TERZA GUERRA MONDIALE/ Usa e India più vicine, la Cina teme l’accerchiamento

Usa e India sono in riavvicinamento e la Cina si sente accerchiata. Perciò stringe legami con il Pakistan per la Nuova via della Seta e si prepara a reagire. Al netto della propaganda cinese, però, la strategia del governo di Pechino al momento sembra essere più assimilabile a una lotta per la sopravvivenza, in cui è fondamentale uscire dall’accerchiamento americano che per tutto questo 2020 si è fatto sempre più opprimente. Anche a costo di iniziare un anacronistico conflitto a bastonate fra potenze nucleari

“Non so come si combatterà la terza guerra mondiale, ma so che la quarta si combatterà con pietre e bastoni”. Una frase di Einstein presa molto seriamente dai soldati cinesi e indiani, che dall’inizio di maggio, per più volte si sono sfidati a bastonate nella zona di Galwan, nel Ladakh, Himalaya occidentale. Scontri che hanno portato nella notte del 16 giugno a un conflitto combattuto con mazze ferrate e lance di bambù – un accordo del 1998 prevede che le truppe di confine non siano armate – e che avrebbero portato a venti vittime fra i soldati indiani e un numero non conosciuto di soldati cinesi.

Al momento risulta ancora difficile valutare le cause dello scontro avvenuto, che ha seguito una de-escalation che sembrava aver calmato gli animi, ma è il più cruento avvenuto dal breve conflitto del 1962, passato alla storia con il nome Guerra sino-indiana, da quando, cioè, il territorio dell’Aksai Chin è diventato cinese. Molti analisti tendono a circoscrivere lo scontro avvenuto nel contesto instabile delle dispute di confine che periodicamente animano la Linea attuale di controllo (Lac), che con la Linea McMahon separa le due principali potenze asiatiche.

Sebbene siano tante le ragioni che legano i destini di India e Cina, i tempi di Chindia sembrano lontani. Se il XXI sarà il secolo asiatico, non lo sarà in virtù della convergenza di interessi che presupponeva il fantasioso portmanteau che aveva entusiasmato tanti commentatori. La complementarietà nello sviluppo economico delle due potenze asiatiche, che è stato uno dei fattori propulsivi della globalizzazione, non ha più ragione d’esistere. Una funzionalità reciproca che connetteva un paese specializzato in servizi ad alto tasso tecnologico a uno che di fatto ha funto da opificio del mondo; il software e l’hardware della globalizzazione a matrice asiatica che ha funzionato a pieno regime fino all’inasprimento della crisi iniziata nel 2007-2008.

Il protagonismo su scala globale della Cina, di cui la Belt and Road Initiative (Bri) rappresenta la proiezione geopolitica, ha legato in modo indissolubile il paese del Dragone al Pakistan, facendo crescere la tensione con l’India. Una partita in cui in gioco è lo sbocco sull’Oceano Indiano, che rappresenta per la Cina una questione di sopravvivenza, vista la superiorità della talassocrazia americana, che oltre a controllare tutti i choke point principali dal Mar della Cina fino al Mediterraneo, continua – a dispetto delle aspettative cinesi – a mantenere saldo il controllo di Taiwan.

Se a queste considerazioni aggiungiamo il fatto che la Cina ormai punta a un ruolo di leader anche nel campo delle tecnologie digitali, possiamo comprendere che il connubio che legava i due giganti asiatici è destinato a vacillare. Se per molte aziende cinesi il mercato indiano rappresenta uno sbocco molto importante – come sembra confermare il caso di Oppo, che ha dovuto sospendere il lancio di un prodotto progettato per il mercato indiano dopo il montare delle proteste anti-cinesi che hanno seguito gli scontri di confine – la visita nel febbraio di quest’anno di Trump al presidente indiano Narendra Modi, rappresenta una profonda discontinuità per gli equilibri geopolitici. Una svolta che, se ha destato scarsa attenzione da parte degli analisti nostrani, di certo non è passata inosservata dalle parti di Pechino.

L’incontro fra il presidente americano e quello indiano va oltre gli immediati interessi elettorali di Trump, che sembra riscontrare un discreto favore fra gli elettori di origine indiana, e chiude una fase di progressivo avvicinamento fra Usa e India, iniziato nel 2018 con “L’accordo per la compatibilità e la sicurezza nelle comunicazioni” dalle evidenti implicazioni per la sfera dell’intelligence e che è proseguito con la cessione di ingenti forniture militari all’esercito indiano. Un processo che ha reso l’India un componente fondamentale dell’alleanza informale con Usa, Giappone e Australia, il Quadrilateral Security Dialogue (conosciuto anche come Quad). Un forum strategico basato sulla condivisione di informazioni e che ha portato recentemente a imponenti esercitazioni militari.

L’intento di contenere l’espansione cinese è evidente e se aggiungiamo il fatto che a seguito della pandemia in atto nell’orbita del Quad sono entrate anche la Corea del Sud e il Vietnam, è facile intuire il motivo del crescente nervosismo cinese. Quando l’India ha revocato l’autonomia  dello Jammu e del Kashmir – lo Stato di cui fa parte la regione in cui sono avvenuti gli scontri di confine dei giorni scorsi – Pechino ha immediatamente fatto sentire la sua voce, schierandosi apertamente a favore del Pakistan, poiché vedeva minacciata la continuità del corridoio economico fra Cina e Pakistan (Cpec), forse il progetto più importante per la Bri, che in teoria dovrebbe collegare lo Xinjiang  – ennesimo teatro caldo della zona – con il porto di Gwadar, sul Mar Arabico. Un contesto che, se aggiunto all’instabilità di Hong Kong e alla questione di Taiwan, fa aumentare la percezione cinese di essere vittima di un accerchiamento.

D’altro canto l’opinione pubblica indiana si è più volte interrogata circa la possibilità di un sostegno degli Stati Uniti in un conflitto armato con la Cina. Quello che sembra certo è che l’India non ha più timori reverenziali nei confronti di Pechino, come dimostra la decisione di bandire TikTok, WeChat e altre 47 applicazioni cinesi. Il tutto mentre i due eserciti continuano silenziosamente ad ammassare truppe a ridosso della Lac, dando corpo al crescente revanscismo dell’opinione pubblica indiana e ai timori cinesi, che vedono dietro la crescente attività indiana l’ombra degli Usa.

Lo scontro avvenuto sull’altopiano tibetano a quote che raggiungono i 5000 metri, può avere meno appeal della questione di Hong Kong, ma agli occhi dei cinesi rappresenta un fronte di uguale importanza strategica, poiché anch’esso è stato reso instabile da quella che è stata definita la “Dottrina Pompeo”, dal nome del Segretario di Stato americano che, nel momento in cui si decide di stornare truppe e mezzi dalla Germania, destina sempre più risorse al contenimento della Cina.

A Pechino non sembra una coincidenza il fatto che la tensione con l’India sia cresciuta nei giorni in cui il Senato americano ha approvato l’Hong Kong Autonomy Act, anche perché, esattamente come nella vicenda di Hong Kong, la disputa di confine con l’India mette la Cina di fronte al suo passato fatto di umiliazioni, in cui ha dovuto subire confini imposti dalle potenze occidentali, da quando, cioè, con l’accordo di Simla del 1914 la Gran Bretagna impose la sua egemonia sul Tibet.

Con la guerra sino-indiana la Cina iniziò il suo riscatto, strappando all’avversario parte dei territori che da sempre considerava suoi e ora palesa la sua intenzione di riprendere quella strada, reagendo a quelli che reputa attacchi alla sua sovranità e sicurezza.

Al netto della propaganda cinese, però, la strategia del governo di Pechino al momento sembra essere più assimilabile a una lotta per la sopravvivenza, in cui è fondamentale uscire dall’accerchiamento americano che per tutto questo 2020 si è fatto sempre più opprimente. Anche a costo di iniziare un anacronistico conflitto a bastonate fra potenze nucleari