Te Deum laudamus per la fede incrollabile dei cristiani nigeriani

Un prete di Maiduguri racconta lʼinattesa fioritura del popolo cristiano nigeriano in mezzo alle indicibili atrocità perpetrate dagli islamisti. La città di Maiduguri è sovrappopolata, con oltre 3 milioni di abitanti che vivono in ignobili campi profughi in scarse condizioni igieniche. E anche se la vita sembra riprendere, il morale della gente è peggiorato e soltanto parlando con la gente incontrata per strada si comprende l’angoscia, la frustrazione, la miseria e la rabbia.

È in un ambiente tanto ostile, tuttavia, che viviamo e ci muoviamo ed esistiamo. Vivere qui significa proclamare con coraggio che davvero Dio è vivo e la sua misericordia supera qualunque nemico. E così, pur perseguitati e vessati, noi cristiani abbiamo trovato in queste macerie di dolore una perla preziosa: la nostra fede vissuta in comunione tra noi.

Sono passati dieci anni da quando nel luglio 2009 sono iniziati i violenti attacchi di Boko Haram a Maiduguri, capitale dello Stato del Borno, Nigeria. A oggi, la violenza e l’orrore continuano a infuriare senza tregua in aree significative del Nordest.

Gli sforzi dell’esercito nigeriano hanno solo fatto spostare i terroristi di Boko Haram nella foresta di Sambisa e ai margini delle città al confine tra Nigeria, Niger e Chad, dove proseguono le loro scorrerie contro bersagli facili. Sebbene il presidente nel novembre 2018 abbia dichiarato che i terroristi di Boko Haram sono stati tecnicamente sconfitti, a un anno da allora i terroristi continuano a scatenare il caos sui civili innocenti.

Gli attacchi di Boko Haram hanno interessato la zona nord-orientale del paese, lo Stato del Borno è il più colpito e la popolazione cristiana è la vittima principale degli attentati. Maiduguri, un tempo nota come culla della pace, è oggi teatro di guerra. Attraversando in auto le città lungo la strada da Damaturu a Maiduguri, si avverte un’aria inquietante di abbandono, terrore e degrado totale. Chi deve recarsi da Maiduguri a Gwoza recita il suo nunc dimittis perché quello che lo attende è il 50 per cento di possibilità di morire. La strada principale è disseminata di mine. Ogni giorno i soldati devono compiere perlustrazioni per liberare la via a chi osa percorrerla.

La città di Maiduguri è sovrappopolata, con oltre 3 milioni di abitanti che vivono in ignobili campi profughi in scarse condizioni igieniche. E anche se la vita sembra riprendere, il morale della gente è peggiorato e soltanto parlando con la gente incontrata per strada si comprende l’angoscia, la frustrazione, la miseria e la rabbia.

È in un ambiente tanto ostile, tuttavia, che viviamo e ci muoviamo ed esistiamo. Vivere qui significa proclamare con coraggio che davvero Dio è vivo e la sua misericordia supera qualunque nemico. E così, pur perseguitati e vessati, noi cristiani abbiamo trovato in queste macerie di dolore una perla preziosa: la nostra fede vissuta in comunione tra noi.

Il coraggio sotto il fuoco

Dieci anni dopo il primo attacco dei terroristi/ribelli, la situazione resta cupa. I cristiani sono ancora sotto assedio. Le città principali hanno ancora il coprifuoco tra le 10 di sera e le 6 di mattina. Altri villaggi sono copie delle città fantasma dei film horror. Guidando da Shuwa a Madagali mi sentivo avvolto da orrore e apprensione. Dovevo fermarmi spesso per attendere che qualcuno proveniente dalla direzione opposta confermasse che la strada era percorribile. Inoltre dovevo sempre tenere gli occhi aperti per scrutare la boscaglia ai lati della strada, in caso di imboscata.

Molte case sono bruciate e distrutte. Sul ciglio della carreggiata file di veicoli carbonizzati abbandonati e qualche sparuto animale randagio. Per le strade mi divorava un senso di morte, ovunque su di me aleggiava il vuoto. Era come entrare in una caverna senza torcia. Facevo ogni passo con grande attenzione. Qua e là c’erano dei checkpoint militari. Ogni volta scendevo dall’auto, aprivo da me la barriera e la richiudevo dopo averla attraversata. Gli esami a cui sono stato sottoposto mi facevano domandare se fossi ancora un nigeriano. L’atmosfera è spaventosa, l’ambiente trasmette ostilità.

La gente che si incontra appare stanca. Molti si sentono abbandonati e isolati. La vita sociale è ridotta al minimo. Per queste città tra Madagali e Gwoza il coprifuoco inizia alle 4 del pomeriggio. Molti hanno lasciato le loro case e fattorie e si sono trasferiti nelle città più grandi in cerca di protezione, vivono in abitazioni affollate da 15-25 persone o finiscono in campi profughi per gli sfollati interni. La situazione in quei posti è indegna. Fame ed epidemie sono la normalità. Donne, bambini e anziani sono lasciati alla misericordia di Dio e al valore dei soldati che pattugliano le strade per tenere a bada i ribelli predatori.

Rendo onore al coraggio dei soldati che vivono in mezzo a questo caos, rischiando di essere attaccati in ogni momento. Vivere in un ambiente del genere significa domandarsi perché l’uomo è capace di infliggere tanto male agli altri uomini. Per dirla con Thomas Hobbes, davvero l’uomo è un bruto! Una sciagura per la sua specie.

Le mie chiacchierate con le poche donne anziane a Madagali mi hanno messo faccia a faccia con la profonda angoscia, la frustrazione e la rassegnazione di questa gente. Ognuna delle donne con cui ho parlato aveva visto la morte di un membro della famiglia. A volte i funerali si sono celebrati di notte in mezzo ai pericoli. A Gwoza, alcune persone sono state seppellite in fosse comuni scavate male. Molti sono scappati diverse volte nella foresta per cercare riparo quando i ribelli di Boko Haram attaccavano. Derubati di ogni speranza, vivono nella disperazione, avvolti nell’assenza di un senso.

Una donna, mentre stavo interrompendo la fosca conversazione con lei, ha aggiunto parlando nel dialetto locale: «Dio è rimasto qui per noi! Chi sarebbe sopravvissuto a tutte quelle sparatorie e a quei disordini terribili? Molti sono morti perfino per conseguenze come malori e ipertensione, anche loro sono vittime di quelle calamità. Noi siamo vivi non solo per raccontare i fatti, ma per ringraziare Dio. Chi avrebbe potuto conservarci in vita se non Dio?». Quelle parole mi hanno scosso nel profondo, era tempo che non sentivo una testimonianza così commovente, resa ancor più bella dalla convinzione con cui parlava quella donna.

In mezzo a questa cupa realtà, nell’oratorio della parrocchia di St. Denis oltre 600 bambini si radunano sotto una veranda fatta di zinco bruciato per andare a scuola. La gioia e l’entusiasmo di questi bambini è stupefacente. Ogni giorno percorrono lunghe distanze per venire qui a imparare. La ragione ultima per cui Boko Haram perseguita i cristiani (per contrastare la civiltà occidentale) è la ragione per cui questi bambini scelgono di sfidare tutte le avversità per andare a scuola. La canzone che hanno cantato al mio arrivo ricordava le meraviglie del salmista: «Con la bocca di bambini e lattanti lodate il Signore per ridurre al silenzio nemici e ribelli» (Sal 8,2).

In una situazione così disumanizzante, tanti ancora vanno in chiesa. La domenica a Shuwa, Gulak, Madagali e Pulka, si incontrano migliaia di persone sotto gli alberi e le tettoie, mentre le loro voci si innalzano potenti verso i cieli e i loro canti riecheggiano le meraviglie del Signore. La loro speranza è mantenuta in vita nella ricerca quotidiana di un significato attraverso la lettura della Bibbia e il Pane spezzato. Le loro chiese sono bruciate e rase al suolo, eppure essi continuano a venire da lontano e a riunirsi attorno al piccolo tavolo di legno per ascoltare la parola di Dio e condividere l’Eucarestia. Si rivede l’immagine della Chiesa delle origini dove «erano perseveranti nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere» (At 2,42). La loro forza viene dal portare i pesi gli uni degli altri.

L’aumento della partecipazione alle attività religiose è sempre più vasto e intenso. Lo stesso avviene in tutta la nazione. In questa situazione così dura, la Conferenza dei vescovi cattolici ha parlato e agito di comune accordo, alzando la voce contro la discriminazione dei cristiani. Con comunicati e programmi di preghiera organizzati in tutto il paese, i cattolici hanno fatto processioni del rosario per chiedere l’aiuto divino. Sono state organizzate manifestazione per denunciare le uccisioni di cristiani. Sono state realizzate collette per sostenere la chiesa di Maiduguri, recentemente è stato messo in piedi un gruppo di dialogo per affrontare gli scontri tra fazioni in guerra negli Stati di Taraba e Benue.

Nella diocesi di Maiduguri, il Sacro Monte della Croce di Ghubazhi è divenuto centro di attrazione e di pellegrinaggi per parrocchie e associazioni devote. Si tengono ogni anno nel mese di marzo eventi per pregare e rendere onore agli eroi della Chiesa caduti. Questi fatti hanno accresciuto la devozione dei cattolici e alimentato l’unità tra i credenti.

Una recente visita del vescovo di Maiduguri, monsignor Oliver Dashe Doeme, agli sfollati interni di Pulka ha portato nuova speranza e vita all’interno dei campi tra migliaia di rifugiati. Più di 2.000 bambini sono andati a incontrarlo, mentre le donne danzavano e gridavano in lingua hausa: «Il nostro vescovo si interessa a noi, sia lode al Signore». Nulla può spiegare una simile estasi se non la presenza di Dio.

I predoni fulani

Come se non bastasse la persecuzione di Boko Haram, con l’avvento al potere del presidente Buhari nel 2015, ha acquisito una dimensione nuova l’antica rivalità che esisteva da molti anni tra i pastori nomadi fulani di origine islamica e le popolazioni sedentarie rurali a maggioranza cristiana.

Prima di oggi, i fulani, generalmente nomadi, si erano scontrati con le popolazioni rurali dando vita a lotte tra comunità, spesso sanguinose. Con le crescenti sfide poste dal cambiamento climatico, la perdita delle vie di passaggio per le mandrie, il prosciugarsi del bacino del lago Chad e la scarsità di pascoli, i fulani si sono ridotti a sguinzagliare il loro bestiame sui campi di queste comunità cristiane indigene. Molti contadini devono affrettare i raccolti perché i fulani hanno iniziato a presentarsi nelle fattorie perfino prima che i raccolti siano conclusi.

Ora gli scontri sono diventati sempre più religiosi. La zona più duramente colpita da questa rivalità è la cintura centrale che comprende gli Stati di Plateau, Benue e Nassarawa, lo Stato di Southern Kaduna così come parti degli Stati di Enugu e Kogi. Centinaia di case di cristiani sono state date alle fiamme e devastate, i prodotti dei loro campi distrutti dal fuoco o dati in pasto al bestiame. Le giovani vengono violentate e uccise, mentre le donne incinte vengono sventrate e ammazzate nei modi più orribili. Aree come la provincia di Sanga nello Stato di Kaduna e Kajuru, dove 44 persone sono state assassinate e migliaia messe in fuga, Riyom e Barikin Ladi nello Stato di Plateau e Gboko nel Benue hanno assistito a pene e orrori di proporzioni inaudite.

Dagli ultimi attacchi contro i cristiani da parte dei pastori fulani, le vittime registrate sono oltre 1.600, 300 mila gli sfollati interni nel solo 2018. Il 24 febbraio 2018, due preti cattolici, Felix Tyolaha e Joseph Gor, sono stati brutalmente assassinati insieme a 13 altri parrocchiani mentre celebravano la Messa mattutina. Questo fatto ha provocato la collera della Chiesa cattolica nigeriana, che il 22 maggio del 2018 ha organizzato Messe e manifestazioni per condannare l’uccisione di cittadini del Benue a opera dei fulani. Un altro prete, padre Paul Offu, è stato ucciso da uomini armati il 1° agosto 2019. In tutti questi omicidi il presidente Buhari, che si dà il caso essere di origini fulane, ha evitato di condannare gli attacchi dei fulani. Questa inerzia studiata da parte del governo ha incoraggiato i fulani che scatenano la loro furia omicida e devastano le proprietà con la certezza dell’impunità.

I sacrifici compiuti

Come cristiani del Nordest e di tutta la Nigeria abbiamo fatto enormi sacrifici. L’effetto combinato degli attacchi di Boko Haram e dei fulani ha lasciato scie di sangue, sofferenza e cari perduti, danni economici giganteschi, sparizioni e sequestri. Eppure pensiamo che tale sacrificio giustifichi la nostra fede in Gesù. Come dice san Paolo, vivere è Cristo e morire un guadagno. Vivere in mezzo a violenza e morte può togliere la speranza, la dignità e perfino il senso. La nostra gente vive e sperimenta il dolore e così l’assenza di un significato è diventata pervasiva, ma la nostra fede è diventata una solida roccia, un’ancora a cui ci attacchiamo.

Se il Signore non fosse rimasto al nostro fianco quando gli uomini si sono sollevati contro di noi, ci avrebbero inghiottiti vivi. Come un uccello, la nostra vita è sfuggita alla trappola del cacciatore. La ferocia e l’enormità della persecuzione dei cristiani in Nigeria è tanto brutale quanto travolgente, eppure da molte parti è la sottigliezza a renderla più letale. Gli attacchi sono rivolti contro i cristiani. Le case, i negozi, le chiese e le fattorie dei cristiani sono presi di mira e distrutti. Molti commercianti di estrazione cristiana sono stati uccisi, i loro affari mandati in fumo.

Qualunque nostra chiesa la domenica è sempre piena di gente. Invece che morire nell’isolamento e nella paura, abbiamo trovato la ragione per stare insieme. Il sostegno comunitario e sociale genera indubbiamente una forte coesione. Troviamo conforto nella presenza gli uni degli altri e nella presenza di Dio in mezzo a noi. Adesso è cambiato perfino il modo di fare adorazione. Vedo ogni volta preghiera sincera e impegno con i valori cristiani. La nostra fede adesso ha più significato. Mentre nella società ci sentiamo abbandonati e minacciati da diversi elementi ostili, troviamo compimento e conforto nella presenza di Dio. Come la nube che proteggeva Israele dalla calura del sole nel deserto, il Signore ci offre una speranza costante. In Lui confidiamo e troviamo gioia.

La persecuzione dei cristiani in Nigeria ha raggiunto inedite proporzioni e intensità. In passato era privazione ed emarginazione, oggi sono omicidi, sequestri, quasi uno sterminio. La cosa triste è che il più delle volte il mondo tace. Il nostro governo chiude un occhio e finge che si tratti di banali scontri. Ma è persecuzione dei cristiani nel vero senso della parola. Come ha osservato il rapporto 2018 di Aiuto alla Chiesa che soffre, il cristianesimo è la religione più perseguitata al mondo. La Nigeria è fra i primi cinque paesi con le forme più violente di persecuzione.

In tutti questi posti, quello che possiamo fare è ripetere: «Ci affatichiamo lavorando con le nostre mani. Insultati, benediciamo; perseguitati, sopportiamo; calunniati, confortiamo; siamo diventati come la spazzatura del mondo, il rifiuto di tutti, fino ad oggi» (1Cor 4,12-13). Mentre siamo disprezzati e messi a morte, ogni giorno il Signore aumenta il nostro numero. Ogni giorno troviamo ragione per lodare Dio. Invece di spezzarci, la sofferenza ci incoraggia. Siamo diventati più forti e più uniti.

Ogni incontro con fedeli laici testimonia la presenza reale di Cristo. Davvero nella Chiesa perseguitata abbiamo visto Cristo presente. I sacerdoti e i religiosi della diocesi di Maiduguri che lavorano con la gente assistono alla crescita del nostro popolo nella fede. Invece di vivere nella paura, la nostra gente sfida ogni avversità, viene in chiesa, partecipa attivamente e in gran numero alle cerimonie religiose e continua a resistere contro qualunque forma di oppressione. Nel pane che spezziamo, nei pesi che sopportiamo, nelle parole di conforto alle vedove e agli orfani, Cristo continua a camminare e a operare tra noi. Ci sentiamo profondamente uniti a Lui nei Suoi patimenti. Gli uomini e le donne, i bambini e i giovani che quotidianamente si accalcano nelle nostre chiese ora vivono la loro fede con dignità, coscienti che questa è l’ora di soffrire per amore di Cristo.

Continuiamo a rendere grazie a Dio per il dono della fede e per il nostro popolo che vive e testimonia la bellezza di questa fede. Vivi o morti, apparteniamo a Cristo. E poiché nulla può separarci dall’amore di Cristo, vivremo per Lui e per Lui solo. La battaglia per la pace in Nigeria continua. Ci sono ancora dolore e persecuzione, ma la speranza non è perduta. La pace in Nigeria è ancora possibile. Un giorno questa crisi finirà.