Tigray, è strage al mercato: l’Etiopia governa nel sangue

Decine di morti, 64 secondo fonti locali. Addis Abeba: “Colpiti miliziani mascherati da civili”. L’offensiva tra stupri e fosse comuni: “Censurati i testimoni"

Nelle guerre civili le regole non contano: e in Etiopia lo scontro fra governativi e tigrini ha superato ogni limite. Il bombardamento aereo sul mercato di Togoga, nella regione dissidente, martedì, ha causato la morte di una cinquantina di persone, 64 secondo fonti locali. I feriti sono quasi duecento. Erano miliziani del Fronte di liberazione tigrino che indossavano abito civili, dicono i militari etiopici. Secondo il colonnello Getnet Adane, portavoce dell’Esercito, sono state «smantellate» forze legate al Tplf: «Non abbiamo obbiettivi civili».

Al centro dell’attacco, secondo Addis Abeba, c’erano guerriglieri arrivati nel villaggio per ricordare il massacro dei tigrini compiuto nel 1988 dal regime di Menghistu nella città di Hawzen. Le testimonianze raccolte dall’agenzia France Presse parlano di un bombardamento che ha straziato la gente riunita al mercato, nel pieno delle contrattazioni. Ad aggravare la situazione, raccontano i sanitari, è intervenuto il blocco imposto dai governativi alle ambulanze, che non hanno potuto lasciare la zona della strage.

Funzionari delle Nazioni Unite hanno chiesto un’indagine internazionale, sottolineando che se i governativi hanno fermato l’evacuazione dei feriti, è una violazione delle leggi internazionali. In un contesto del genere, si moltiplicano le accuse di chi parla di «genocidio tigrino».

Il raid è partito mentre si contavano i voti delle elezioni politiche, tenute lunedì. Nel Tigray non si è votato, perché la regione aveva già votato, ignorando le proposte di rinvio avanzate dal governo di Abiy Ahmed con il pretesto della pandemia. Lo scontro si è acceso nel novembre scorso, quando Abiy ha ordinato un’offensiva aerea e di terra, accusando il gruppo dirigente del Tplf di aver organizzato attacchi contro caserme delle forze federali. L’avanzata su Makallé ha incontrato poca resistenza, e il gruppo dirigente del Tplf ha deciso di rifugiarsi nella clandestinità, avviando una guerra a bassa intensità che ricorda molto la lotta contro il regime del Derg, guidata a suo tempo proprio dai tigrini.

Ma la conquista del Tigray non è stata indolore, almeno secondo il pochissimo che la comunità internazionale è riuscita a ricostruire. L’informazione che esce dal Tigray è legata alle sole testimonianze coraggiose di operatori di Ong, missionari, attivisti dei diritti umani. E il quadro che ne trapela fa capire perché il governo voglia conservare la censura: le denunce di massacri a freddo, fosse comuni, esecuzioni senza processo e stupri si susseguono.

Il governo di Addis Abeba ha bloccato ogni copertura giornalistica, impedendo l’accesso alla stampa mondiale e tenendo sotto strettissimo controllo quella locale. Chi ha provato a raccontare quello che sta succedendo, ha dovuto lasciare il Paese: è successo al corrispondente del New York Times, evidentemente troppo in vista per essere colpito, e così è accaduto anche all’analista dell’International Crisis Group. Per i cronisti locali che si azzardano a fare il loro lavoro, vale l’esempio del reporter tigrino Dawit Kebede, premio CPJ del 2010, che ha pagato la sua scelta con la vita.