il governatore Michele Emiliano ha ammesso: «Non siamo più in grado di tracciare i nuovi positivi»); in altri, invece, con più affanni. L’aumento esponenziale dei casi ha però mandato il sistema in tilt. «Se fosse esistito — è stato fatto notare ieri in una riunione dai toni molto accessi — sarebbe stato possibile avere una mappa seria e, invece, ora non siamo in grado di fare alcun tipo di tracciamento».

La situazione è molto diversa da regione a regione: in Emilia Romagna, per esempio, utilizzano software all’altezza, altrove si va avanti con il programma Excel. A questo si deve aggiungere il fallimento di Immuni che nasce non sulla tenuta dell’applicazione (la privacy, per esempio, è assolutamente garantita) ma dal mancato contatto con le Asl: se nessuno carica i codici dei positivi, come accade quasi ovunque, l’applicazione non ha senso.

«Il punto — hanno spiegato per esempio ieri da Napoli, dove ogni operatore del Dipartimento di prevenzione deve seguire circa 200 pazienti: impensabile — è che a inserire quei codici devono essere gli stessi che devono controllare e seguire i positivi. Impossibile