Terremoto nel cuore dell’impero

Quando il segretario generale della Nato chiede che sia rispetto il voto democratico negli Stati Uniti, è segno che a Washington D.C. sta accadendo qualcosa di epocale. Sono frasi che si sentono per Paesi sull’orlo del collasso, teatro di guerre civili o golpe militari. Non è certo all’America che si pensa quando il capo dell’Alleanza atlantica chiede, tra le righe, di deporre le armi. E invece è proprio lì, al suo vertice, nel cuore pulsante degli Stati Uniti, che il mondo occidentale ha ricevuto uno dei suoi colpi più duri, che mette a nudo i grandi abissi dietro il suo cardine principale: la democrazia.

Non è una questione di poco conto. Gli Stati Uniti hanno costruito nei decenni l’immagine di una potenza benefica il cui principio base di ogni azione era la civilizzazione del mondo. Da una parte l’ordine liberale e democratico, dall’altra la barbarie: senza distinzioni, senza giustificazioni, senza lungimiranza. Il destino manifesto si ergeva a ideologia del mondo, che identificava il bene e il male. E questa distinzione maniche andava esportata anche altrove, assimilando l’espansione Usa all’espansione del “mondo libero”.

La storia però, si sa, è continuamente maestra. Nessuno credeva che un uomo vestito da capo tribù sarebbe entrato con una banda di esagitati all’interno di Capitol Hill occupando il “trono” della democrazia Usa. E questo è forse il segno che la “fine della Storia” in realtà non è proprio così scontata come molti credono. Ma questa certezza è anche l’anticamera di altri pensieri, forse meno immediati: il mondo come noi lo conosciamo non è un blocco di granito, ma è ancora malleabile. Modificabile col passare del tempo e soprattutto con i cambiamenti – grandi e piccoli – che accelerano dinamiche che sembravano più lente.

La crisi degli Stati Uniti come potenza benefica, come Impero del bene, erano evidenti da diversi anni. Le guerre infinite – proprio per esportare la democrazia e l’ordine liberale – mescolate con una società sempre più instabile e polarizzata hanno prodotto un’immagine dell’America ben diversa da quella che avevano le generazioni precedenti. Oggi gli Stati Uniti non sono più il simbolo di un mondo migliore, non rappresentano più quell’attrazione che per più di un secolo aveva prima affascinato milioni di emigranti e quella potenza che intimoriva milioni di cittadini di tutto il globo. Washington non è più da anni la capitale morale dell’Occidente né la stella polare dell’ordine internazionale. Nella grande transizione geopolitica che viviamo in questi anni, il “ritiro strategico” messo in atto dagli Usa per disimpegnarsi da alcuni contesti è andato di pari passo anche con un indebolimento dell’astro americano. E la superpotenza che pensava, dopo la Guerra fredda, di controllare un pianeta unipolare, si ritrova ora a essere una potenza di un sistema quantomeno bipolare o forse anche multipolare, dove non esiste più il primato civilizzatore di un Paese sugli altri.

Difficile dire se quanto accaduto ieri, con quattro persone uccise in Campidoglio, un presidente che incita i manifestanti e con le immagini di un assalto al parlamento, possa avere ripercussioni sul lungo termine così importanti. La democrazia americana è costruita su pilastri solidi e non è detto che questo episodio non sia in realtà il volano di una spinta nuova, con una propulsione che nasce proprio da questo scontro interno. Nicolò Machiavelli nei suoi “Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio”, ricorda come “le buone leggi [nascono] da quelli tumulti, che molti inconsideratamente dannano”. E chissà che questi tumulti di Washington del 2021 non siano portatori di qualcosa di nuovo che modifichi in meglio la repubblica.

Resta però il vulnus, che almeno nell’immediato, ha mostrato l’America. Il sangue che ha bagnato il tempio della democrazia non è qualcosa che si lava facilmente. Quello che ne scaturisce è un Paese facilmente penetrabile, che si può colpire dritto al cuore della sua vita democratica, che mostra non solo caos all’interno della popolazione ma anche tra le sue stesse autorità. Il presidente è  sotto accusa. La violenza la fa da padrona. Una superpotenza dai piedi d’argilla, che si trova a dover confrontarsi con rivali strategici che hanno certamente problemi di altra natura ma che si sentiranno d’ora in avanti legittimati a vedere Washington con occhi diversi. Non quelli del rispetto della capitale morale dell’Occidente, ma come quelli di una qualsiasi capitale fustigata da crisi strutturale e di identità. La ferita si rimarginerà nel tempo: ma oggi gli Stati Uniti hanno mostrato un buco, una crepa in quella che è il loro vanto, la democrazia. Il pilastro del loro impero.

Scatteranno le indagini per capire chi sia il colpevole di tutto questo. Donald Trump? Certo che sì, visto che fino a poco prima dell’assalto inneggiava a marciare sui luoghi del potere. E che adesso qualcuno vuole anche rimuovere definitivamente dalla Casa Bianca mettendolo in stato d’accusa.

I democratici possono però considerarsi solo vittime? Questa volta non sono certo direttamente responsabili, ma anche loro ai tempi dell’esplosione del Black Lives Matter hanno dimostrato di saper soffiare sul fuoco della rivolta. Ed è chiaro che – al netto delle gravi colpe di Trump – sia l’intero sistema politico Usa ad aver fallito.

Più materialmente: si poteva evitare a livello tecnico un assalto di questo tipo al cuore delle istituzioni americane? Sicuramente. E quindi cosa è successo tra i vari dipartimenti di intelligence e forze dell’ordine per far sì che un esercito di scalmanati saccheggiasse il tempio del “mondo libero”? Che ci fossero quattro omicidi dove la morte non dovrebbe arrivare?

Le risposte arriveranno nel tempo. Intanto quello che è certo è che oggi l’America si sveglia più debole. E con lei una certa idea di Occidente.