Terrorismo mediatico quotidiano per scaricare le colpe sui cittadini

Scaricare sui cittadini le colpe di chi gestisce la cosa pubblica è un vizio antico, che però, in situazioni tragiche si amplifica, fino a innescare il classico gioco di terrorizzare la gente per spingerla ad accettare di buon grado restrizioni e rinunce alle libertà fondamentali. I media sono protagonisti di questa strategia, sin dall'inizio della pandemia

Lunedì il premier Mario Draghi, in occasione della Festa delle donne, ha prodotto un videomessaggio nel quale, con postura statica e linguaggio fermo, ha cercato di rincuorare l’opinione pubblica e di aprire un varco alla speranza. A un anno dal primo lockdown non si vede affatto l’uscita dal tunnel, anche perché, quando quell’uscita si materializzerà, coinciderà con l’ingresso in altri tunnel, quello della crisi socio-economica nera e dei drammi psichici ed esistenziali per milioni di persone.

A pagare dazio saranno in particolare le persone più fragili emotivamente e quelle appartenenti alle categorie più disagiate, dai disabili ai disoccupati. Ad esse, però, ha certamente già dato il colpo di grazia un circuito mediatico che, in particolare dalla seconda ondata del Covid in poi, ha puntato tutto sul terrorismo (non solo per ragioni di audience), mirando a colpevolizzare l’opinione pubblica più di quanto non abbiano fatto gli atteggiamenti spocchiosamente paternalistici del precedente governo e di alcuni governatori. Scaricare sui cittadini le colpe di chi gestisce la cosa pubblica è un vizio antico, che però, in situazioni tragiche come quella che stiamo vivendo, si amplifica, fino a innescare il classico gioco di terrorizzare la gente per spingerla ad accettare di buon grado restrizioni e rinunce alle libertà fondamentali.

Mesi fa il Corriere della Sera pubblicò in prima pagina il racconto di un malato di Covid che asseriva di essersi contagiato nel bagno di un aereo. Nulla di dimostrato, nulla di scientificamente documentabile, ma la cartina al tornasole del lucido e riconoscibile disegno “fobocratico” che su scala mondiale, anche con la complicità di certi media, punta a scardinare gli assetti di potere esistenti e a plasmare l’opinione pubblica secondo le nuove ideologie del green, del digital e dell’inclusione sociale.

Ieri Repubblica ha toccato l’acme del terrorismo mediatico. Non bastano più i titoloni in prima pagina su mortalità alle stelle (bassissima nelle fasce d’età under 60, ma non lo dice nessuno), terapie intensive al collasso (nelle regioni messe peggio c’è ancora la metà dei letti vuoti, ma non lo scrive nessuno), esplosione dei contagi (ma di che tipo? Quanto gravi? Non ce lo dice nessuno). Ora bisogna toccare le corde più delicate dell’animo umano per far accettare i nuovi lockdown alle porte. E allora via con l’album allegato al giornale, anzi che avvolge la prima pagina del giornale. Il titolo non lascia spazio a dubbi di sorta: 100.000. Sono gli italiani morti con il Covid in un anno. Ci sono i volti di molti di loro, ovviamente non tutti. Si ricorda che dopo la Seconda guerra mondiale non c’è mai più stata una strage di tale entità, con così tante vittime. Uno scenario apocalittico che turba la psiche delle persone e prepara la strada a nuove strategie di consolidamento del potere spacciate per strategie di contrasto alla pandemia. Eppure in Italia muoiono ogni anno circa 650.000 persone di altre patologie e in circostanze anche molto tragiche, ma nessuno se ne è mai ricordato con tale enfasi commemorativa. La pietas la meriterebbero tutti i morti, ancor più in un’ottica cristiana.

Eppure l’informazione cosiddetta di qualità, cioè prodotta professionalmente da giornalisti iscritti all’Ordine e che sono obbligati al rispetto delle regole deontologiche che loro stessi si sono dati, dovrebbe essere imperniata su altre premesse. Proprio tre mesi fa il Consiglio nazionale dei giornalisti ha approvato una modifica al Testo unico dei doveri del giornalista del 2016 per introdurre elementi di ulteriore sobrietà nell’informazione medico-scientifica: evitare allarmismi e sensazionalismi, ancorare le valutazioni di patologie ed epidemie a inoppugnabili evidenze scientifiche e non a opinioni, pur autorevoli, ma non ancora avvalorate da fatti concludenti.

Tutto quello che invece hanno fatto molte trasmissioni televisive e gran parte dei quotidiani cartacei più diffusi è stato alimentare la “religione del lockdown” (ieri si è parlato con insistenza della necessità di riprodurre “il sistema Codogno”, con chiusure totali), assecondare ogni spinta drammatizzante, accreditare il pensiero unico del Covid che propone un invitante trade-off tra allontanamento di ogni rischio di Covid e azzeramento di tutte le libertà: non soffri perché non rischi il covid, ma in cambio rinunci a vivere. Si rinuncia quindi a vivere per paura di morire di un virus che in Italia, anche e soprattutto perché non curato a casa nello stadio iniziale, ha ucciso in media 300 persone al giorno, mentre ogni anno ne muoiono poco meno di 2.000 al giorno per altre cause.

I media non possono rinunciare ad esercitare lo spirito critico per diventare megafoni  di questa manipolazione. Dovrebbero, in questo contesto più che mai, dimostrare professionalità e stimolare un dibattito sugli errori fatti sin qui dai governi, in Italia e in altri Stati, nella gestione dell’emergenza pandemica, e sui rimedi per convivere con il virus senza uccidere la socialità e la vitalità di cittadini, famiglie, imprese. E’ chiedere troppo?