Tornano i fedeli, il Papa: finalmente faccia a faccia, non schermo a schermo

Udienza nel «cortile di San Damaso». Francesco indice per il 4 settembre una giornata di preghiera e digiuno per il Libano: Parolin volerà a Beirut come suo inviato

«Dopo tanti mesi riprendiamo il nostro incontro faccia a faccia, non schermo a schermo: questo è bello»: il Papa ha salutato così le persone tornate a partecipare all’udienza generale del mercoledì, nel «cortile San Damaso», dopo sei mesi durante i quali la pandemia ha obbligato Francesco a rivolgersi ai fedeli via streaming, «ingabbiato» – come ha detto egli stesso a inizio del lockdown – nel chiuso della sua Biblioteca. Jorge Mario Bergoglio ha indetto per il 4 settembre una giornata di digiuno e preghiera per il Libano, annunciando che quel giorno invierà a Beirut, recentemente colpita da un’esplosione che ha devastato la città, il cardinale segretario di Stato Pietro Parolin.

Alcune centinaia di fedeli, tutti con mascherina, sin dalle 7,30 si sono messi in fila al portone di bronzo, sottoponendosi alla misura della temperatura e alla sanificazione delle mani, per partecipare all’appuntamento settimanale con il Pontefice. Anziché piazza San Pietro, dove solitamente si svolge l’udienza quando il tempo è bello, il Vaticano ha optato per l’ambiente più circoscritto del cortile sul quale si affacciano le logge di Raffaello del Palazzo apostolico, sede della Biblioteca del Papa e della Segreteria di Stato. L’antico cortile della cisterna, dove in tempi remoti era collocata la Sala stampa vaticana, è da decenni inaccessibile, di norma, al pubblico, ed oggi si è aperto ai fedeli, collocati su sedie disposte a distanza di sicurezza l’una dall’altra. Quando il Papa è giunto, senza mascherina, è sfilato tra le transenne per salutare i fedeli, senza però avvicinarsi a loro come era sua consuetudine prima del coronavirus e rivolgendosi loro a distanza.

Solo quando ha visto una bandiera del Libano, il Papa si è avvicinato, l’ha presa in mano e l’ha baciata. Segno di quanto ha poi detto a conclusione della catechesi, invitando il sacerdote che portava la bandiera ad avvicinarsi al baldacchino da cui ha presieduto l’udienza: «A un mese dalla tragedia che ha colpito la città di Beirut il mio pensiero va ancora al caro Libano e alla sua popolazione particolarmente provata. Come San Giovanni Paolo II disse in un momento cruciale della storia del paese (lettera del 7 settembre 1989, ndr), anche io oggi ripeto: “Di fronte ai ripetuti drammi, che ciascuno degli abitanti di questa terra conosce, noi prendiamo coscienza dell’estremo pericolo che minaccia l’esistenza stessa del Paese: il Libano non può essere abbandonato nella sua solitudine”.

Per oltre cento anni il Libano è stato un paese di speranza, anche nei periodi più bui della sua storia i suoi abitanti hanno conservato la loro fede in Dio e dimostrato la capacità di fare della loro terra un luogo di tolleranza, rispetto e convivenza unico nella regione. È profondamente vera l’affermazione che il Libano rappresenta qualcosa di più di uno Stato, il Libano è un messaggio di libertà, esempio di pluralismo tanto per l’Oriente quanto per l’Occidente. Per il bene stesso del paese, non possiamo permettere che questo patrimonio vada disperso. Incoraggio tutti i libanesi a continuare a sperare e trovare le forze e energie necessarie per ripartire. Domando ai politici, ai leader religiosi di impegnarsi con sincerità e trasparenza nell’opera di ricostruzione, lasciando cadere gli interessi di parte e guardando la bene comune e al futuro della nazione. Rinnovo altresì l’invito alla comunità internazionale a sostenere il paese per aiutarlo a uscire dalla grave crisi senza essere coinvolto nelle tensioni regionali. In modo particolare mi rivolgo agli abitanti di Beirut, duramente provati dall’esplosione: riprendete coraggio fratelli, la fede e la preghiera siano la vostra forza, non abbandonate le vostre case e la vostra eredità, non fate cadere il sogno di quelli che hanno creduto nell’avvenire di un paese bello e prospero.

Cari pastori, vescovi, sacerdoti, consacrati e consacrate, laici: continuate ad accompagnare i vostri fedeli e a voi vescovi e sacerdoti, chiedo zelo apostolico: vi chiedo povertà – ha rimarcato Francesco – niente lusso, povertà con il vostro povero popolo che sta soffrendo, date voi l’esempio di povertà e di umiltà. Aiutate i vostri fedeli e il vostro popolo a rialzarsi ed essere protagonisti di una nuova rinascita; siate tutti operatori di concordia e rinnovamento nel nome del bene comune di una vera cultura dell’incontro, del vivere insieme nella pace, di fratellanza, quella parola tanto cara a san Fancesco. Che questa concordia sia un rinnovamento nell’interesse comune, su questo fondamento si potrà assicurare la continuità della presenza cristiana e il vostro inestimabile contributo al paese, al mondo arabo e a tutta la regione in spirito di fratellanza fra tutte le tradizioni religiose che ci sono nel Libano.

Per questa ragione – ha annunciato il Papa – desidero invitare tutti a vivere una giornata di preghiera e digiuno per il Libano venerdì prossimo, 4 settembre, e ho intenzione di inviare un mio rappresentante per accompagnare la popolazione: in tal giorno andrà il Segretario di Stato a nome mio e andrà per esprimere la mia vicinanza e solidarietà. Offriamo la nostra preghiera per tutto il Libano e per Beirut, siamo vicini anche con l’impegno concreto della carità come in altre occasioni simili. Invito anche i fratelli e le sorelle di altre confessioni ad associarsi a questa iniziativa, nella modalità che riterranno più opportuna, ma tutti insieme. Ora desidero affidare a Maria, nostra signora di Harissa, le nostre angosce e speranze: sia Lei a sostenere quanti piangono i loro cari e infondere coraggio a tutti quelli che hanno perso le case e con esse parte della loro vita, che interceda presso Gesù affinché la Terra dei cedri rifiorisca e si possa tornare a vivere insieme in tutta la regione del Medio Oriente.

Adesso – ha concluso il Papa – invito tutti, nel possibile, a mettersi in piedi in silenzio e pregare in silenzio per il Libano». Il Papa ha poi dato la parola al sacerdote libanese, che con un breve saluto ha commentato: «La ringrazio, Santità, abbiamo molto bisogno del Suo sostegno e del sostegno della Chiesa universale per dire che non possiamo continuare a vivere così in Libano. Fino ad adesso 180mila cristiani hanno presentato i documenti per l’emigrazione: abbiamo bisogno della sua preghiera, del suo sostegno e del suo amore fraterno. Vi aspettiamo per benedire la nostra amata terra».

Francesco ha proseguito un ciclo di catechesi dedicata al tema «guarire il mondo» e incentrata sulle conseguenze della pandemia, concentrandosi oggi sul concetto di solidarietà: «Il grande mondo non è altro che un villaggio globale perché tutto è interconnesso, però non sempre trasformiamo questa interdipendenza in solidarietà: c’è un lungo cammino tra l’interdipendenza e la solidarietà», ha detto il Papa, sottolineando che «l’interdipendenza, per essere solidale e portare frutti, ha bisogno di forti radici nell’umano e nella natura creata da Dio, ha bisogno di rispetto dei volti e della terra. La Bibbia, fin dall’inizio, ci avverte. Pensiamo al racconto della Torre di Babele che descrive ciò che accade quando cerchiamo di arrivare al cielo – la nostra meta – ignorando il legame con l’umano, con il creato e con il Creatore. È un modo di dire, questo accade ogni volta che uno vuole salire salire salire… senza avere conto degli altri. Ricordo un racconto medievale che descrive questa “sindrome di Babele” quando non c’è solidarietà.

Dice che, durante la costruzione della torre, quando un uomo, erano schiavi, cadeva e moriva nessuno diceva nulla, al massimo “poveretto ha sbagliato ed è caduto”, invece, se cadeva un mattone, tutti si lamentavano. E se qualcuno era colpevole era punito perché un mattone era costoso prepararlo, cuocerlo, c’era bisogno di tempo, lavoro per fare un mattone, un mattone valeva di più della vita umana. Ognuno di noi pensi che succede oggi: purtroppo anche oggi cade qualche quota del mercato finanziario, lo abbiamo visto sui giornali, e la notizia è in tutte le agenzie, cadono migliaia di persone a causa della fame, della miseria, e nessuno ne parla». E, invece, lo Spirito Santo «crea l’unità nella diversità, crea l’armonia. Nel racconto della torre di Babele non c’era l’armonia, c’era andare avanti per guadagnare». Per il Papa, «diversità e solidarietà uniti in armonia, questa è la strada».

A fine catechesi, il Papa ha ricordato con i fedeli polacchi «il 40esimo anniversario degli accordi che – a partire dalla solidarietà degli oppressi – diedero inizio al Sindacato “Solidarnosc” e a storici cambiamenti politici nel vostro Paese e nell’Europa Centrale» ed ha rivolto un pensiero ai giovani che torneranno prossimamente a scuola, rivolgendosi ai fedeli di lingua inglese. Nel salutare i fedeli all’inizio dell’udienza, è tornato a scambiare qualche battuta con i presenti. «Siete tornati a lavoro!», ha detto ai giornalisti presenti. Un fedele gli ha domandato, «come sta?», e il Papa ha risposto, «bene bene!», e al fedele che replicava «preghiamo per lei!», ha risposto, domandando «in favore o contro?». «In favoreee!», la risposta dei fedeli. E così dopo centottantanove giorni – lo ha calcolato Alessandro Gisotti su Vatican News – il pastore è tornato a incontrare il gregge, il Papa è tornato in contatto con il popolo di Dio. «Sono molto contento che ora di nuovo è possibile un incontro personale faccia a faccia nelle udienze generali», ha commentato Bergoglio salutando i fedeli di lingua tedesca: «Come esseri sociali abbiamo bisogno di una tale immediatezza che fa bene all’anima».